La comunità scientifica è divisa? Non credo proprio!

Stralcio di uno dei tanti articoli che contengono l'abusata frase

Screenshot di uno dei tanti articoli che contengono l’abusata frase

La frase ricorre spesso sulla stampa generalista. Di solito è contenuta di articoli che trattano temi scientifici molto “popolari”, come il riscaldamento globale o una delle tante pseudocure per qualche malattia, ma ci stanno in mezzo anche argomenti che toccano la nostra sfera emotiva, l’ambito religioso o quello politico. Leggo i giornali con regolarità, eppure non ho mai visto questa frase usata a proposito. In altre parole non ho mai visto indicare la comunità scientifica come divisa in una vicenda in cui lo fosse davvero.

La frase si può presentare con numerose varianti: c’è “è un argomento controverso” quando si vuole far credere che le cose non siano scientificamente chiare; c’è “gli scienziati ancora non riescono a spiegare…” quando ad un argomento mancano le basi teoriche; è molto usato anche “ci sono tanti ricercatori che…” efficace per via della sua evasività, o l’ancor più efficace “ci sono sempre più ricercatori che…“, che lascia credere che il consenso scientifico si stia spostando verso la tesi che si vuole sostenere. Spesso al posto di “divisa” si usa il termine “spaccata“, che aiuta a rendere più drammatico il pezzo.

Il fenomeno è talmente diffuso da aver portato a coniare un nuovo termine: “fintoversia”, crasi delle parole “finta” e “controversia”. La strategia è sempre la stessa: si presenta una tesi minoritaria o addirittura pseudoscientifica (questo è il caso più comune) e si infilano qua e là riferimenti alla “divisione” e alla “controversia” tra gli scienziati. Per far funzionare meglio il tutto si riporta l’opinione di un qualche sedicente esperto (spesso in realtà privo di qualunque esperienza nel campo), opinione che viene presentata come consenso scientifico, quando in realtà si tratta quasi sempre di un’opinione personale. Altro sistema è far riferimento al consenso popolare, come se il fatto che tante persone credano ad un fenomeno dimostrasse qualcosa. Basti pensare al recente caso Stamina foundation, nel quale l’opinione di un laureato in lettere senza alcuna qualifica né esperienza nel campo della terapia cellulare ha consentito ad alcuni giornali di affermare che la comunità scientifica sarebbe divisa sull’argomento, quando invece il consenso è ben chiaro e granitico.

Gli esempi si sprecano. Tanto per dirne uno, avete mai sentito dire che gli esperti sono divisi sull’argomento del riscaldamento globale? Beh, è una balla. Al 2012 su poco meno di quattordicimila articoli scientifici pubblicati sul riscaldamento globale (13950, per la precisione) solo 24 non ne rilevano la tendenza. Stiamo dicendo che il 98,8% degli studi effettuati porta alla stessa conclusione. Dov’è la divisione? Semplice, non esiste. Inoltre, se interrogati, 97 climatologi su cento concordano con l’affermazione che l’uomo sta provocando il global warming (dei restanti tre, due non sono sicuri e uno lo nega) , anche restringendo il campo ai soli climatologi che abbiano compiuto studi sottoposti a peer review sul riscaldamento globale.

Oppure pensiamo all’omeopatia: secondo i suoi sostenitori l’argomento è molto discusso e i risultati ci sono ma sono ignorati a livello ufficiale a causa di pressioni economiche. Nella realtà non esiste alcuno studio, ad eccezione di quelli che le case farmaceutiche omeopatiche si sono fatte da sole, che mostri una pur minima efficacia dei prodotti omeopatici. Inoltre tutto il fenomeno dell’omeopatia manca di qualsiasi base teorica (il numero di Avogadro non vi dice niente?) ma nella presentazione di chi l’omeopatia la vende questo fatto viene presentato in maniera leggermente manipolata: si dice infatti che gli scienziati non sono ancora riusciti a scoprirne il meccanismo d’azione, cioè si dà per scontato che la cosa funzioni, e poi si dice che non si è ancora scoperto come funziona. La falla in questo ragionamento è che l’efficacia dell’omeopatia in realtà non è mai stata dimostrata. Infatti nella realtà non c’è alcuno scienziato che ne stia indagando i meccanismi d’azione.

