10 domande su Stamina, #Goliarispondi

Sulla questione del cosiddetto metodo Stamina, controverso sistema che a detta del suo ideatore Davide Vannoni sarebbe stato in grado di curare decine di malattie degenerative oggi incurabili, si sono dette e scritte tante cose. Per i soliti che sono appena tornati da Marte è disponibile un resoconto dell’intera vicenda su MedBunker.

Oggi, dopo che il “metodo” si è dimostrato inconsistente, un gruppo di giornalisti scientifici e divulgatori ha deciso di rivolgere alcune domande a Giulio Golia, il giornalista delle Iene che ha portato questa vicenda sotto i riflettori e che è stato uno dei principali sostenitori di Vannoni e compagni, anche contro qualsiasi evidenza scientifica, anche al punto di manipolare un’intervista (raccontato qui e qui) pur di sostenerli.

Gli estensori delle domande sono Marco Cattaneo, Alice Pace, Silvia Bencivelli, Salvo Di Grazia, Emanuele Menietti, e Antonio Scalari, con la collaborazione di Letizia Gabaglio, tutte persone che già in passato si erano occupate della vicenda, mettendone in evidenza contraddizioni e punti oscuri.

A loro mi unisco volentieri anch’io. Non sono un giornalista né un comunicatore di professione, ma soltanto uno che crede che l’informazione scientifica, così come l’informazione in generale, sia una cosa seria e che vada fatta seriamente, cioè in maniera onesta e rigorosa, attenendosi ai fatti e senza cercare di manipolare l’opinione pubblica appellandosi alle emozioni.

Le domande le riporto qui di seguito, vi invito a diffonderle. Ora attendiamo le risposte.

1. Perché voi delle Iene non spingete Davide Vannoni a rendere pubblico il metodo Stamina? Se è davvero così efficace, non pensa sia giusto dare la possibilità a tutti i medici e pazienti di adottarlo?

2. Nei suoi servizi per Le Iene ci ha mostrato alcuni piccoli pazienti in cura con il metodo Stamina. Dopo otto mesi e quasi 20 puntate, perché non ha mai coinvolto le altre persone che Vannoni dice di aver curato negli ultimi anni, invitandole a mostrare i benefici del metodo stamina?

3. Perché non ha mai sentito la necessità di dare voce anche a quei genitori che, sebbene colpiti dalla stessa sofferenza, non richiedono il trattamento Stamina e anzi sono critici sulla sua adozione?

4. Nel primo servizio su Stamina lei dice che Vannoni prova a curare con le staminali casi disperati «con un metodo messo a punto dal suo gruppo di ricerca». Di quale gruppo di ricerca parla? Di quale metodo?

5. La Sma1 non sarebbe rientrata nella sperimentazione nemmeno se il Comitato l’avesse autorizzata, perché lo stesso Vannoni l’ha esclusa, ritenendola troppo difficile da valutare in un anno e mezzo di studi clinici. Come mai continua a utilizzare i bambini colpiti da questa patologia come bandiera per la conquista delle cure compassionevoli?

6. Perché non ha approfondito la notizia delle indagini condotte dalla procura di Torino su 12 persone, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere?

7. Perché non ha mai interpellato nemmeno uno dei pazienti elencati nelle indagini della procura di Torino?

8. Perché ha omesso ogni riferimento alle accuse di frode scientifica da parte della comunità scientifica a Vannoni, al dibattito attorno alle domande di brevetto e alle controversie che hanno portato a un ritardo nella consegna dei protocolli per la sperimentazione?

9. In trasmissione lei fa riferimento alle cure compassionevoli, regolamentate dal Decreto Turco-Fazio. Perché non ha spiegato che il decreto prevede l’applicazione purché «siano disponibili dati scientifici, che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali»?

10. Se il metodo Stamina si dimostrasse inefficace, che cosa si sentirebbe di dire alle famiglie dei pazienti e all’opinione pubblica?

Una royalty non si nega a nessuno

E quindi si scoprì che quello che gli agricoltori ripetevano da anni, e che cioè tutte le varietà vegetali sono soggette a royalties era, ohibò, vero.

