Perché andiamo nello spazio?

Space_explorationMercoledì 12 ottobre la sonda Rosetta, dopo aver viaggiato per oltre 10 anni e aver percorso sei miliardi e mezzo di chilometri si è separata dal lander Philae, il quale è atterrato sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, ad una distanza di oltre mezzo miliardo di chilometri dalla terra. Mai nessuno l’aveva fatto prima.

Non sarò certo io a spiegarvi perché è una cosa eccezionale, altri l’hanno già fatto meglio di me. Oggi volevo parlare di un’altra cosa. Infatti anche stavolta, come ogni volta che si parla di missioni spaziali, si è alzato un coro di persone che chiede a gran voce: qual è l’utilità di tutto questo? Le missioni nello spazio sono costose e lunghe, non sarebbe meglio usare quei soldi e quelle energie per risolvere i nostri problemi qui sulla terra?

Proverò quindi a rispondere a questa domanda, proverò a chiedermi anch’io: perché andiamo nello spazio?

1 – Per conoscere l’universo

Ebbene sì, il principale motivo per cui effettuiamo missioni spaziali è la ricerca scientifica, e quindi alla base ci sono le stesse ragioni qualsiasi ricerca scientifica: espandere le nostre conoscenze sull’universo e sulle leggi che lo regolano.

La ricerca della conoscenza, l’indagine su chi siamo e sulla natura che ci circonda, è ciò che ci distingue dagli australopitechi che vagavano sulla terra quattro milioni di anni fa. Si tratta in effetti dello stesso impulso che ha spinto i nostri antenati ad esplorare la terra e i suoi misteri, a cercare nuove soluzioni a vecchi problemi e a costruire il mondo come lo conosciamo oggi.

Questo naturalmente non è percepito come un buon motivo dai detrattori, perché costoro quando chiedono “qual è l’utilità” in realtà intendono “cosa me ne viene in tasca a me”.

Molti a questo punto risponderebbero, in maniera molto prudente, che le scoperte scientifiche fatte potrebbero avere delle applicazioni pratiche in futuro. In realtà però quel condizionale deriva dalla mania degli scienziati di essere sempre formalmente corretti. La verità è che, vista la mole di dati scientifici di cui stiamo parlando, è virtualmente certo che queste scoperte scientifiche avranno applicazione pratica. Nella storia dell’esplorazione spaziale è sempre stato così e non si vede perché non debba esserlo in futuro.

Se anche l’atterraggio fosse fallito, o se il lander si staccasse adesso, anche solo la ricerca necessaria per far arrivare la sonda fino alla cometa ha già prodotto un progresso scientifico enorme, di cui già adesso possiamo ipotizzare possibili applicazioni pratiche.

2 – Perché andare nello spazio produce tecnologia

Molte parti della tecnologia che state usando per leggere quest’articolo, e che avete usato per lamentarvi che l’esplorazione spaziale costa troppo, sono figlie di tecnologia prodotta inizialmente per le missioni spaziali.

Si chiamano spinoff tecnologici, tecnologie prodotte per lo spazio che hanno trovato applicazione in altri campi. Ad esempio le membrane utilizzate durante il programma Apollo per filtrare i liquidi sono oggi una parte fondamentale delle macchine per l’emodialisi, che tiene in vita chi soffre di grave insufficienza renale. Ad esempio le lenti e gli specchi sviluppati per i telescopi spaziali sono utilizzati in microchirurgia. Ad esempio i polimeri resistenti al calore utilizzati nelle moderne automobili furono sviluppati inizialmente per lo Space Shuttle. Mi fermo perché gli esempi sono letteralmente migliaia.

E se non bastasse il fatto che molto di ciò che utilizziamo nella nostra vita non esisterebbe senza le missioni spaziali, si può aggiungere anche che gli spinoff tecnologici creano ricchezza. Ad esempio il programma Apollo (quello che portò l’uomo sulla luna) durò dal 1960 al 1969, e fu finanziato ogni anno con una cifra che è andata da un minimo di 3 ad un massimo di 33 milioni di dollari. Nel 1989 fu calcolato che il ritorno economico dovuto agli spinoff tecnologici era stato di 22 miliardi di dollari, quindi notevolmente superiore al costo dell’intero programma.

3 – Perché l’esplorazione spaziale crea lavoro

Una missione spaziale, come già detto, richiede un sacco di lavoro. E di conseguenza un sacco di persone che questo lavoro lo svolgano. Si va dal direttore di volo a quello che pulisce i pavimenti dalla sala controllo

Si aggiunga che le agenzie spaziali che organizzano le missioni non producono quasi niente in proprio. Fanno dei bandi e si rivolgono ad enti pubblici e privati. Ed ognuno di questi enti paga delle persone per svolgere il lavoro.

Questo significa operai, tecnici, ingegneri, programmatori, progettisti, ricercatori, giovani dottorandi, ma anche impiegati, amministratori, contabili ecc. E il lavoro produce tanti vantaggi, fra cui le tasse che si riversano nelle casse degli stati con un impatto positivo su tutta l’economia. Proseguendo con l’esempio del programma Apollo, questo ha creato circa 325000 posti di lavoro, con un ritorno per le casse nazionali di 365 milioni di dollari (si consideri che si parla di soldi degli anni sessanta), quindi ancora una volta cifre superiori al costo del programma.

Senza contare tutti gli effetti secondari di questo fenomeno (apertura di nuove aziende crescita del commercio ecc.), che fanno sì che l’impatto economico di un programma spaziale su un paese sia notevole.

4 – Perché favorisce la collaborazione tra nazioni

C’è chi ritiene che uno degli eventi fondamentali della distensione (il processo che portò alla fine della guerra fredda) sia stato il programma Shuttle-Mir, che vide collaborare le agenzie spaziali Sovietica e Americana. Da allora la collaborazione delle due nazioni nello spazio non è mai cessata.

Se guardiamo alla Stazione Spaziale Internazionale, che di quel programma è direttamente figlia, vediamo 24 paesi che collaborano pacificamente per poterla utilizzare e poterne così godere i vantaggi. E uno dei principali paesi coinvolti è il nostro.

Prendiamo la missione Rosetta. È stata realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea, che riunisce diciotto paesi dell’Unione Europea più Svizzera e Norvegia (più altri quattro paesi PECS). Per realizzare missioni come questa i vari paesi membri devono parlare e accordarsi. E se da questa missione ricavano benefici la prossima volta saranno più propensi a parlare e accordarsi di nuovo. È un circolo virtuoso.

Forse non sarà l’esplorazione spaziale a portare pace e armonia tra le nazioni, ma di sicuro ha un ruolo importante da giocare.

5 – Perché è il modo migliore per spendere quei soldi

Innanzitutto chiariamo una cosa: i soldi non si spostano a piacere. Non è che se togliamo tot milioni di euro all’agenzia spaziale poi li possiamo usare come ci pare.

Ma immaginiamo pure per assurdo un mondo dove non esistono ministeri né dipartimenti, senza leggi di stabilità ne bandi di concorso, un mondo insomma dove il governante assoluto abbia il potere di prendere i soldi pubblici e destinarli a ciò che più gli garba, o che ritiene più utile.

Facciamo ora due conti. La missione Rosetta è costata circa 1,4 miliardi di euro, che fa circa 3,50 euro per ogni cittadino europeo. Considerando che la durata della missione è di quasi 12 anni* fanno più o meno 30 centesimi di euro all’anno per ogni europeo. Non cifre da capogiro quindi.

Ora, nel nostro ipotetico mondo, come avremmo potuto spendere quei soldi? Per esempio avremmo potuto comprarci mezzo sommergibile nucleare, oppure una decina di F35. Oppure volendo restare nel settore civile potremmo comprare ben quattro Airbus A380 o costruire circa 30 chilometri di autostrada.