Altro argomento di false divisioni è la sperimentazione animale. Leggo spesso, sia sulla stampa che nei siti dei cosiddetti antivivisezionisti che ci sarebbero “tanti ricercatori” che sono contrari a questa pratica e che la riterrebbero inutile ai fini del progresso medico-scientifico. Quando però i ricercatori biomedici sono stati interrogati davvero la situazione che è venuta fuori risultava leggermente diversa. Infatti dai risultati del sondaggio (pubblicato su Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche esistenti al mondo) risulta che l’80-90% dei ricercatori non ha mai avuto dubbi sull’utilità dei modelli animali, e che il 92% ritiene che la sperimentazione animale sia fondamentale per l’avanzamento della ricerca biomedica (il 5% non si dichiara né d’accordo né in disaccordo e solo il 3% si esprime in maniera contraria).

Risultati dello studio. © Nature publishing group. Click for details

Non è un caso che su 98 premi Nobel per la fisiologia e la medicina assegnati nell’ultimo secolo ben 75 siano dovuti a studi che utilizzavano animali e altri 4 a studi che non utilizzavano animali ma sfruttavano le conoscenze pregresse di altri studi che invece li utilizzavano. In totale l’80% dei premi Nobel per la medicina è dovuto alla sperimentazione animale. Se analizziamo invece gli ultimi 10 anni la percentuale sale al 100%. Dove sono quindi i “tanti ricercatori” che sarebbero contrari? Semplice, non esistono. Tuttavia basandosi su questa falsa asserrzione è stato creato un sito di critica “scientifica” alla sperimentazione animale. Talmente scientifica che a uno studente basta mezz’ora per smontare l’accozzaglia di luoghi comuni lì contenuta, ad un esperto bastano 5 minuti (vedere anche qui per approfondire l’argomento). Ma la stampa continua a scrivere che la comunità scientifica “è spaccata” su questo argomento.

Non è mio scopo qui fare un elenco dei tanti argomenti in cui la comunità scientifica viene presentata come divisa quando invece non lo è affatto, anche perché l’elenco sarebbe sterminato: ci sono gli OGM, i vaccini, l’HIV/AIDS, la chemioterapia, il metodo Di Bella, l’evoluzione, le scie chimiche…

Qualcuno però a questo punto si sarà posto una domanda: ma allora la comunità scientifica non è mai divisa? La risposta è che ovviamente sì, la comunità scientifica si divide spesso e volentieri, ma le “dispute scientifiche” hanno ben altro spessore. Per esempio fino a quando gli scienziati del CERN non avranno dimostrato definitivamente che la particella trovata dal LHC è effettivamente il bosone di Higgs ed è una particella unica, la comunità scientifica continuerà ad essere divisa sulla validità del modello standard. Oppure esiste una controversia su alcuni meccanismi legati all’evoluzione dell’Homo sapiens, che non sono ancora del tutto chiariti, come la collocazione tassonomica di alcuni ominidi o l’effettiva radiazione di tutti gli H. sapiens dal continente africano, o anche la controversa ipotesi della scimmia acquatica. Altro esempio, si discute sulla possibilità da parte alcuni batteri di integrare l’arsenico al posto del fosforo nei propri acidi nucleici. C’è chi dice di sì e  c’è chi dice di no.

Certo, queste divisioni possono sembrare meno “avvincenti” anche perché non chiamano in causa le teorie del complotto che ci piacciono tanto, ma presentano alcune caratteristiche che ci permettono di distinguerle dalle false controversie che troviamo sulla stampa.

Innanzitutto perché nella comunità scientifica coesistano più opinioni è necessario che siano… opinioni! Infatti nel momento in cui una di quelle opinioni viene verificata sperimentalmente essa non è più un opinione ma un fatto, e la controversia è definitivamente chiusa.

Le vere controversie scientifiche si discutono su base scientifica. Nelle storielle che troviamo sui giornali sentiamo spesso l’esperto di turno citare il proprio libro o il proprio sito web. Questi riferimenti, ancor più se autoreferenziali, hanno valore scientifico pressoché nullo. Uno scienziato invece citerà dati scientifici verificabili e ripetibili, usando come fonte articoli scientifici sottoposti a revisione paritaria. Peggio ancora quando i riferimenti sono aneddotici: “a mio cugino è successo questo”, “i miei pazienti migliorano” ecc.

