Si prega di non dar da mangiare ai giornalisti

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Avevo promesso di scrivere un racconto della giornata della corretta informazione scientifica. E volevo farlo, giuro, ma poi ho pensato che fosse meglio mettere prima nero su bianco un paio di riflessioni che quella giornata mi ha suscitato, finché ce le ho ancora fresche in mente. Il resoconto arriverà, con calma. Non mettetemi fretta, è lunedì anche per me.

Quello di cui volevo parlare è il rapporto tra il mondo della scienza e la stampa, o più in generale la capacità (o incapacità) degli scienziati di rapportarsi correttamente con la comunicazione della scienza.

Il rapporto tra scienziati e stampa è sempre stato difficile. Ricordo diversi colleghi che dopo aver visto un paio di volte le loro dichiarazioni completamente travisate dal giornalista di turno (e aver ricevuto telefonate stupite e scocciate da tutti i conoscenti) hanno deciso di non rilasciare più interviste. D’altra parte conosco giornalisti che hanno lasciato perdere articoli che stavano scrivendo di fronte a certe pretese dell’accademico di turno, che magari pretendeva di rileggere il pezzo prima della pubblicazione e applicare correzioni indispensabili, come sostituire “Prof. Pinco Pallino” con “Esimio Prof. Dott. Ing. Pinco Pallino, ordinario di oftalmologia gastrica e direttore del Dipartimento di Avuncologratulazione Meccanica dell’Università Telematica di Narnia”. O gente che pretendeva di trasformare un articolo per un giornale divulgativo in un trattato specialistico, vanificando così il senso della divulgazione stessa. Vi è poi il senso di superiorità e sufficienza con cui i giornalisti scientifici vengono trattati dagli scienziati, quasi a sottintendere che chi si è dedicato all’informazione piuttosto che alla ricerca non sia poi tanto degno di attenzione, come se poi la comunicazione al pubblico delle scoperte scientifiche non fosse ormai importante quasi quanto la ricerca stessa.

Nel convegno dell’8 giugno scorso, di cui vi racconterò in seguito, ho visto una proficua collaborazione tra scienziati e comunicatori. Ho visto che quando ciascuno fa il lavoro che sa fare meglio le cose funzionano bene. Poi nel post convegno ho sentito un paio di cose che mi hanno dato fastidio. Si parlava del fatto che una parte della stampa locale e nazionale non avesse parlato correttamente dell’iniziativa, che gli avesse dato troppo poco spazio o che ne avesse dato troppo agli “altri”. Quello che non mi  piaciuto sono state alcune reazioni. In particolare quelle del genere “stampa brutta e cattiva controllata dal nemico” e soprattutto quelle del genere “stampa stupida e ignorante che non capisce quanto siamo bravi e belli”.

Qualcuno ha avanzato anche un paio di proposte. Tra queste spiccava quella di creare una giornata dedicata alla stampa e alla comunicazione della scienza. Bello, ho pensato. Poi ho visto come si intendeva impostare tale evento e ho cambiato idea. Infatti si parlava di un’occasione in cui gli scienziati dall’alto del loro sapere avrebbero dovuto insegnare ai giornalisti come funziona la scienza e come questa va comunicata correttamente al pubblico. I giornalisti dal canto loro sarebbero dovuti stare seduti ad ascoltare le Perle di Verità e Sapienza che generosamente questi grandi saggi concedevano loro.

Seriamente, c’è qualcuno che pensa che funzioni così? C’è qualcuno che crede che possa mai funzionare? Davvero siete convinti che un laureato in biologia con un master in comunicazione della scienza (sì, questo è il curriculum tipico del giornalista scientifico italiano al giorno d’oggi) abbia da imparare qualcosa da noi su come comunicare la scienza? E non è che magari, qualche volta, solo qualche volta, nelle notizie mal riportate c’è anche lo zampino della nostra incapacità di comunicare? Di recente ci siamo lamentati molto perché qualcuno pretendeva di insegnarci come fare il nostro lavoro, ora non stiamo forse facendo lo stesso?

Scrivere non è il mio lavoro, forse è il caso che al di fuori di questo blog lasci questa attività ai professionisti. Isaac Asimov all’inizio della sua carriera si lamentava di come la stesura di articoli scientifici stesse rovinando il suo stile, e di come avesse paura di perdere la capacità di scrivere cose che piacessero al pubblico (ricordo che Asimov prima di essere uno scrittore di fantascienza fu un grande divulgatore scientifico). Fu così che scrisse un articolo Sulle proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata, un magistrale pezzo di satira che prende in giro il “pomposo stile accademico” che era costretto ad usare per lavoro.

Sì, lo so, i giornalisti sono bestie strane, ma in fondo basta saperli prendere e si rivelano degli amiconi, e poi non sono pericolosi, se hanno mangiato. Scherzi a parte, c’è qualcuno che è arrivato a scrivere una guida per scienziati su come rapportarsi con la stampa (lettura obbligatoria, guardate che interrogo).

Non voglio dire che sia tutto rose e fiori. L’informazione scientifica nel nostro paese (ma anche altrove non crediate che sia molto meglio) soffre di diversi bug, fra cui la tendenza a drammatizzare e spettacolarizzare tutto, ma mi chiedo se veramente ci stiamo muovendo nella direzione giusta per risolvere il problema.

La scienza va raccontata bene e con competenza. È un nostro diritto. Oggi i giornalisti scientifici sono per la maggior parte a spasso. Ne conosco alcuni che poco ci manca che si piazzino davanti alle redazioni con un cartello con scritto “write articles for food”. Nel mio mondo ideale dovrebbe essere questa gente a scrivere i trafiletti di repubblicapuntoitte. Nel mio mondo ideale dovremmo pretendere che sia così. Dovremmo pretendere che i nostri istituti abbiano un ufficio stampa degno di questo nome, con un giornalista scientifico degno di questo titolo a lavorarci dentro.

Penso che funzionerebbe molto meglio del solito arroccamento a difesa della purezza e della grandiosità della Scienza e della Sapienza. Voi non credete?

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3 thoughts on “Si prega di non dar da mangiare ai giornalisti

  1. Bell’analisi, la condivido in pieno. Non avendo partecipato a nessun evento non scrivo nulla a riguardo, però ho avuto la sensazione che, al di là del meritorio impegno (che apprezzo davvero dato che ho provato a fare qualcosa anche a Ferrara), rimangano le solite questioni aperte sui due fronti e la formula usata, quella del convegno, non aiuta tanto nella promozione dell’informazione scientifica corretta, soprattutto se il target finale (anche se non dichiarato) sono i comunicatori di professione.

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