Ora il mo obiettivo non è fare facile benaltrismo, ma solo far notare che le missioni spaziali, che sembrano costosissime, sono in realtà piuttosto economiche. Il solo stato italiano in un solo anno spende per la difesa l’equivalente di 15 missioni Rosetta. Non voglio in nessun modo suggerire che quelle siano spese inutili o meno utili (ho citato la difesa perché curiosamente è quella di cui è più facile reperire le cifre) ma soltanto mettere in chiaro che i soldi destinati all’esplorazione spaziale sono briciole.

Se stiamo cercando sprechi di soldi pubblici le agenzie spaziali sono molto probabilmente il posto sbagliato dove cercare. Di soldi pubblici ne prendono talmente pochi che per ottenere i risultati che ottengono devono stare attente a non sprecarne niente.

E poi, avendo 30 centesimi da spendere, usarli per andare su una cometa non mi sembra una brutta idea.

Thanks Phil! XKCD | CC-BY-NC | Click for details

Se qualcuno non fosse ancora convinto vi rimando all’articolo Perché spendere tanto per lo Spazio? sul Post

*Quel “quasi 12 anni” tiene conto solo del tempo in cui Rosetta è stata effettivamente in volo, da marzo 2004 a dicembre 2015 (fine prevista della missione). A voler fare i pignoli la missione Rosetta è stata approvata nel 1993 ed è partita nel 1996, il che porterebbe a 19 anni il tempo su cui vanno spalmati i costi.

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Sei cose che probabilmente non sai su Ebola

Come tutti in questi giorni, sto seguendo con preoccupazione l’outbreak di Ebola in Africa occidentale, e come tutti mi tocca purtroppo leggere i giornali,e talvolta commetto l’errore di soffermarmi sui commenti presenti sui siti delle testate online o sui social network. Colpito dalla quantità di stupidaggini che ho letto in giro, spesso a sfondo ideologico, ho deciso di fare chiarezza su alcuni punti che a quanto pare sono oscuri per la maggior parte delle persone, e sui quali i media non sembrano intenzionati a documentarsi.

Ebola si trasmette principalmente attraverso il sangue

Sanitari impegnati nell’assistenza ai malati di EVD indossano le protezioni

La malattia che chiamiamo ebola si chiama Ebola Virus Disease (in breve EVD), il che sta ad indicare che è causata, appunto, dal virus Ebola. L’infezione da parte di questo virus causa una febbre emorragica. Nella fase finale della malattia il paziente ha copiose emorragie praticamente da ogni orifizio. Il contatto con il suo sangue in questa fase porta quasi sicuramente all’infezione. È per questo che i sanitari impegnati nell’assistenza ai malati di EVD sono particolarmente esposti. Avvicinarsi ad un malato senza camice, guanti, mascherina e occhiali protettivi equivale ad ammalarsi. Gli altri fluidi corporei in questa fase sono infettivi quanto il sangue. È questo il sistema sfruttato dal virus per diffondersi velocemente da persona a persona. I cadaveri delle persone infette inoltre rimangono infetti per diverso tempo, quindi anche il trattamento delle salme è pericoloso.

Ebola ha un vettore

Pteropodidae Anton Croos at Wikimedia Commons CC BY-SA-3.0 (click for details)

Abbiamo detto che l’EVD è causata da un virus, e sappiamo che i virus non sopravvivono a lungo nell’ambiente all’esterno dell’ospite. Come è possibile quindi che il virus Ebola scompaia anche per anni per poi ricomparire in luoghi diversi? Una volta che non ci sono più umani infetti non dovrebbe sparire per sempre come il vaiolo?

Purtroppo no. Infatti l’uomo non è l’unico ad essere suscettibile al virus ebola. Molti animali, fra cui diversi primati, possono essere infettati, e a loro volta infettare l’uomo tramite morso o il contatto con una carcassa. Questo fa sì che nei periodi in cui nessun umano è infettato dal virus questo sia presente in altre specie. Non ci sono ancora evidenze definitive, ma sembra che l’ospite naturale del virus sia il pipistrello della frutta (Pteropodidae), nel quale il virus, pur infettandolo, non provoca febbre emorragica né, per quanto ne sappiamo, alcuna malattia grave.

Per queste ragioni è molto improbabile che il virus arrivi in Europa attraverso l’immigrazione

Uno dei timori più diffusi in Italia e nel resto d’Europa è che il virus possa arrivare nel nostro paese attraverso i flussi migratori. È di pochi giorni fa la notizia di un uomo morto a causa di un attacco cardiaco su un volo proveniente dal Ghana e diretto a Roma, che ha portato, almeno a credere ai titoli di giornale, alla “paura Ebola” a bordo dell’aereo, nonostante la persona in questione non avesse alcun sintomo di EVD e il volo provenisse da un paese in cui non risultano casi. È di oggi stesso (10 settembre) la notizia di una donna rientrata in Italia dalla Nigeria fattasi visitare per una febbre di natura ignota, che ha portato all'”allarme ebola”, senza che nessuno nominasse l’ipotesi più ovvia, che poi era quella vera: malaria. Qualche cretino sul web se ne esce addirittura sostenendo che «la prima cosa che si fa in caso di epidemia è chiudere le frontiere».

In realtà un outbreak di ebola in Europa è molto improbabile per una serie di ragioni. La malattia ha un tempo di incubazione piuttosto breve, normalmente inferiore ad una settimana. In qualche caso si raggiungono i 10 giorni, ma comunque per protocollo se si viene esposti è necessario attendere almeno 21 giorni prima di poter escludere l’infezione, a meno che le analisi di laboratorio non la escludano prima. Dato che nessuna compagnia permetterebbe ad un passeggero affetto da febbre emorragica di viaggiare è necessario che una persona proveniente dai tre paesi in cui è presente l’infezione (Guinea, Liberia e Sierra Leone) prenda un aereo nei primissimi giorni dopo l’esposizione al virus. Sono da escludere i cosiddetti “viaggi della speranza”, che durano molto di più di dieci giorni.

Ma in effetti per quanto improbabile non si può escludere che una persona entrata in contatto con un malato di EVD decida di prendere un aereo per l’Europa nei primi giorni della sua infezione. Tuttavia fino alla comparsa delle emorragie quella persona sarebbe sostanzialmente non contagiosa, il che significa che con ogni probabilità si troverebbe isolata in un reparto di terapia intensiva ben prima di poter contagiare qualcuno.

E qui arriviamo al punto fondamentale, e cioè il fatto che in Europa non è presente il vettore, non c’è il pipistrello che potrebbe portare in giro il virus e diffonderlo anche in assenza di contagio da persona a persona.

Quindi è impossibile che il virus causi un’epidemia qui da noi? No, solo molto improbabile. E ad essere maggiormente a rischio non sono gli immigrati, ma gli europei che assistono i malati: medici, infermieri, volontari, missionari ecc., che rientrano nel proprio paese.

Ebola non può causare uno sterminio di massa

Il virus Ebola è molto contagioso. Come già detto basta un qualsiasi contatto con i fluidi corporei di una persona malata per infettarsi. E ogni volta che nuove persone si infettano aumenta la probabilità di entrare in contatto con qualcuno di loro, e quindi il contagio diventa più veloce. Da un punto di vista matematico diciamo che cresce in maniera esponenziale, se disegnassimo questa crescita ci apparirebbe così:

Grafico funzione seponenziale

Ma nessun modello nella realtà procede all’infinito. Sappiamo infatti che ad un certo punto si arriverà ad una situazione in cui la “densità” di infetti è talmente alta che è difficile che uno di loro si incontri con un non infetto: si incontreranno principalmente tra di loro. Quando questo avverrà il contagio comincerà a rallentare, e la curva di prima assumerà un andamento sigmoide:

Grafico andamento sigmoide

In pratica il numero di nuovi casi diminuirà fino ad arrivare a zero, e a quel punto diminuiranno anche i casi totali, man mano che gli ammalati guariscono o muoiono.