Anche i vari pseudoscienziati spesso referenziano le proprie affermazioni citando un articolo scientifico. Tuttavia scelgono selettivamente la fonte, ignorando tutti gli articoli che sostengono la tesi contraria, compresi quelli che confutano direttamente l’articolo citato. Uno scienziato serio fornisce invece sempre una panoramica completa di un argomento, citando anche le fonti che sostengono la tesi avversa, e confutandole se necessario.

Perché è così difficile che la stampa tratti questi argomenti? Semplice, perché di solito la ricerca scientifica vera si svolge lontano dai riflettori, com’è anche giusto che sia, senza clamori, dichiarazioni sensazionalistiche o miracoli. Il dialogo tra scienziati avviene tramite lunghi paper in lingua inglese, pieni zeppi di numeri e termini tecnici, che di certo il redattore di turno non ha né il tempo né la voglia né la preparazione per leggere, e i bravi divulgatori purtroppo scarseggiano.

Se volete veramente approfondire un argomento scientifico seguite il mio consiglio: lasciate perdere l’inserto sulle scienze del vostro quotidiano e la rivista sul “benessere naturale” e andate in un’università a seguire qualche lezione di un corso, anche solo come uditori: è gratis e nessuno può vietarvelo. Vi assicuro che lo troverete piacevole e che ne uscirete di molto arricchiti.

BIBLIOGRAFIA

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Non fatevi prendere dal panico

Gli esseri umani, che hanno l’abilità praticamente unica di imparare dall’esperienza degli altri, sono anche notevoli per la loro riluttanza a farlo.


Sì, non è uno scienziato ma uno scrittore di fantascienza, tuttavia inspiegabilmente il mondo della scienza rimpiange la sua presenza più di quella tanti scienziati puri. Sto parlando di Douglas Adams, che oggi avrebbe compiuto 61 anni. L’indimenticato autore della Guida galattica per autostoppisti aveva scoperto ormai passati i quaranta la sua passione per la biologia e le scienze naturali. Aveva stretto amicizia con Richard Dawkins ed aveva cominciato a studiare e a girare il mondo per vedere le meraviglie della natura. Diceva che se fosse potuto tornare indietro si sarebbe dedicato allo studio della biologia. Possiamo solo immaginare quali grandi scoperte sarebbero potute venir fuori da una mente così geniale, ma in realtà siamo tutti contenti che abbia fatto lo scrittore e lo sceneggiatore, regalandoci così quei grandi capolavori che conosciamo. Dai suoi viaggi ricavò però un libro L’ultima occasione (Last Chance to See), purtroppo ormai introvabile nella nostra lingua, che lui stesso definiva il libro più importante che avesse mai scritto, da cui è tratta la citazione in cima a questo articolo.

Adams amava presentarsi nelle occasioni pubbliche dicendo «Voglio solo far notare una cosa, completamente priva di significato, ma di cui sono terribilmente orgoglioso – Sono nato a Cambridge nel 1952 e le mie iniziali sono DNA!» o anche «Ero DNA a Cambridge nove mesi prima di Watson e Crick». Dopo la sua morte nei suoi appunti per un futuro libro furono trovate queste frasi:

If you try and take a cat apart to see how it works, the first thing you have on your hands is a nonworking cat. Life is a level of complexity that almost lies outside our vision; it is so far beyond anything we have any means of understanding that we just think of it as a different class of object, a different class of matter; ‘life’, something that had a mysterious essence about it, was God given, and that’s the only explanation we had. The bombshell comes in 1859 when Darwin publishes On the Origin of Species. It takes a long time before we really get to grips with this and begin to understand it, because not only does it seem incredible and thoroughly demeaning to us, but it’s yet another shock to our system to discover that not only are we not the centre of the Universe and we’re not made by anything, but we started out as some kind of slime and got to where we are via being a monkey. It just doesn’t read well.

So long Douglas, and thanks for all the fish.

Per quei due o tre che negli ultimi 30 anni hanno vissuto su un’isola deserta o su un altro pianeta e che quindi non conoscono Douglas Adams è possibile leggerne un simpatico ricordo qui. Buona lettura.

Ignoranza e antiscienza

L’ignoranza esiste, questo è un fatto, ed esisterà sempre. Quando tuttavia l’ignoranza si accoppia all’arroganza si ottiene un mix micidiale.