La Valle del Siele

Può capitare che, rimettendo a posto un vecchio mazzo di fatture, l’attenzione si posi per la prima volta con attenzione su una particolare dicitura. Nulla di nuovo, per chi questo genere di documenti se li fa scorrere tra le dita con una certa frequenza. Ma proprio questa consuetudine, finora, aveva impedito di dare il risalto che merita a certi particolari. Allora può capitare di notare per la prima volta che è scritto, nero su bianco e a norma di legge, che “i semi di varietà di cereali sono soggette al pagamento di royalties a favore del costitutore“.

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Ohibò. Non sarà quindi che, come abbiamo ripetuto fino a farci venire il concetto a nausea, la favola secondo la quale gli OGM legano mani e piedi gli agricoltori alle multinazionali attraverso i brevetti è, per l’appunto, una favola, e che per tutte le varietà brevettate si pagano royalties, almeno nei…

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Come non funziona il metodo scientifico: un caso di studio

L’articolo  stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale

Molte persone, per via telematica o a voce, hanno mostrato curiosità e interesse sul funzionamento di questo tanto amato metodo scientifico, due paroline magiche che ogni scienziato ripete e si ripete ad ogni piè sospinto. Capita però raramente, al di fuori dei laboratori e delle università, di poter mostrare un esempio reale e concreto di funzionamento (o in questo caso di non funzionamento) del metodo stesso.

Il caso che ci si presenta davanti è quello di una ricercatrice, o meglio, un’ex ricercatrice, oggi politica, che chiede aiuto agli ex colleghi per la stesura di un dossier molto particolare.

Prima di tutto una premessa: in questa sede non mi interessa dare giudizi sulle idee sull’operato politico della persona in questione, né su quello del suo partito, tutto ciò che mi interessa è la questione scientifica.

Andiamo con ordine: sabato 5 ottobre compare un’aggiornamento di stato sul profilo dell’onorevole Elena Fattori, senatrice della repubblica e membro delle commissioni agricoltura e politiche comunitarie, e, come dicevamo, ex ricercatrice biomedica.

Il testo è il seguente:

2013-10-16_103607

Appello agli scienziati che seguono questa pagina!
OGGETTO MAIS TRANSGENICO MON 810
Stiamo portando aventi una battaglia per evitare l’invasione di questo mais OGM.
Per invocare la clausola di salvaguardia occorre un dossier scientifico sull’argomento che ad oggi manca. Le informazione e gli studi sono vaghi e purtroppo la politica e gli intessi si mescolano ai dati scientifici. Mi servirebbe aiuto per produrre un dossier totalmente ASETTICO e SCIENTIFICO che sia diviso più o meno così:
[omissis]
Vorrei realizzare una task force che in tempi decenti raccolga tutti i dati in letteratura e faccia una relazione su questi punti. Chi vuole partecipare mi scriva su: elena.fattori@senato.it, magari dicendomi la specializzazione e su quali di questi punti voglia lavorare così organizziamo dei gruppi.

Apparentemente nulla di strano, direte voi, anzi, una volta tanto si chiede di realizzare un dossier scientifico anziché affidarsi a preconcetti o ideologie.

Stop.

Parliamo di metodo scientifico. Le basi le dovreste conoscere tutti, visto che si studiano alle scuole elementari:
1 – Osservare un fenomeno
2 – Formulare un’ipotesi sul suo funzionamento
3 – Effettuare un esperimento per verificare la presenza di errori nella nostra teoria
4a – Se l’esperimento evidenzia che ci sbagliavamo modificare la teoria
4b – Se l’esperimento non rivela errori continuare a sperimentare finché nuove evidenze non ci fanno modificare la teoria
Fin qui tutto molto semplice. Ricordiamoci che la nostra teoria si considera per principio falsa, e che gli esperimenti che facciamo hanno lo scopo di scoprire gli errori (falsificare la teoria). Più a lungo rimaniamo senza trovare errori più la teoria “ci piace”. Dopo un numero sufficiente di esperimenti la si potrà considerare senza ombra di dubbio “dimnostrata”.