Questo non significa che non sia estremamente grave

L’EVD ha una mortalità altissima. Nei contesti rurali e sottosviluppati in cui è comparsa in passato si sono raggiunte punte del 90% di mortalità. Attualmente, con un contesto diverso con la migliore assistenza medica disponibile si è riusciti a far scendere questo valore fino al 50% (al 31 agosto 2014 si contano 1841 morti su 3685 casi), che rimane comunque uno dei più alti che esistano. Quello che ci sembra rassicurante finché si parla di numeri e di curve diventa improvvisamente agghiacciante se si pensa che si sta parlando di vite umane. E che per il momento non c’è alcuna cura.

Se finora le epidemie di ebola avevano colpito sempre villaggi isolati in zone rurali, limitando quindi rapidamente il contagio, oggi per la prima volta l’epidemia ha colpito una grande città (Conacry, la capitale della Guinea) e si è estesa ad altre. Questo è quindi il più grave outbreak di ebola che si sia mai registrato.

Bisogna inoltre ricordarsi che non siamo neanche vicini al punto in cui il contagio dovrebbe rallentare. Se 3500 vi sembra un numero piccolo forse non state tenendo a mente che sono comparsi tutti in poco più di cinque mesi, un tempo incredibilmente breve. È inoltre da notare che secondo l’ultimo report (datato 28 agosto 2014) il 40% di quei casi si è verificato negli ultimi 21 giorni. Come mostra anche questo grafico siamo nel pieno della fase esponenziale:

Casi totali e decessi totali nel tempo, estratto dal Situation report update dell'8 settembre 2014

Casi totali e decessi totali nel tempo, estratto dal Situation report update dell’8 settembre 2014

L’epidemia quindi sta accelerando sempre di più. Conoscendo il modello è possibile fare qualche previsione, e queste non sono confortanti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità prima di riportare la situazione sotto controllo si arriverà a ventimila casi. Il che con gli attuali tassi significa diecimila morti. Se non riuscite a dare un senso a questo numero pensate che è pari circa a tre volte il numero di morti per incidente stradale in un anno in Italia, a tre volte e mezzo il numero di morti dell’11 settembre o a quasi sei volte il numero di morti all’anno per AIDS in Italia. E questo non è il worst case scenario. Quindi il fatto che prima o poi l’epidemia si autolimiterà non ci deve far pensare che non sia una delle più grandi tragedie che sta avvenendo in questo momento.

La cura per l’ebola (forse) arriverà presto, il vaccino non tanto

Il virus della stomatite vescicolare, su cui è basato uno dei vaccini sperimentali per l’ebola. Centers for Disease Control and Prevention

Tutti sanno del farmaco ZMapp che avrebbe curato con successo alcuni operatori sanitari affetti da EVD. Si tratta in sostanza di un siero a base di anticorpi monoclonali prodotti tramite topi, e finora era stato sperimentato solo sugli animali (sui primati per la precisione). È stato somministrato ai sanitari in base alle cosiddette “cure compassionevoli”, che consistono nel sottoporre pazienti che hanno poco da perdere a terapie che non hanno ancora completato l’iter di sperimentazione sugli umani ma che hanno già dato qualche prova di sicurezza ed efficacia.

Ora il farmaco deve essere sperimentato su larga scala, e naturalmente in via sperimentale sarà utilizzato per trattare i malati dell’epidemia in corso. Solo che questo richiede tempo: le fasi di ricerca vengono effettuate principalmente da laboratori relativamente piccoli, i quali ovviamente producono una quantità ridotta di farmaco. Ora è necessario avviare una produzione industriale, il che richiederà nella migliore delle ipotesi almeno un paio di mesi.

Allo stato attuale quindi per l’ebola non esiste alcuna cura, è possibile solo intervenire sulle conseguenze della malattia, cercando ad esempio di prevenire lo shock ipovolemico, che è la principale causa di morte.

Vi sono poi allo studio diversi vaccini, che tuttavia sono in una fase ancora più precoce del loro sviluppo. Il primo sarà forse pronto per le prime sperimentazioni per il prossimo ottobre. Il WHO ha comunque già commissionato la produzione di un certo numero di dosi da distribuire eventualmente agli operatori sanitari. I vaccini in fase più avanzata di sviluppo sono due, il VSV-EBO basato sul virus della stomatite vescicolare e il ChAd-EBO, basato su un adenovirus di scimpanzè, entrambi hanno dato segni di sicurezza e di efficacia sugli animali. A questi, oltre che al ZMapp, sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità sia diversi governi hanno stabilito di dedicare parecchie risorse.

È necessario notare che queste ricerche, che oggi sono sotto i riflettori, non sono certo cominciate ieri. La ricerca sul virus Ebola va avanti dagli anni ottanta, lontano dalle prime pagine dei giornali e spesso senza finanziamenti, ed è grazie a questa ricerca che oggi forse siamo vicini a risolvere il problema. Questo pone ancora una volta l’accento sul fatto che la ricerca va sostenuta e finanziata anche quando non sembra portare un risultato immediato. Se solo un anno fa qualcuno avesse chiesto fondi per la ricerca sul virus Ebola e sull’EVD avrebbe avuto grosse difficoltà ad ottenerli, perché l’ebola sembrava un problema remoto, non se ne parlava da anni, a nessuno importava.

Fonti e documentazione

World Health Organization, Statement on the WHO Consultation on potential Ebola therapies and vaccines, 05 settembre 2014

World Healt Organization Global Alert and Response,Ebola virus disease outbreak – west Africa, 04 settembre 2014

World Health Organization. Ebola Situation Report, 29 agosto 2014

World Health Organization, Ebola Response Roadmap, 28 agosto 2014

World Healt Organization Global Alert and Response,Ebola virus disease update – west Africa, 28 agosto 2014

World Health Organization, Anecdotal evidence about experimental Ebola therapies, 21 agosto 2014

World Health Organization, Ebola Fact Sheet

Medici Senza Frontiere | Ebola

Stanley DA, Honko AN, Asiedu C, Trefry JC, Lau-Kilby AW, Johnson JC, Hensley L, Ammendola V, Abbate A, Grazioli F, Foulds KE, Cheng C, Wang L, Donaldson MM, Colloca S, Folgori A, Roederer M, Nabel GJ, Mascola J, Nicosia A, Cortese R, Koup RA, Sullivan NJ. Chimpanzee adenovirus vaccine generates acute and durable protective immunity against ebolavirus challenge. Nat Med. 2014 Sep 7. doi: 10.1038/nm.3702. PMID: 25194571.

Wong G, Audet J, Fernando L, Fausther-Bovendo H, Alimonti JB, Kobinger GP, Qiu X. Immunization with vesicular stomatitis virus vaccine expressing the Ebola glycoprotein provides sustained long-term protection in rodents. Vaccine. 2014 Aug 27. pii: S0264-410X(14)01151-7. doi: 10.1016/j.vaccine.2014.08.028. PMID: 25173474.

Qiu X, Wong G, Audet J, Bello A, Fernando L, Alimonti JB, Fausther-Bovendo H, Wei H, Aviles J, Hiatt E, Johnson A, Morton J, Swope K, Bohorov O, Bohorova N, Goodman C, Kim D, Pauly MH, Velasco J, Pettitt J, Olinger GG, Whaley K, Xu B, Strong JE, Zeitlin L, Kobinger GP. Reversion of advanced Ebola virus disease in nonhuman primates with ZMapp. Nature. 2014 Aug 29. doi: 10.1038/nature13777. PMID: 25171469.