Prendiamo me. Esistono numerose aree dello scibile umano in cui sono ignorante, direi che anzi la maggior parte dello scibile umano mi trova decisamente impreparato. Ad esempio non so quasi nulla di arte, a parte un’infarinatura generale, confondo gli autori e gli stili tra loro e non saprei mai attribuire un opera alla sua epoca. Non è qualcosa di cui vergognarsi, a patto di rapportarsi con questi argomenti con umiltà e curiosità, tenendo sempre a mente che il mondo è pieno di cose nuove da imparare e di gente che ce le può insegnare. E questo, lasciatemelo dire, è uno dei maggiori piaceri della vita. Ho scoperto ad esempio che se quando visito una mostra mi faccio accompagnare da qualche amico studente o laureato in storia dell’arte mi godo molto di più la visita.

L'articolo di Langone. Riproduzione a solo scopo illustrativo e di critica. © Foglio quotidiano. Click for details

L’articolo di Langone. Riproduzione a solo scopo illustrativo e di critica. © Foglio quotidiano. Click for details

Risulta quindi comprensibile la reazione indignata del mondo scientifico quando stamattina sul Foglio è comparso quest’articolo, a firma di tal Camillo Langone, intitolato Dovevano bruciarla prima, con riferimento all’incendio della città della scienza. L’articolo è un perfetto esempio del concetto di cui sopra: ignoranza unita ad arroganza.

Innanzitutto Langone ci spiega perché la storia della Città della Scienza va interpretata sotto un’altra ottica: tra coloro che si sono dispiaciuti della sua distruzione c’è anche Saviano. Ah beh, allora cambia tutto! Dopo alcune righe dedicate ad ironizzare su Saviano (ma non si stava parlando della Città della Scienza? Troppo difficile rimanere in tema?) finalmente il grande giornalista ci illumina su una grande verità: a Città della Scienza non si faceva “scienza”, ma divulgazione scientifica, che, Langone ci tiene a precisarlo, “è un’altra cosa”. Infatti aggiunge:

… la scienza è fatta di scoperte e che cosa abbiano mai scoperto a Bagnoli non è dato sapere. Nemmeno la ricetta definitiva delle nozze coi fichi secchi sono riusciti a mettere a punto.

E qui m’incazzo. Non sa nulla di scienza, e questo nel caso non fosse ancora assodato lo si vedrà più avanti, ma non capire il valore della divulgazione scientifica è ben più grave. Infatti secondo Langone quelli che lui definisce “scienziati immaginari di Bagnoli” effettuavano un’attività che evidentemente con la scienza non ha nulla a che vedere, cioè insegnare la scienza a chi non è del campo, e soprattutto ai ragazzi. Ragazzi che, sempre secondo Langone sarebbero stati assai annoiati (“sai che spasso”, ironizza) dalle gite alla Città della Scienza. Evidentemente quando l’ha visitata lui (perché per criticarla così aspramente così l’avrà almeno visitata no?) ha visto dei bambini diversi da quelli che ricordo io e che ricordano tutti gli altri a cui ho potuto chiedere, che invece erano entusiasti e felici.

Si dimentica questo tizio che ha l’ardire di parlare di scienza che la divulgazione ne è sempre stata parte integrante e fondamentale, a partire da Galileo, il primo vero scienziato fino a grandi scienziati contemporanei che proprio alla divulgazione hanno dedicato gran parte della loro attività, come Stephen Hawking, Craig Venter o Stephen Jay Gould (e se non sa chi sono si vergogni e vada a studiare), per arrivare ai divulgatori puri, come Isaac Asimov (che forse conoscerà solo come autore di fantascienza) o Richard Dawkins. Dimentica che a maggior ragione nella società di oggi comunicare la scienza è vitale. Il premio Descartes per la divulgazione scientifica, che Langone liquida con tanta facilità, è infatti uno dei più prestigiosi premi scientifici europei, ed è stato assegnato a Città della Scienza nel 2006.

Ma il nostro non ha ancora finito: ci spiega che, udite udite, la Città della Scienza versava in difficoltà economiche. Eh già, ma secondo lui il fatto che gli investimenti nel settore della scienza e dell’educazione siano sempre più scarsi non c’entra niente. Scopre poi, e qui entriamo nel grande giornalismo d’inchiesta, che gli edifici occupati dal museo erano un tempo capannoni industriali dell’Italsider, la quale

pagava lo stipendio a 7.000 operai mentre loro non riescono a pagarlo a 160 dipendenti.