Ok, ma dopo? Una volta che gli scienziati hanno sperimentato a sufficienza, come facciamo a trarre delle conclusioni? Anche qui le basi sono piuttosto semplici. gli scienziati pubblicano i loro risultati su riviste scientifiche, le quali li accettano dopo un processo di revisione, e queste pubblicazioni vengono indicizzate in appositi database che possiamo consultare per sapere come stanno le cose. Nell’insieme queste pubblicazioni formano quella che gli addetti ai lavori chiamano “letteratura scientifica”.

Torniamo alla senatrice Fattori. In sostanza ciò che lei sta chiedendo è proprio questo, una ricerca nella letteratura scientifica riguardante i risultati finora ottenuti sul mais GM MON 810. Dov’è allora l’errore (tralasciando la stranezza di porre una simile richiesta su facebook, anziché rivolgersi a qualche istituto scientifico)? Se cercate bene lo troverete nel primo paragrafo, dove dice “Stiamo portando aventi una battaglia per evitare l’invasione di questo mais OGM” e “Per invocare la clausola di salvaguardia occorre un dossier scientifico sull’argomento“. Notate niente? Se ci fate caso la senatrice ha già esplicitato quali devono essere le conclusioni dello studio: evitare l’invasione di questo mais e invocare la clausola di salvaguardia. In pratica ha posto una conclusione e ha chiesto agli scienziati di trovare prove di questa sua conclusione.

C’è bisogno di spiegare perché è sbagliato trarre le conclusioni prima e raccogliere i dati poi? Diciamo di sì. Il motivo è che questo ci porta ad una nota fallacia logica chiamata cherry picking, nota anche come fallacia dell’evidenza incompleta. Infatti se non ci limitiamo a cercare tutto ciò che di scientifico è stato scritto in materia ma cerchiamo appositamente prove a favore della nostra conclusione preferita, probabilmente le troveremo, ma ignoreremo anche tutte quelle contrarie, comprese anche quelle che eventualmente confutano specificamente le nostre. In questo caso ciò che conta è l’insieme delle evidenze, non le singole evidenze a favore di ciò che crediamo.

Se non tenessimo conto di questo ci lascerebbe alquanto stupiti l’affermazione della Fattori secondo cui un dossier scientifico sul MON 810 “ad oggi manca”, per non parlare di quando scrive che “gli studi sono vaghi”. Ci stupirebbe assai perché in realtà di dossier scientifici completi ne esistono eccome, e sono quelli realizzati dall’EFSA (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) e dall’FDA (il suo corrispettivo statunitense) basandosi su oltre quindici anni di studi, che concludono che il mais MON 810 è sicuro sia dal punto di vista alimentare che da quello ambientale (i due linkati sono solo per esempio, solo sul sito dell’EFSA si trovano centinaia di documenti in merito, aggiornati annualmente).

Il cherry picking è figlio di un particolare bias cognitivo (i bias cognitivi sono dei piccoli “errori” insiti nel funzionamento della nostra mente che ci impediscono in certe condizioni di ragionare in maniera logica) noto come bias di conferma, che ci porta a selezionare e prestare più attenzione a quelle informazioni che sono più vicine a ciò che noi crediamo.

Come si evita allora di cadere in questo errore? Innanzitutto evitare di giungere alle conclusioni in anticipo è già un buon inizio. In secondo luogo si può ridurre sensibilmente il fattore soggettivo lavorando in un certo senso “bendati”: si pongono innanzitutto delle condizioni iniziali di qualità, che ci dicono quali studi potranno essere inclusi nella nostra ricerca. Per esempio per gli studi di tossicità si richiederà un numero minimo di partecipanti e l’uso del doppio cieco randomizzato. Il secondo step è quello di prendere tutte le pubblicazioni scientifiche sull’argomento che soddisfino i requisiti, indipendentemente dalle conclusioni a cui giungono. Infine si analizzano queste pubblicazioni con gli appositi strumenti statistici e a questo punto si traggono le conclusioni basandosi sui dati ottenuti. Questo sistema si chiama review sistematica, ed è quello comunemente utilizzato dagli scienziati.