McCarthy M. US signs contract with ZMapp maker to accelerate development of
the Ebola drug. BMJ. 2014 Sep 4;349:g5488. PMID: 25189475

Test – Sei uno che non si fa fregare?

Smart people

Sei un credulone, servo del sistema e asservito inconsapevolmente alle lobby e alle multinazionali o sei davvero sveglio e pronto a fottere i potenti? Scoprilo con questo semplice test!

 

 

TEST

Indica come reagiresti se ti trovassi in queste situazioni

1 – Ti si rompe la macchina
a) Vado dal meccanico a farla riparare.
b) Cerco su internet il modo di ripararla, i meccanici lo fanno solo per soldi.
c) Non faccio niente, un tizio in TV ha detto che qualsiasi guasto a qualsiasi automobile può essere riparato gettando dell’acqua nel motore. Di certo non darò soddisfazione alle multinazionali delle auto che vogliono solo fare soldi vendendo pezzi di ricambio! Sono loro con la complicità dei meccanici che ci fanno rompere le auto: più si rompono e più loro guadagnano! E poi quello che conta è il corretto stile di guida.

2 – In bagno si è rotta una tubatura
a) Chiamo un idraulico.
b) Cerco su internet le istruzioni per ripararla, gli idraulici lo fanno solo per soldi.
c) Non faccio niente, l’altro giorno a Domenica In c’era una signora che ha riparato tutte le tubature rotte di casa sua solo dipingendo i muri di rosa. Questo non ce lo dicono perché le grandi aziende di distribuzione dell’acqua sono d’accordo con gli idraulici per causare sempre più tubature rotte: più perdite d’acqua abbiamo e più loro guadagnano! E poi quello che conta è un consumo d’acqua attento e parsimonioso.

3 – Qualcuno ti denuncia ingiustamente
a) Assumo un avvocato per farmi difendere.
b) Cerco su internet le istruzioni su come difendersi da una denuncia penale. Gli avvocati lo fanno solo per soldi.
c) Non faccio niente. Ieri a Quelli che il calcio hanno raccontato di un signore che si è presentato in tribunale con gli occhiali da sole e alla fine è stato assolto. Evidentemente basta presentarsi con gli occhiali per essere assolti da qualsiasi accusa. Comunque non darò soddisfazione alla magistratura, in realtà loro sono d’accordo con la lobby degli avvocati per far durare a lungo i processi: più i processi sono lunghi più loro guadagnano! E poi quello che conta è condurre una vita onesta!

4 – Senti odore di gas in cucina
a) Chiamo il pronto intervento dell’azienda fornitrice.
b) Cerco su internet cosa fare in caso di fuga di gas. I tecnici lo fanno solo per soldi.
c) Non faccio niente, mi ricordo che ad Uno mattina hanno detto che basta spargere un po’ d’aceto in cucina e questo assorbirà tutto il gas in eccesso. E poi lo sanno tutti che le aziende che forniscono il gas domestico ci guadagnano, con quei tubi con la data di scadenza scritta sopra! E certo, più fughe di gas ci sono e più loro guadagnano! E poi quello che conta è il risparmio energetico!

5 – La tua casa ha bisogno di ristrutturazioni urgenti
a) Mi rivolgo ad un ingegnere.
b) Cerco su internet un tutorial per ristrutturare la casa. Gli ingegneri lo fanno solo per soldi.
c) Non faccio niente. A Striscia la notizia hanno intervistato un esperto di ristrutturazioni che ha spiegato che le case sono fatte naturalmente per stare in piedi e che sono proprio i nostri interventi che causano problemi strutturali e crolli. No, non contribuirò ad arricchire le multinazionali dell’edilizia, e i loro servi gli ingegneri e gli architetti! Più problemi hanno le case e più loro guadagnano! E poi quello che conta è che la casa sia arredata in maniera confortevole!

Domanda bonus – Ti viene diagnosticato un cancro
a) Mi faccio visitare da un medico oncologo che mi prescriva la cura più adatta alla specifica neoplasia che ho.
b) Cerco su internet le istruzioni per curare il cancro. I medici lo fanno solo per soldi.
c) Non faccio niente. A Le Iene hanno detto che per guarire da qualsiasi tipo di tumore è sufficiente seguire una dieta vegetariana e non mangiare cibi acidi. Inoltre così farò un bel danno alle case farmaceutiche, che ci tengono nascoste queste cose e lavorano assieme ai medici per farci ammalare sempre di più e non farci guarire mai, così da poterci vendere più farmaci: più ci ammaliamo e più loro guadagnano! E poi quello che conta è uno stile di vita sano!

RISULTATI

Maggioranza di a: non ci siamo. Sei ancora assoggettato al sistema, credi a tutto quello che ti raccontano i cosiddetti “esperti” della casta e arricchisci le multinazionali. SVEGLIA!!!11!!11!11!!!!!111

Maggioranza di b: sei sulla buona strada ma ancora ti manca un piccolo sforzo. Sei consapevole che la casta vuole solo i tuoi soldi, ma devi ancora prendere coscienza dei complotti intorno a te.

Maggioranza di c: Tu sì che sei un tipo sveglio! A quelli come te non li si può fregare facilmente! Continua così e di certo renderai la vita delle multinazionali un inferno!

SERIAMENTE

Alcune delle risposte ti sono sembrate assurde e completamente inventate? Beh, in effetti è così, sono tutte inventate. Tutte tranne una. L’ultima. In quella trasmissione hanno veramente detto quelle stupidaggini, e c’è davvero gente che ci crede. Sì, hai capito bene, c’è gente che proverà a curarsi il cancro mangiando verdura. E c’è gente che morirà per questo raggiro. Pensi che non siano cose su cui scherzare? E chi ti dice che io stia scherzando?

Happy birthday Charles!

In occasione del Darwin day dell’anno scorso pubblicai quest’articoletto su Charles Darwin. Non solo il post rende omaggio al più grande naturalista di tutti i tempi, ma incidentalmente si tratta anche del primo articolo apparso su questo blog.
Mi sembra quindi un ottima cosa, seppure con un po’ di ritardo, festeggiare un anno qui in così buona compagnia.

Infinite forme bellissime e meravigliose

Happy birthday Charles

Si è appena concluso il compleanno di uno dei più grandi scienziati che siano mai vissuti, sicuramente il più  grande tra i biologi e i naturalisti. Il nostro Charles ha compiuto la bellezza di 204 anni.

Mentre la teoria, composta (uso questa parola perché oltre che un modello scientifico la teoria dell’evoluzione è anche un’opera d’arte) tra il 1844 e il 1858 continua a crescere e comincia addirittura a trovare applicazioni per la salute umana, continuiamo a scoprire le meraviglie che la natura ci riserva, e tutto grazie al genio di questo grande uomo.

Certo, Darwin ebbe anche la fortuna, se così si può chiamare, di vivere nell’epoca “giusta”. Proprio in quegli anni infatti i naturalisti si interrogavano sul significato dei fossili, e la parola “adattamento” cominciava a comparire sempre più spesso nei loro scritti. Il giovane Charles, in quanto studente di teologia a Cambridge, si era formato sulla

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Cosa vuol dire predittività

Dite la verità, quante volte avete sentito o letto la frase «questi test non sono predittivi»? Ebbene, quando qualcuno afferma che un test usato in ambito biosanitario, o addirittura un’intero gruppo di test , non è predittivo, vi siete mai chiesti cosa stia dicendo in realtà? Vi siete mai chiesti cosa significa predittività?

