L’uomo è lanciatore

Da parecchio tempo va di gran moda un certo luogo comune. Si tratta dell’idea, forse intuitiva, che il successo evolutivo dell’uomo sia dovuto principalmente, se non in maniera esclusiva al suo intelletto superiore.

Non che sia del tutto sbagliato, intendiamoci, la nostra intelligenza unica è sicuramente importante, ma fino ad un certo momento ci siamo evoluti senza di essa, alla pari con diverse specie che, al contrario dei nostri antenati, non hanno lasciato discendenti. Si potrebbe dire che anche la nostra intelligenza è stata una conseguenza del nostro successo evolutivo, e solo da un certo momento in poi ne è stata la causa. A leggere i sacri testi® si scopre che i principali fattori ai quali dobbiamo la nostra posizione attuale sono un’ottima mobilità e una sessualità vigorosa.

Difatti l’uomo si sposta con grande facilità e velocità, sulle medie distanze può battere canidi e felini, su quelle lunghe compete con i cavalli (e no, voi che passate tre quarti del periodo di veglia su una sedia e il restante quarto sul divano non andate bene come esempio). Inoltre si può riprodurre in qualsiasi stagione dell’anno, con intervalli molto brevi fra un evento riproduttivo e l’altro (per i maschietti teoricamente senza alcun intervallo), e non è una cosa comunissima tra i mammiferi.

Di pari passo col mito dell’uomo che sopravvive solo grazie al suo intelletto avanza l’idea che l’uomo sia fisicamente inadatto alla caccia, e che abbia sopperito con l’ingegno a questa sua incapacità.

Prometeo incatenato, di Nicolas-Sébastien Adam

Quest’idea ha origini antichissime: il mito di Prometeo in tutte le tradizioni si apre dicendo che mentre gli dei distribuivano le qualità ai mortali e davano ai vari predatori forza, denti acuminati e artigli, all’uomo toccarono l’intelligenza e la memoria (e la grazia, riportano alcuni), lasciandolo così indifeso di fronte alla natura. Fu questo il motivo per il quale il titano Prometeo rubò agli dei il fuoco per farne dono agli umani, che amava e che voleva salvare.

A ben vedere basterebbe pensarci un attimo usando il buonsenso per rendersi conto che un animale fisicamente incapace di cacciare non incomincerebbe a farlo, e se ci provasse fallirebbe, mentre le prove fossili ci mostrano che gli ominidi erano cacciatori di grande successo fin dai tempi dei nostri progenitori Homo erectus. Come è possibile allora che l’uomo sia diventato uno fra i cacciatori più efficienti che il nostro pianeta ricordi, ben prima di inventare le armi da fuoco o persino di imparare a lavorare il ferro?

Semplice: così come tutti i predatori, l’uomo è una perfetta macchina di morte, il suo corpo si comporta estremamente bene quando si tratta di uccidere, e non ha nulla da invidiare alle bestie che un tempo definivamo “feroci”.

Sin da quando la zona dell’Africa abitata dai nostri predecessori si trasformò da giungla in savana a causa di un raffreddamento globale, gli ominidi si trovarono con alcune caratteristiche che li ponevano in vantaggio. Innanzitutto avevano entrambi gli occhi posti frontalmente alla testa. Questa caratteristica è tipica dei predatori, perché permette tramite la visione stereoscopica di percepire la profondità, e quindi di valutare le distanze. Nei primati tale funzione derivava dalla necessità di spostarsi nell’ambiente arboricolo della foresta pluviale, evitando se possibile di cascare da un ramo e rompersi l’osso del collo. La maggior parte dei mammiferi erbivori, per contro, ha gli occhi sui lati della testa, di modo da poter avvistare un predatore da qualunque angolo questo si avvicini. Inoltre gli avi si trovavano con una singolare dentatura, nella quale si contavano otto denti atti ad incidere e quattro atti a lacerare, segno che, come i nostri attuali cugini bonobo e scimpanzé, non disdegnavano un occasionale pasto di carne da catturare e consumarsi tra gli alberi.

Altre cose che favorirono gli ominidi primitivi furono la capacità di assumere la stazione eretta, che erano abituati a mantenere sorreggendosi ai rami, e gli arti prensili. Col passar del tempo, in un ambiente che era sempre meno foresta e sempre più prateria, gli scimmioni iniziarono a passare sempre più tempo eretti, allo scopo di vedere a distanze maggiori. Questo fece sì che gli arti posteriori perdessero a poco a poco la capacità prensile, mentre quelli anteriori si trovavano liberi di essere utilizzati in altro modo.

Stop.

Vi propongo un esperimento. Immaginate di dover lanciare un oggetto, diciamo qualcosa delle dimensioni e del peso di un piccolo sasso, o di una palla da baseball. Alzatevi in piedi, immaginate l’oggetto nella vostra mano, focalizzatevi su un punto lontano, il più lontano possibile (se siete in una stanza immaginate uno spazio aperto), caricate il tiro…

Stop.

Scommetto quello che volete che avete tirato indietro un braccio, quasi parallelo al terreno, in direzione opposta a quella in cui volevate tirare, e che contemporaneamente avete portato avanti l’altro braccio, quasi ad indicare dove stavate mirando, tenendo il busto di profilo rispetto alla direzione del tiro.