Nulla ci dice però riguardo al fatto che l’Italsider (oggi ILVA) quei capannoni li avesse abbandonati, e che la Città della Scienza fosse uno dei pochi esempi esistenti in Italia di riuscita riqualificazione di ex impianti industriali.

Langone ironizza poi sull’impianto antincendio che non ha funzionato e sull’assenza di materiali ignifughi. Ancora una volta non dice nulla sul fatto che forse è stata proprio la grave difficoltà economica di cui sopra a non permettere l’installazione di un impianto più moderno né la ristrutturazione definitiva dei vecchi capannoni che, lo ricordo, erano fatti di legno. Ecco, una seria riflessione sulla cura con cui teniamo il nostro patrimonio culturale qui ci sarebbe stata bene, ma nell’articolo non c’è.

Se il giornalista si fosse fermato qui forse avremmo anche potuto riconoscere un minimo di dignità alle sue opinioni, certo non essere d’accordo, ma riconoscergli il diritto di esprimerle quello sì.

Ma lui non si è fermato qui, proprio no, ha voluto esagerare, e ha messo in mostra tutta l’ignoranza e l’arroganza di cui è capace:

Ho scoperto che nei capannoni dell’ex Italsider si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici […]. Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza.

Oh – Mio – Dio.
Queste frasi sono talmente spiazzanti che non so quasi come rispondere, davvero, non ho parole. Tutto quello che posso fare è consigliare al signor Langone di aprire un testo base di biologia, cosa che evidentemente non ha mai fatto in vita sua, e leggerlo. Oppure gli suggerisco di esporre queste sue panzane presso un dipartimento di biologia ambientale di un qualsiasi ateneo italiano (o europeo, o statunitense…), sempre se è disposto a resistere alla pioggia di vaffanculo che ne seguirà.

Invito infine il signor Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, a scegliere meglio in futuro i redattori che parlano di scienza sul suo quotidiano, destinando coloro che della parola scienza ignorano perfino il significato ad altre aree, come la cronaca rosa o la pagina delle barzellette, grazie.

Per chi non riuscisse ad accedere è disponibile una versione integrale dell’articolo del Foglio qui.

Non solo incompetenti complottisti che credono alla bufala del chip sottocutaneo, in parlamento per fortuna è entrato anche qualcuno che che ha competenza e serietà da vendere. Buona fortuna Ilaria!

OggiScienza

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POLITICA – Oltre ad essere il parlamento più giovane di sempre ed aver incrementato notevolmente il numero di donne, entrano in politica alcuni scienziati. Tra questi Ilaria Capua (abbiamo già parlato di lei qui e qui) direttrice Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Capolista in Veneto per la lista Scelta Civica di Mario Monti alle recenti elezioni, l’abbiamo intervistata per capire il suo punto di vista nei confronti del rapporto tra scienza e politica.

Quando è nata l’idea di entrare in politica?

L’idea è nata il 6 gennaio quando mi ha chiamato Mario Monti: mi ha chiamato in maniera del tutto inattesa chiedendomi un aiuto e un contributo specifico nella mia area di competenza.

Cosa l’ha fatta accettare?

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Sogni in fiamme

Oggi non avevo in programma di scrivere. Ma la notizia che ho letto stamattina appena aperto il browser mi ha lasciato un buco allo stomaco. La Città della Scienza, a Napoli, è bruciata. Il danno è enorme e non ancora precisamente quantificabile. Si parla di quattro capannoni completamente inceneriti, per un area complessiva superiore ai diecimila metri quadrati. Le cause sono sconosciute, c’è addirittura chi parla di dolo. L’impianto antincendio non c’era o non ha funzionato. Le vecchie strutture con anima in legno, piene di materiale infiammabile, sono andate in fumo nel giro di poche ore, nonostante l’enorme lavoro dei Vigili del Fuoco, che non hanno potuto fare altro che circoscrivere i danni.

Quando l’ho  saputo mi è tornato in mente un ricordo: si parla dei tempi del liceo, una gita scolastica a Napoli e io, ragazzino appassionato di scienza e un po’ nerd, con la bocca aperta a girare tra pannelli e installazioni interattive. Questo rappresenta per me quel luogo: lo stupore e l’amore per la scienza negli occhi di un adolescente.