Ebbene, vi svelo un segreto una frase del genere, espressa in questi termini non significa assolutamente niente.

Stupiti? Mi spiego.

Innanzitutto una piccola premessa. Di solito nei miei post cerco di ridurre il più possibile l’uso del lessico specialistico e della matematica, perché mi rendo conto che non tutti li digeriscono facilmente. Stavolta purtroppo non sarà possibile e un po’ di matematica dovrò usarla per forza, ma non vi preoccupate, è poca ed è piuttosto facile.

Cominciamo dal principio. Il termine predittività fa riferimento ad una particolare categoria di test usati in ambito biosanitario, i test diagnostici. Un test diagnostico è un test utilizzato per verificare la presenza di una malattia o di qualunque altra caratteristica di interesse in un soggetto, per esempio un fattore di rischio. Ce ne sono migliaia diversi, ciascuno con caratteristiche proprie.Una caratteristica dei test diagnostici è quella di avere solo due risposte possibili, positivo o negativo. Non sono test usati per “misurare” qualcosa (anche se ogni tanto la risposta dipende da una misura) ma per fornire una risposta di tipo sì/no.

In un mondo perfetto un test diagnostico è accurato al 100%, non esistono cioè casi in cui la malattia è presente e il test è negativo (falsi negativi) né casi in cui la malattia è assente ma il test è positivo (falsi positivi). Purtroppo nella realtà questo non avviene mai, tutti i test hanno una certa percentuale di falsi positivi e di falsi negativi.

È molto importante per chi somministra un test sapere esattamente quali sono i limiti del test che sta somministrando, ed è possibile conoscerli tramite appositi strumenti statistici.

Ogni test possiede quattro valori che lo caratterizzano e ne descrivono la performance: la sensibilità, la specificità, la predittività positiva e la predittività negativa. Ciascuno di questi valori vuol dire poco in assenza degli altri. In particolare gli ultimi due non si possono ottenere senza i primi due.

Poniamo ora di avere un test diagnostico per una qualche malattia. Chiamiamo D + i soggetti malati e D i soggetti sani. D+ + D sarà tutta la popolazione (malati + sani), mentre D+/(D+ + D) sarà la probabilità di avere la malattia, scrivendolo matematicamente P(D+). Questo valore è chiamato prevalenza, e se lo moltiplichiamo per 100 otteniamo la percentuale della popolazione che è malata in quel momento. Per esempio uno studio riferisce che la P(D+) del cancro alla cervice uterina è 0.000083, quindi lo 0.0083% delle donne esaminate ha il cancro alla cervice uterina.

Dobbiamo ora sperimentare il nostro test. Durante la fase di sperimentazione clinica somministreremo il test a persone che sicuramente hanno la malattia, e vedremo se e quando il test risulterà effettivamente positivo. Vedremo quindi qual è la frazione di soggetti malati il cui test risulta effettivamente positivo. Se chiamiamo T+ i test positivi e T i test negativi, il valore che stiamo cercando sarà P(T+ | D+). Quella sbarra verticale nel mezzo si legge “condizionato”. La probabilità condizionata si applica quando abbiamo un evento già verificato e vogliamo conoscere la probabilità di un secondo evento che ne viene influenzato. In questo caso vogliamo sapere la probabilità di avere un test positivo (T+) per un soggetto che sappiamo già essere malato (D+). Questo valore è la sensibilità del test.

Per esempio da uno studio risulta che per il Pap test, un test utilizzato negli screening per il cancro alla cervice uterina, P(T+ | D+) = 0.8375, quindi l’83.75% dei malati ha un test positivo.

Adesso farò esattamente il contrario di quello che ho fatto prima farò il test a dei soggetti sicuramente sani, e verificherò quanti avranno un test negativo. Applicando la stessa notazione di prima e chiamando T i test negativi scriverò P(T | D). Questo valore è la specificità del test. Proseguendo con l’esempio del Pap test, la sua specificità è 0.8136.

Immaginiamo ora di aver completato la fase sperimentale per il nostro test. Ora il nostro test verrà utilizzato in situazioni reali per diagnosticare una malattia a persone che non sanno di averla, o quantomeno per farle sottoporre ad ulteriori accertamenti. Ma come si comporterà il nostro test nella vita reale? Durante la sperimentazione sapevamo già in anticipo quali erano i sani e quali i malati, nella realtà quando useremo il test non sapremo mai a priori se la persona che abbiamo di fronte è sana o malata. L’unica cosa che avremo di certo sarà il risultato del test.

Vogliamo quindi sapere quanto sbaglierà il nostro test. In pratica avremo una persona con un test positivo (T+) e vogliamo sapere qual è la probabilità che abbia davvero la malattia. Questo è esattamente il contrario di quello che avevamo fatto prima, e infatti si scrive P(D+ | T+). Questo valore è la predittività positiva del test.

E qui viene il difficile. A meno di non usare “alla cieca” il test per un po’, non abbiamo la possibilità di misurare sperimentalmente questo valore. Fortunatamente la statistica ci viene in aiuto. Infatti coi valori che abbiamo già ottenuto possiamo calcolare la predittività positiva grazie al teorema di Bayes. Applicandolo alla nostra situazione si avrà

Teorema di Bayes

Non ci spaventiamo, se guardiamo attentamente vedremo che i fattori presenti nell’espressione qui sopra li abbiamo già quasi tutti. Ci manca P(T+ | D), ma siccome è il complementare di P(T | D) e ogni probabilità è un numero compreso tra 0 e 1, il valore che ci manca sarà uguale a 1 – P(T | D).

Allo stesso modo P(D) sarà uguale a 1 – P(D+).

Se facciamo i calcoli con i valori che già abbiamo per il il Pap test otteniamo che la sua predittività positiva P(D+ | T+) = 0.000373. In pratica su un milione di donne positive al test 373 hanno il cancro. Sembra un valore un po’ bassino? Un attimo di pazienza, ora ci arriviamo.

C’è un ultima cosa che ci rimane da calcolare, ugualmente importante. Vogliamo infatti sapere qual è la probabilità che una persona con un test negativo sia effettivamente sana. A questo punto dovreste essere in grado di scriverlo da soli: P(D– | T). E ancora una volta dovremo applicare il teorema di Bayes:

Teorema di Bayes

Anche stavolta, esattamente come prima, abbiamo già tutto quello che ci serve per fare i conti. Nel caso del Pap test otteniamo che la predittività negativa P(D– | T) = 0.999983. Cioè su un milione di donne negative al test 999983 saranno effettivamente sane.

Proviamo a trarre qualche considerazione finale da tutto questo. Innanzitutto abbiamo visto una cosa importante: non si può parlare genericamente di “predittività”, perché non significa niente. Bisogna parlare di predittività positiva e predittività negativa. Un’altra cosa che abbiamo visto è che i valori di predittività non saltano fuori dal nulla, vanno ricavati dalla sensibilità e dalla specificità. Quindi parlare di predittività senza conoscere questi due valori, oltre alla prevalenza, è sostanzialmente impossibile. Terza considerazione, non si può dire genericamente che un test è o non è predittivo. La predittività positiva e la predittività negativa di un test sono due bei numeri, di solito con tante belle cifre dopo la virgola, e sì, senza quei numeri “predittività” non significa niente.

Il valore predittivo va poi associato al contesto e agli scopi del test. Vi ricordate la predittività positiva per il Pap test? Quello 0.000373 che ci sembrava tanto basso? In realtà nel caso in questione va più che bene. È così basso perché il Pap test in realtà rileva non il cancro, ma il papilloma virus, che ne è la causa. Ci va bene una predittività positiva così bassa perché le donne positive al Pap test si sottoporranno ad ulteriori e più frequenti controlli, comprese quelle che il cancro lo hanno davvero, che quindi lo scopriranno in fase precoce e avranno molte più possibilità di cavarsela.