Ebbene, voi non lo sapete, ma il vostro istinto vi ha portato a sfruttare una delle caratteristiche che hanno consentito all’uomo di cacciare così bene. Quando allungate le braccia in quella posizione i vostri tendini si allungano, come se tendeste l’elastico di una gigantesca fionda. Infatti se ci provate potrete constatare che è una posizione che non si può mantenere a lungo. Quando completate il tiro, portando un braccio in avanti e in alto e l’altro indietro e in basso, l’energia elastica si rilascia, consentendovi di scagliare l’oggetto con una forza che vi stupirebbe.Tale capacità non esiste in nessun altro primate, è un’esclusiva dell’uomo.

È quel che hanno scoperto i ricercatori di Harward e della George Washington University, che calcolano che questo sia il movimento più potente che l’uomo può effettuare.

Ma questa incredibile capacità non si è sviluppata per caso, né crediamo che gli uomini di 150 mila anni fa giocassero a cricket per passare il tempo. D’altra  parte non è difficile pensare come il nostro eroe, una volta in piedi e con le sue nuove mani libere, abbia avuto l’idea di tirare un sasso. E poi di tirarlo mirando a qualcosa, come ad esempio un predatore esausto che aveva appena ucciso la sua preda, così da metterlo in fuga quando era solo mezza mangiata e da poter avere la carne e soprattutto il midollo osseo, ricco di nutrienti.

Dal tirare ai predatori e agli spazzini a tirare direttamente alla preda per stordirla e poi ucciderla il passo è breve. E dal tirare un sasso a tirare un bastone acuminato il passo è ancora più breve. E da lì ad usare lo stesso movimento a distanza ravvicinata per colpire direttamente la preda (magari già stordita a distanza) con una clava, rompendo la colonna vertebrale e schiacciando il cervello, non ci vuole poi molto. Al resto ci arrivate da soli.

Quindi, la prossima volta che qualcuno vi dice che l’uomo non è fisicamente adatto alla caccia, o che non ha l’istinto del cacciatore, chiedetegli di lanciare una palla da baseball!

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9 thoughts on “L’uomo è lanciatore

  1. Penso che l’uomo sia la macchia perfetta che si sia mai avuta nella storia. al di là di ogni diceria che vuole fuorviare, l’uomo riesce ad adattarsi ovunque e quasi in qualsiasi situazione. ogni nostro gesto, a dire il vero, è una conseguenza di una tradizione millenaria, dalla caccia alla stessa attività fisica, al senso più ancestrale dell’accoppiamento, che, come si sa, è la via per tramandare i propri geni. E tante cose possono essere spiegate attraverso lo studio del comportamento dell’uomo primitivo. Ad esempio perchè l’uomo non concepisce il tradimento mentre la donna nella maggior parte dei casi lo accetta, perchè alcuni suoni ci fanno venire i brividi e la pelle d’oca…… e così via.

  2. Qual è il vantaggio specifico di una riproduzione non stagionata? Non dire banalmente la possibiiltà di maggior prole, dal momento che l’essere umano deve fornire cure parentali maggiori rispetto agli altri mammiferi (neotenia) che non gli permettono di gestire contemporaneamente grandi quantità di prole…

    • E invece è proprio “banalmente” la possibilità di avere maggior prole, o per dirla in termini corretti, una fitness più alta. Un maschio e una femmina si possono incontrare ed accoppiarsi in qualunque periodo dell’anno, senza che l’incontro sia “produttivo” solo se avviene nella stagione degli amori, quando le femmine vanno in estro. Una riproduzione stagionale è invece tipica delle specie adattate molto bene ad uno specifico clima (e solo a quello), che compensano lo svantaggio di avere un periodo riproduttivo breve con il vantaggio di avere i nuovi nati sempre nel periodo dell’anno migliore per loro. Per contro l’uomo può sfruttare qualsiasi stagione e qualsiasi clima, il che contribuisce a permettergli di occupare un areale molto più vasto.

      Tieni presente che a dover fornire le cure parentali in queste specie è di fatto solo la madre (occhio che sto parlando di zoologia, non di società), mentre il padre teoricamente può andarsene in giro ad ingravidare quante più femmine possibile, avendo quindi una fitness molto più alta. Nelle specie “stagionali” invece il maschio deve utilizzare un periodo limitato con un numero limitato di femmine, se non una sola.
      Inoltre nell’uomo, a differenza di altre specie, nulla vieta ad una donna di portare avanti una nuova gravidanza mentre fornisce cure parentali al figlio. Non sarà il massimo per la sua salute, ma in un mondo in cui comunque non si viveva più di 40 anni non è che facesse molta differenza. Senza contare che in questo modo si faceva fronte alla mortalità infantile: se il cucciolo moriva la stagione riproduttiva non era necessariamente sprecata. Oltre a tutto ciò, questo fa sì che i maschi dominanti non abbiano la tendenza ad uccidere i cuccioli altrui per riportare le femmine in estro, cosa che avviene in numerose specie di mammiferi.

      Mi fermo qui, ma come vedi i vantaggi in termini di “maggior prole” sono innumerevoli.

      • Grazie della risposta — mi rendo conto solo ora, rileggendo, che era scappata una “i” dal mio commento: dìre ==> dirèi; il typo ha dato al commento un tono perentorio che non volevo affatto dargli, grazie della pazienza.

      • Grazie a te, mi fa sempre piacere discutere il contenuto degli articoli. Purtroppo in un singolo articolo non ci si può dilungare troppo su ogni aspetto, quindi rimangono sempre dei punti da analizzare più in profondità.
        Alla prossima.

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