Ma la Città delle Scienza era anche altro. Era un polo d’eccellenza scientifica e culturale, collocato non a caso in una città considerata “difficile” anche da questo punto di vista, era la smentita di tanti luoghi comuni su Napoli e sull’Italia in genere, era il riscatto di chi aveva creduto in questo progetto, di chi credeva nella divulgazione scientifica di qualità nel nostro paese. Ma perché parlo al passato? La Città della Scienza È, e voglio credere che nonostante il periodo che stiamo attraversando sarà. L’uscita dalla crisi passa anche per la cultura, e la rinascita della Città della Scienza potrebbe rappresentare un buon punto di partenza.

Non ho altre parole da aggiungere, vi lascio al commento di Marco Cattaneo, che potrà forse far capire a chi non la conosce cosa significa Città della Scienza.

Qui sotto le immagini di Road TV Italia mostrano l’incredibile potenza distruttrice del fuoco.

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Aggiornamento 06/03/2013

Mentre sembra ormai sicura l’ipotesi di incendio doloso, sono già state attivate iniziative concrete per la ricostruzione. Trovate tutte le informazioni per contribuire qui.

Scienza, ora che succede?

ec07_for_scienceLe elezioni si sono svolte e abbiamo un vincitore. Anzi no, non lo abbiamo. Però in compenso abbiamo un giocatore in più rispetto all’ultima volta. Sto parlando naturalmente del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che ha ottenuto un risultato straordinario e in parte inaspettato. È lecito quindi chiedersi che succederà adesso. Mentre inizia il solito balletto degli accordi, dei non accordi e degli appoggi esterni qualcuno si sta chiedendo quale sarà ora il destino della scienza e della ricerca in Italia. Qualcuno potrebbe rispondere che non sono certo temi fondamentali per il paese, ma se ci si ferma qualche secondo in più a riflettere ci si renderà conto che stiamo invece parlando di cose come la salute pubblica, il risparmio energetico o la sicurezza idrogeologica, tutti temi che fondamentali per il paese lo sono eccome.

Perché è necessario che la scienza sia centrale nel dibattito politico? Sostituite la parola “competenza” alla parola “scienza” e avrete la risposta. Se vogliamo parlare di economia ci rivolgeremo ad un economista, giusto? Se vogliamo parlare di diritto del lavoro ci rivolgeremo ad un giuslavorista, giusto? Ecco, allora non si vede perché per parlare di ricerca biomedica ci dobbiamo rivolgere ad un’ex indossatrice di calze (qualunque riferimento a parlamentari del PDL che senza alcuna competenza in materia portano avanti emendamenti alla legge europea sulla sperimentazione animale è puramente casuale). L’idea che i temi scientifici si possano affrontare senza competenza nasce dalla confusione tra democrazia e dittatura della maggioranza, nonché dall’ignoranza di un dettaglio fondamentale, e cioè che la scienza non è democratica.

Veniamo ora al punto, cosa ci propone Grillo per la scienza? Andando a vedere il programma la prima cosa che si nota è l’ambiguità dello stesso. Pochi punti molto generali, spesso scritti in maniera difficilmente comprensibile e sempre approssimativi. Quel poco che c’è si può analizzare nel dettaglio, e lo ha già fatto La Voce Idealista. Le sezioni che ci interessano sono energia, salute e ricerca.

La sezione energia si può liquidare subito. Una serie di buoni propositi sul recupero degli sprechi energetici domestici ed industriali, senza che venga specificato quali sono questi sprechi e come li si dovrebbe ridurre. Si nota un’eccessivo amore per i combustibili fossili,  dai quali dovremmo invece cercare di sganciarci, fino ad arrivare a suggerire l’installazione di generatori a carburante in tutte le case e luoghi pubblici (alla faccia della riduzione di emissioni). Parallelamente si esclude qualsiasi forma di recupero energetico dai rifiuti solidi, dimenticandosi che questo processo, se fatto coi rifiuti giusti (per esempio le biomasse) e con le giuste modalità produce emissioni bassissime, fino ad arrivare in alcuni casi alla situazione apparentemente paradossale in cui l’aria che esce dall’inceneritore è più pulita di quella che sta fuori. Neanche una parola sulle fonti energetiche solare ed eolica, neanche una parola (ma questo era prevedibile) sul nucleare. Si notano segni di incompetenza diffusa, come la confusione tra le unità di misura (kW e kW-h non sono la stessa cosa!) o l’ignoranza di cosa voglia dire “fonti rinnovabili”.