In questo caso infatti è molto più importante avere un alto valore di predittività negativa. Per il Pap test la predittività negativa è molto alta (99.9983%), il che ci garantisce che quelle rimandate a casa con un test negativo siano effettivamente per la quasi totalità sane (purtroppo un minimo di errore rimane sempre). Quindi, pur dando un test positivo a molte donne sane, saremo sicuri di aver “preso” anche tutte quelle malate.

Il Pap test è un esempio, per test diversi in diversi contesti avremo bisogno di valori diversi. E questo mi porta all’ultima considerazione, e cioè che se affermi che la predittività (positiva o negativa) di un test è troppo bassa, devi essere in grado di giustificare questa affermazione in relazione al tipo di test e ai suoi scopi.

Quindi la prossima volta che qualcuno vi dirà che un test non è predittivo chiedetegli:

  1. a quale test si riferisce;
  2. quali sono la sensibilità e la specificità di quel test;
  3. quali i sono valori predittivi positivo e negativo di quel test;
  4. perché ritiene che siano troppo bassi per gli scopi del test.

Se il vostro interlocutore non è in grado di rispondere a queste domande o non sa di cosa parla o è in malafede. In ogni caso non dategli ascolto.

 

BIBLIOGRAFIA

Devesa SS, Silverman DT, Young JL Jr, Pollack ES, Brown CC, Horm JW, Percy CL, Myers MH, McKay FW, Fraumeni JF Jr. Cancer incidence and mortality trends among whites in the United States, 1947-84. J Natl Cancer Inst. 1987 Oct;79(4):701-70.

Fahey MT, Irwig L, Macaskill P. Meta-analysis of Pap test accuracy. Am J Epidemiol. 1995 Apr 1;141(7):680-9.

DeLong ER, Vernon WB, Bollinger RR. Sensitivity and specificity of a monitoring test. Biometrics. 1985 Dec;41(4):947-58.

Attenzione, i valori riportati in questo articolo fanno riferimento ad una ben precisa area geografica e ad un ben preciso periodo di tempo. Non sono validi ovunque e sempre.

La Storia di Chiara

È un po’ lontano dal tipo di post che si trovano solitamente su questo blog, ma voglio ribloggarlo lo stesso. Si tratta di una piccola grande storia che può farvi capire per cosa lottano i ricercatori biomedici, e a cosa vi state opponendo se vi opponete alla ricerca scientifica. Non voglio aggiungere altre parole, anche perché sinceramente non ne ho.

In Difesa della Sperimentazione Animale

Questa è la storia di uno di quei tanti angeli che scendono e ci sfiorano con un battito d’ali, giusto il tempo di asciugare la lacrima che non possiamo trattenere, poi fuggono lasciandoci soli con i ricordi, e quella sensazione di umido lungo la guancia e le mani vuote, che vanno a stringere un cuore che vuole scoppiare, scappare e seguire chi abbiamo amato.

Il racconto che segue è stato scritto direttamente da Silvia, la mamma di Chiara, una bambina affetta da una grave malattia rara, una forma di SCID, ( http://it.wikipedia.org/wiki/Deficit_di_adenosina_deaminasi )

Immagine

Chiara nasce nel settembre 2006, bella come il sole, attesa fino allo spasimo dopo una gravidanza a riposo. Chi avrebbe mai pensato che una bambina di kg 3.780 nascondesse nel suo DNA quel gene (IL7RA) difettoso, ereditato da mamma e papà. Cresce bene per 2 mesi ma al terzo mese di vita, quando il sistema immunitario del bambino comincia a lavorare da solo, cominciano…

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L’uomo è lanciatore

Da parecchio tempo va di gran moda un certo luogo comune. Si tratta dell’idea, forse intuitiva, che il successo evolutivo dell’uomo sia dovuto principalmente, se non in maniera esclusiva al suo intelletto superiore.

Non che sia del tutto sbagliato, intendiamoci, la nostra intelligenza unica è sicuramente importante, ma fino ad un certo momento ci siamo evoluti senza di essa, alla pari con diverse specie che, al contrario dei nostri antenati, non hanno lasciato discendenti. Si potrebbe dire che anche la nostra intelligenza è stata una conseguenza del nostro successo evolutivo, e solo da un certo momento in poi ne è stata la causa. A leggere i sacri testi® si scopre che i principali fattori ai quali dobbiamo la nostra posizione attuale sono un’ottima mobilità e una sessualità vigorosa.

Difatti l’uomo si sposta con grande facilità e velocità, sulle medie distanze può battere canidi e felini, su quelle lunghe compete con i cavalli (e no, voi che passate tre quarti del periodo di veglia su una sedia e il restante quarto sul divano non andate bene come esempio). Inoltre si può riprodurre in qualsiasi stagione dell’anno, con intervalli molto brevi fra un evento riproduttivo e l’altro (per i maschietti teoricamente senza alcun intervallo), e non è una cosa comunissima tra i mammiferi.

Di pari passo col mito dell’uomo che sopravvive solo grazie al suo intelletto avanza l’idea che l’uomo sia fisicamente inadatto alla caccia, e che abbia sopperito con l’ingegno a questa sua incapacità.

Prometeo incatenato, di Nicolas-Sébastien Adam

Quest’idea ha origini antichissime: il mito di Prometeo in tutte le tradizioni si apre dicendo che mentre gli dei distribuivano le qualità ai mortali e davano ai vari predatori forza, denti acuminati e artigli, all’uomo toccarono l’intelligenza e la memoria (e la grazia, riportano alcuni), lasciandolo così indifeso di fronte alla natura. Fu questo il motivo per il quale il titano Prometeo rubò agli dei il fuoco per farne dono agli umani, che amava e che voleva salvare.

A ben vedere basterebbe pensarci un attimo usando il buonsenso per rendersi conto che un animale fisicamente incapace di cacciare non incomincerebbe a farlo, e se ci provasse fallirebbe, mentre le prove fossili ci mostrano che gli ominidi erano cacciatori di grande successo fin dai tempi dei nostri progenitori Homo erectus. Come è possibile allora che l’uomo sia diventato uno fra i cacciatori più efficienti che il nostro pianeta ricordi, ben prima di inventare le armi da fuoco o persino di imparare a lavorare il ferro?

Semplice: così come tutti i predatori, l’uomo è una perfetta macchina di morte, il suo corpo si comporta estremamente bene quando si tratta di uccidere, e non ha nulla da invidiare alle bestie che un tempo definivamo “feroci”.

Sin da quando la zona dell’Africa abitata dai nostri predecessori si trasformò da giungla in savana a causa di un raffreddamento globale, gli ominidi si trovarono con alcune caratteristiche che li ponevano in vantaggio. Innanzitutto avevano entrambi gli occhi posti frontalmente alla testa. Questa caratteristica è tipica dei predatori, perché permette tramite la visione stereoscopica di percepire la profondità, e quindi di valutare le distanze. Nei primati tale funzione derivava dalla necessità di spostarsi nell’ambiente arboricolo della foresta pluviale, evitando se possibile di cascare da un ramo e rompersi l’osso del collo. La maggior parte dei mammiferi erbivori, per contro, ha gli occhi sui lati della testa, di modo da poter avvistare un predatore da qualunque angolo questo si avvicini. Inoltre gli avi si trovavano con una singolare dentatura, nella quale si contavano otto denti atti ad incidere e quattro atti a lacerare, segno che, come i nostri attuali cugini bonobo e scimpanzé, non disdegnavano un occasionale pasto di carne da catturare e consumarsi tra gli alberi.