Siamo sicuri che invece l’approccio della senatrice Fattori non possa funzionare? Sì, lo siamo perché i nostri politici non sono stati i primi a cercare di manipolare la scienza a loro favore in questo campo. Ci sono stati altri che ci hanno provato prima di loro, ultimi in ordine di tempo i francesi, il cui dossier era stato ovviamente bocciato dall’EFSA, così come tutti quelli che lo avevano preceduto.

Aggiornamento: il seguito

Ho commesso un errore: Mi sono andato a leggere i commenti presenti sotto il testo della Fattori, e ora mi sento in dovere fare un paio di considerazioni. Se volete leggervi l’intera discussione, la trovate qui, anche se non è facile seguire dato che facebook di default non mette più i commenti in ordine cronologico.

Nel giro di poche ore sotto l’ormai noto “appello agli scienziati” sono comparsi più di 200 commenti. La notizia agli scienziati gli è arrivata sul serio e in un lampo si scatenato l’inferno. Tra i commentatori molti si sono qualificati come scienziati e hanno fatto notare la poca correttezza del chiedere la realizzazione di un dossier scegliendo a priori le conclusioni a cui dovrà giungere, altri hanno segnalato i dossier dell’EFSA e diversi altri studi. In poco tempo sono comparsi tra i commentatori i nomi di biologi noti e di diversi giornalisti scientifici. Quasi tutti affermavano la stessa cosa: gli studi esistono e giungono a conclusioni opposte rispetto a quelle che vorrebbe lei.

Le risposte della senatrice sono illuminanti. Le prime sono tutte variazioni sul tema del “io sono una scienziata, gli OGM li conosco, voi no quindi state zitti”. E così arriviamo alla seconda fallacia logica della giornata: l’appello all’autorità, in questo caso la sua. Tralasciamo per un momento il fatto che in ambito scientifico l’appello all’autorità non ha alcun valore, perché contano solo i dati di fatto e i risultati degli studi scientifici, e invece chiediamoci: ma Elena Fattori si può davvero considerare un’autorità in campo di OGM, al punto da poter zittire altri biologi che non concordano con lei? Vediamo, se cerchiamo su PubMed vediamo che la Fattori, escludendo le omonimie, ha una quarantina di pubblicazioni principalmente riguardanti la preclinica di un vaccino contro l’epatite c, realizzato con virus modificati e alcuni lavori con topi transgenici. A quanto risulta non ha mai partecipato ad alcuno studio sulle biotecnologie vegetali, men che mai su piante geneticamente modificate, né risulta che abbia studiato gli effetti degli OGM al di fuori dei laboratori. In altre parole no, non è affatto un’autorità in materia, non può permettersi di zittire i suoi colleghi, soprattutto se questi le presentano studi e pubblicazioni sull’argomento.

Nella seconda trance di risposte invece la Fattori cambia tattica, accusando di volta in volta il suo interlocutore di non essere “un vero scienziato”. E con questa fanno tre fallacie Elena, a cinque vinci un premio? La fallacia in questione è nota come no true scotsman (nessun vero scozzese), e consiste nel cambiare arbitrariamente il proprio target sulla base di ciò che si vuole dimostrare. In altre parole la Fattori si è rivolta inizialmente agli scienziati, ma vedendo che questi non concordavano con lei ha deciso di rivolgersi ai “veri scienziati”, escludendo automaticamente da questo insieme chiunque non fosse del suo stesso parere. Non dubito che anche quando sarà il momento di analizzare le pubblicazioni scientifiche accetterà solo la “vera scienza” con questo intendendo quelle pubblicazioni che confermano i suoi preconcetti.

Infine, ormai assediata, la Fattori conclude che “la scienza fa paura a tutti”. E una volta tanto sono d’accordo, signora senatrice, la scienza può far paura, soprattutto a chi cerca di manipolarla e strumentalizzarla per i propri fini politici.