La sezione salute non va meglio. Dopo una serie di punti generici sull’equità del sistema sanitario e sulla riduzione degli sprechi arrivano un paio di frasi che fanno gelare il sangue. Una riguarda i farmaci: «Promuovere l’uso di farmaci generici e fuori brevetto, equivalenti e meno costosi rispetto ai farmaci “di marca” […] e più sicuri rispetto ai prodotti di recente approvazione» (grassetto mio). La frase sulla maggior sicurezza non ha alcun senso. Su quale principio ci si basa per dire che qualunque farmaco il cui brevetto è scaduto è più sicuro di un farmaco nuovo? Semmai potrebbe essere vero il contrario, comunque i profili di sicurezza vanno valutati per ogni singolo farmaco. E poi che cosa si propone qui, di disincentivare la produzione e l’approvazione di nuovi farmaci?! Spero di aver frainteso. È  fondamentale per la salute pubblica che nuovi farmaci vengano messi in commercio costantemente. Si parla sia di farmaci per quelle malattie che oggi non hanno ancora una cura, sia di farmaci che curano le stesse patologie di altri, ma con dei vantaggi rispetto ai farmaci più vecchi, come maggior efficacia, minori effetti collaterali, maggior sicurezza o maggior praticità. Disincentivare tutto questo avrebbe effetti gravissimi. Quanto ai generici è sicuramente giusto incentivarne l’uso, ma bisogna ricordare che l’equivalenza totale tra il generico e il brand non esiste, e che in ogni caso la scelta di quale farmaco prescrivere spetta sempre al medico.

Micrografia elettronica a trasmissione del papilloma virus umano. National Institute of Health – Public Domain

La seconda frase che mi ha lasciato basito è questa: «Informare sulla prevenzione primaria (alimentazione sana, attività fisica, astensione dal fumo) e sui limiti della prevenzione secondaria (screening, diagnosi precoce, medicina predittiva),ridimensionandone la portata, perché spesso risponde a logiche commerciali» (grassetto mio). Ora, è vero che la prevenzione primaria è importantissima, ed è anche vero che sarebbe corretto informare le persone che gli screening sono uno strumento potente ma limitato, ma perché mai bisognerebbe “ridimensionarne la portata”? Risponderà pure a logiche commerciali, ma anche il cibo biologico o l’iscrizione in palestra si pagano, e quindi rispondono a logiche commerciali, ma questo non ci dice nulla sui loro effetti sulla salute. L’unica fonte che andrebbe usata per parlare di effetti sulla salute sono gli studi epidemiologici, e questi ci dicono gli screening e la diagnosi precoce salvano ogni anno centinaia di migliaia di persone, “ridimensionarne la portata”, come vorrebbero Grillo e co. sarebbe un atto criminale. Senza contare che non tutte le malattie possono essere prevenute con uno stile di vita sano. Si pensi per esempio al cancro della cervice uterina, che è causato dal papilloma virus: l’unica protezione è data dal vaccino e dagli screening periodici, uno stile di vita sano non modifica di un bit il rischio di insorgenza.

Quanto poi al ridurre gli sprechi nella sanità si potrebbe cominciare vietando nelle strutture pubbliche le cialtronerie alternative, delle quali nel Movimento 5 Stelle abbondano i fan.

Veniamo ora alla stringatissima sezione ricerca. Anche qui l’ambiguità è massima. A parte alcune proposte apertamente ideologiche che sono in parte condivisibili, c’è una cosa curiosa, un termine ricorrente: ricercatori indipendenti. Che cosa significa? Se questo termine lo usassi io, includerebbe i ricercatori universitari, quelli degli istituti pubblici (ISS, CNR ecc.) e quelli degli istituti privati senza scopo di lucro (Istituto Mario Negri, IFOM, IEO ecc.). Praticamente resterebbero esclusi solo quelli (esigua minoranza) che hanno una precisa mission aziendale. Ma detto dal M5s il termine sembra assumere un significato diverso. Del resto, se nel termine “indipendenti” rientrassero quasi tutti i ricercatori, che bisogno ci sarebbe di specificarlo? E perché in un’altra sezione si sente il bisogno di specificare che vanno erogati finanziamenti anche alla ricerca universitaria? L’interpretazione peggiore possibile è che l’uso del termine in questo caso sia lo stesso che se ne fa negli ambienti “complottari”, cioè in pratica che si riferisca a ciarlatani e disinformatori, quelli delle scie chimiche e dei terremoti elettromagnetici. L’interpretazione migliore possibile è che chi l’ha scritto non avesse idea di cosa stava scrivendo. Tuttavia, data la totale mancanza di chiarezza non è possibile dare giudizi precisi.