Altre cose che favorirono gli ominidi primitivi furono la capacità di assumere la stazione eretta, che erano abituati a mantenere sorreggendosi ai rami, e gli arti prensili. Col passar del tempo, in un ambiente che era sempre meno foresta e sempre più prateria, gli scimmioni iniziarono a passare sempre più tempo eretti, allo scopo di vedere a distanze maggiori. Questo fece sì che gli arti posteriori perdessero a poco a poco la capacità prensile, mentre quelli anteriori si trovavano liberi di essere utilizzati in altro modo.

Stop.

Vi propongo un esperimento. Immaginate di dover lanciare un oggetto, diciamo qualcosa delle dimensioni e del peso di un piccolo sasso, o di una palla da baseball. Alzatevi in piedi, immaginate l’oggetto nella vostra mano, focalizzatevi su un punto lontano, il più lontano possibile (se siete in una stanza immaginate uno spazio aperto), caricate il tiro…

Stop.

Scommetto quello che volete che avete tirato indietro un braccio, quasi parallelo al terreno, in direzione opposta a quella in cui volevate tirare, e che contemporaneamente avete portato avanti l’altro braccio, quasi ad indicare dove stavate mirando, tenendo il busto di profilo rispetto alla direzione del tiro.

Ebbene, voi non lo sapete, ma il vostro istinto vi ha portato a sfruttare una delle caratteristiche che hanno consentito all’uomo di cacciare così bene. Quando allungate le braccia in quella posizione i vostri tendini si allungano, come se tendeste l’elastico di una gigantesca fionda. Infatti se ci provate potrete constatare che è una posizione che non si può mantenere a lungo. Quando completate il tiro, portando un braccio in avanti e in alto e l’altro indietro e in basso, l’energia elastica si rilascia, consentendovi di scagliare l’oggetto con una forza che vi stupirebbe.Tale capacità non esiste in nessun altro primate, è un’esclusiva dell’uomo.

È quel che hanno scoperto i ricercatori di Harward e della George Washington University, che calcolano che questo sia il movimento più potente che l’uomo può effettuare.

Ma questa incredibile capacità non si è sviluppata per caso, né crediamo che gli uomini di 150 mila anni fa giocassero a cricket per passare il tempo. D’altra  parte non è difficile pensare come il nostro eroe, una volta in piedi e con le sue nuove mani libere, abbia avuto l’idea di tirare un sasso. E poi di tirarlo mirando a qualcosa, come ad esempio un predatore esausto che aveva appena ucciso la sua preda, così da metterlo in fuga quando era solo mezza mangiata e da poter avere la carne e soprattutto il midollo osseo, ricco di nutrienti.

Dal tirare ai predatori e agli spazzini a tirare direttamente alla preda per stordirla e poi ucciderla il passo è breve. E dal tirare un sasso a tirare un bastone acuminato il passo è ancora più breve. E da lì ad usare lo stesso movimento a distanza ravvicinata per colpire direttamente la preda (magari già stordita a distanza) con una clava, rompendo la colonna vertebrale e schiacciando il cervello, non ci vuole poi molto. Al resto ci arrivate da soli.

Quindi, la prossima volta che qualcuno vi dice che l’uomo non è fisicamente adatto alla caccia, o che non ha l’istinto del cacciatore, chiedetegli di lanciare una palla da baseball!

10 domande su Stamina, #Goliarispondi

Sulla questione del cosiddetto metodo Stamina, controverso sistema che a detta del suo ideatore Davide Vannoni sarebbe stato in grado di curare decine di malattie degenerative oggi incurabili, si sono dette e scritte tante cose. Per i soliti che sono appena tornati da Marte è disponibile un resoconto dell’intera vicenda su MedBunker.

Oggi, dopo che il “metodo” si è dimostrato inconsistente, un gruppo di giornalisti scientifici e divulgatori ha deciso di rivolgere alcune domande a Giulio Golia, il giornalista delle Iene che ha portato questa vicenda sotto i riflettori e che è stato uno dei principali sostenitori di Vannoni e compagni, anche contro qualsiasi evidenza scientifica, anche al punto di manipolare un’intervista (raccontato qui e qui) pur di sostenerli.

Gli estensori delle domande sono Marco Cattaneo, Alice Pace, Silvia Bencivelli, Salvo Di Grazia, Emanuele Menietti, e Antonio Scalari, con la collaborazione di Letizia Gabaglio, tutte persone che già in passato si erano occupate della vicenda, mettendone in evidenza contraddizioni e punti oscuri.

A loro mi unisco volentieri anch’io. Non sono un giornalista né un comunicatore di professione, ma soltanto uno che crede che l’informazione scientifica, così come l’informazione in generale, sia una cosa seria e che vada fatta seriamente, cioè in maniera onesta e rigorosa, attenendosi ai fatti e senza cercare di manipolare l’opinione pubblica appellandosi alle emozioni.

Le domande le riporto qui di seguito, vi invito a diffonderle. Ora attendiamo le risposte.

1. Perché voi delle Iene non spingete Davide Vannoni a rendere pubblico il metodo Stamina? Se è davvero così efficace, non pensa sia giusto dare la possibilità a tutti i medici e pazienti di adottarlo?

2. Nei suoi servizi per Le Iene ci ha mostrato alcuni piccoli pazienti in cura con il metodo Stamina. Dopo otto mesi e quasi 20 puntate, perché non ha mai coinvolto le altre persone che Vannoni dice di aver curato negli ultimi anni, invitandole a mostrare i benefici del metodo stamina?

3. Perché non ha mai sentito la necessità di dare voce anche a quei genitori che, sebbene colpiti dalla stessa sofferenza, non richiedono il trattamento Stamina e anzi sono critici sulla sua adozione?

4. Nel primo servizio su Stamina lei dice che Vannoni prova a curare con le staminali casi disperati «con un metodo messo a punto dal suo gruppo di ricerca». Di quale gruppo di ricerca parla? Di quale metodo?

5. La Sma1 non sarebbe rientrata nella sperimentazione nemmeno se il Comitato l’avesse autorizzata, perché lo stesso Vannoni l’ha esclusa, ritenendola troppo difficile da valutare in un anno e mezzo di studi clinici. Come mai continua a utilizzare i bambini colpiti da questa patologia come bandiera per la conquista delle cure compassionevoli?

6. Perché non ha approfondito la notizia delle indagini condotte dalla procura di Torino su 12 persone, tra cui alcuni medici e lo stesso Vannoni, per ipotesi di reato di somministrazione di farmaci imperfetti e pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere?

7. Perché non ha mai interpellato nemmeno uno dei pazienti elencati nelle indagini della procura di Torino?

8. Perché ha omesso ogni riferimento alle accuse di frode scientifica da parte della comunità scientifica a Vannoni, al dibattito attorno alle domande di brevetto e alle controversie che hanno portato a un ritardo nella consegna dei protocolli per la sperimentazione?

9. In trasmissione lei fa riferimento alle cure compassionevoli, regolamentate dal Decreto Turco-Fazio. Perché non ha spiegato che il decreto prevede l’applicazione purché «siano disponibili dati scientifici, che ne giustifichino l’uso, pubblicati su accreditate riviste internazionali»?

10. Se il metodo Stamina si dimostrasse inefficace, che cosa si sentirebbe di dire alle famiglie dei pazienti e all’opinione pubblica?

Una royalty non si nega a nessuno

E quindi si scoprì che quello che gli agricoltori ripetevano da anni, e che cioè tutte le varietà vegetali sono soggette a royalties era, ohibò, vero.