DS-300x243E per tutto quello che non è incluso nel programma? Beh, qualcuno aveva provato a porre delle domande prima delle elezioni, ma non è finita bene. Paradossalmente la domanda che ha destato più scalpore, quella più strettamente scientifica e meno politica, quella sulla sperimentazione animale, era una delle poche in cui il M5s faceva bella figura, ma la risposta aveva un piccolo problema: non coincideva col pensiero di Grillo. Il riassunto della vicenda lo trovate qua, la sua morale è una sola: per quanto non espressamente specificato nel programma vale quanto scritto da Grillo nel suo blog, anche se a titolo personale e in tempi remoti.

E quali sono le posizioni di Grillo sui temi scientifici? Anche qui nulla di buono, purtroppo.

Paesi con poliomielite endemica, confronto tra il 1988 e il 2006. Nel momento in cui scrivo in India non si registra un caso di Polio da oltre due anni, può essere quindi eliminata dai paesi “in rosso”.

Grillo è un antivaccinista convinto. Crede alla bufala/truffa di Wakefield, vorrebbe che ciascuno potesse decidere liberamente se fare o meno le vaccinazioni che oggi sono obbligatorie, non concepisce che l’obbligo a vaccinarsi sia dovuto alla protezione della salute popolazione (se non ti vaccini metti in pericolo tutti quelli che ti circondano, perché rischi di far venir meno l’immunità di branco) e che quindi c’è un interesse pubblico che prevale sul privato. Nella sua smania del ritorno ai “bei tempi andati” non si è premurato di chiedere a qualche anziano com’era crescere quando ci si poteva ammalare di poliomielite o di difterite, malattie che l’igiene e gli stili di vita sani non prevengono.

Grillo ritiene che l’HIV/AIDS sia una grande truffa, sostiene che l’HIV non esista e che comunque non causi l’AIDS, dando credito alle ormai sconfessate teorie di Duesberg, nonché ad una serie di ridicole teorie del complotto. Che effetto avrà tutto questo sulla ricerca sull’HIV e sulla lotta all’AIDS nel nostro paese?

Grillo è un sostenitore del metodo Di Bella, una terapia contro il cancro che fu testata senza successo negli anni novanta. Una delle bufale più in voga al momento sostiene che questa cura in realtà funzionerebbe ma che sarebbe tenuta nascosta dalle cattive case farmaceutiche colluse col ministero della sanità. Ecco, Grillo crede questo, cosa si devono aspettare le migliaia di ricercatori che cercano ogni giorno nuove cure che funzionino e le migliaia di medici che ogni giorno il cancro lo curano davvero?

Grillo è contro la sperimentazione animale, che come tutti quelli che non si vogliono informare chiama impropriamente “vivisezione”. Su questo tema ho già scritto in un precedente post, in ogni caso c’è chi ha trattato l’argomento molto meglio di me.

Grillo è contro gli OGM, e dà credito a bufale e mistificazioni varie, come quella del “pomodoro antigelo”, che a suo dire avrebbe ucciso diverse persone, cosa impossibile, dato che non è mai esistito. Tutto mentre l’agricoltura in Italia rimane arretrata rispetto al resto d’Europa.

Grillo è un fan di Giampaolo Giuliani, il ciarlatano che sostiene di poter prevedere i terremoti e plaude alla sentenza che ha condannato i geofisici per non aver avvertito la popolazione del terremoto dell’Aquila. A tal proposito rimando ad una lettera dell’Associazione Nazionale Giapponese di Ingegneria Sismica, i cui estensori sono forse i maggiori esperti mondiali di terremoti, e che certo non sono interessati alla politica italiana.

Non voglio dare giudizi sul personaggio, anche se di chi ha definito Rita Levi Montalcini una “vecchia puttana” non posso certo avere una buona opinione, ma piuttosto mettere in chiaro che, in un momento in cui la scienza e la ricerca in Italia non versano certo in buone condizioni, queste sono le battaglie che speriamo di non vedere mai in parlamento, e contro cui combatteremo con tutte le nostre (modeste) forze, nella speranza che alla base delle decisioni che verranno prese ci sia la competenza della comunità scientifica, e non la prepotenza di chi urla più forte.