La Valle del Siele

Può capitare che, rimettendo a posto un vecchio mazzo di fatture, l’attenzione si posi per la prima volta con attenzione su una particolare dicitura. Nulla di nuovo, per chi questo genere di documenti se li fa scorrere tra le dita con una certa frequenza. Ma proprio questa consuetudine, finora, aveva impedito di dare il risalto che merita a certi particolari. Allora può capitare di notare per la prima volta che è scritto, nero su bianco e a norma di legge, che “i semi di varietà di cereali sono soggette al pagamento di royalties a favore del costitutore“.

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Ohibò. Non sarà quindi che, come abbiamo ripetuto fino a farci venire il concetto a nausea, la favola secondo la quale gli OGM legano mani e piedi gli agricoltori alle multinazionali attraverso i brevetti è, per l’appunto, una favola, e che per tutte le varietà brevettate si pagano royalties, almeno nei…

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Come non funziona il metodo scientifico: un caso di studio

L’articolo  stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale

Molte persone, per via telematica o a voce, hanno mostrato curiosità e interesse sul funzionamento di questo tanto amato metodo scientifico, due paroline magiche che ogni scienziato ripete e si ripete ad ogni piè sospinto. Capita però raramente, al di fuori dei laboratori e delle università, di poter mostrare un esempio reale e concreto di funzionamento (o in questo caso di non funzionamento) del metodo stesso.

Il caso che ci si presenta davanti è quello di una ricercatrice, o meglio, un’ex ricercatrice, oggi politica, che chiede aiuto agli ex colleghi per la stesura di un dossier molto particolare.

Prima di tutto una premessa: in questa sede non mi interessa dare giudizi sulle idee sull’operato politico della persona in questione, né su quello del suo partito, tutto ciò che mi interessa è la questione scientifica.

Andiamo con ordine: sabato 5 ottobre compare un’aggiornamento di stato sul profilo dell’onorevole Elena Fattori, senatrice della repubblica e membro delle commissioni agricoltura e politiche comunitarie, e, come dicevamo, ex ricercatrice biomedica.

Il testo è il seguente:

2013-10-16_103607

Appello agli scienziati che seguono questa pagina!
OGGETTO MAIS TRANSGENICO MON 810
Stiamo portando aventi una battaglia per evitare l’invasione di questo mais OGM.
Per invocare la clausola di salvaguardia occorre un dossier scientifico sull’argomento che ad oggi manca. Le informazione e gli studi sono vaghi e purtroppo la politica e gli intessi si mescolano ai dati scientifici. Mi servirebbe aiuto per produrre un dossier totalmente ASETTICO e SCIENTIFICO che sia diviso più o meno così:
[omissis]
Vorrei realizzare una task force che in tempi decenti raccolga tutti i dati in letteratura e faccia una relazione su questi punti. Chi vuole partecipare mi scriva su: elena.fattori@senato.it, magari dicendomi la specializzazione e su quali di questi punti voglia lavorare così organizziamo dei gruppi.

Apparentemente nulla di strano, direte voi, anzi, una volta tanto si chiede di realizzare un dossier scientifico anziché affidarsi a preconcetti o ideologie.

Stop.

Parliamo di metodo scientifico. Le basi le dovreste conoscere tutti, visto che si studiano alle scuole elementari:
1 – Osservare un fenomeno
2 – Formulare un’ipotesi sul suo funzionamento
3 – Effettuare un esperimento per verificare la presenza di errori nella nostra teoria
4a – Se l’esperimento evidenzia che ci sbagliavamo modificare la teoria
4b – Se l’esperimento non rivela errori continuare a sperimentare finché nuove evidenze non ci fanno modificare la teoria
Fin qui tutto molto semplice. Ricordiamoci che la nostra teoria si considera per principio falsa, e che gli esperimenti che facciamo hanno lo scopo di scoprire gli errori (falsificare la teoria). Più a lungo rimaniamo senza trovare errori più la teoria “ci piace”. Dopo un numero sufficiente di esperimenti la si potrà considerare senza ombra di dubbio “dimnostrata”.

Ok, ma dopo? Una volta che gli scienziati hanno sperimentato a sufficienza, come facciamo a trarre delle conclusioni? Anche qui le basi sono piuttosto semplici. gli scienziati pubblicano i loro risultati su riviste scientifiche, le quali li accettano dopo un processo di revisione, e queste pubblicazioni vengono indicizzate in appositi database che possiamo consultare per sapere come stanno le cose. Nell’insieme queste pubblicazioni formano quella che gli addetti ai lavori chiamano “letteratura scientifica”.

Torniamo alla senatrice Fattori. In sostanza ciò che lei sta chiedendo è proprio questo, una ricerca nella letteratura scientifica riguardante i risultati finora ottenuti sul mais GM MON 810. Dov’è allora l’errore (tralasciando la stranezza di porre una simile richiesta su facebook, anziché rivolgersi a qualche istituto scientifico)? Se cercate bene lo troverete nel primo paragrafo, dove dice “Stiamo portando aventi una battaglia per evitare l’invasione di questo mais OGM” e “Per invocare la clausola di salvaguardia occorre un dossier scientifico sull’argomento“. Notate niente? Se ci fate caso la senatrice ha già esplicitato quali devono essere le conclusioni dello studio: evitare l’invasione di questo mais e invocare la clausola di salvaguardia. In pratica ha posto una conclusione e ha chiesto agli scienziati di trovare prove di questa sua conclusione.

C’è bisogno di spiegare perché è sbagliato trarre le conclusioni prima e raccogliere i dati poi? Diciamo di sì. Il motivo è che questo ci porta ad una nota fallacia logica chiamata cherry picking, nota anche come fallacia dell’evidenza incompleta. Infatti se non ci limitiamo a cercare tutto ciò che di scientifico è stato scritto in materia ma cerchiamo appositamente prove a favore della nostra conclusione preferita, probabilmente le troveremo, ma ignoreremo anche tutte quelle contrarie, comprese anche quelle che eventualmente confutano specificamente le nostre. In questo caso ciò che conta è l’insieme delle evidenze, non le singole evidenze a favore di ciò che crediamo.

Se non tenessimo conto di questo ci lascerebbe alquanto stupiti l’affermazione della Fattori secondo cui un dossier scientifico sul MON 810 “ad oggi manca”, per non parlare di quando scrive che “gli studi sono vaghi”. Ci stupirebbe assai perché in realtà di dossier scientifici completi ne esistono eccome, e sono quelli realizzati dall’EFSA (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) e dall’FDA (il suo corrispettivo statunitense) basandosi su oltre quindici anni di studi, che concludono che il mais MON 810 è sicuro sia dal punto di vista alimentare che da quello ambientale (i due linkati sono solo per esempio, solo sul sito dell’EFSA si trovano centinaia di documenti in merito, aggiornati annualmente).

Il cherry picking è figlio di un particolare bias cognitivo (i bias cognitivi sono dei piccoli “errori” insiti nel funzionamento della nostra mente che ci impediscono in certe condizioni di ragionare in maniera logica) noto come bias di conferma, che ci porta a selezionare e prestare più attenzione a quelle informazioni che sono più vicine a ciò che noi crediamo.

Come si evita allora di cadere in questo errore? Innanzitutto evitare di giungere alle conclusioni in anticipo è già un buon inizio. In secondo luogo si può ridurre sensibilmente il fattore soggettivo lavorando in un certo senso “bendati”: si pongono innanzitutto delle condizioni iniziali di qualità, che ci dicono quali studi potranno essere inclusi nella nostra ricerca. Per esempio per gli studi di tossicità si richiederà un numero minimo di partecipanti e l’uso del doppio cieco randomizzato. Il secondo step è quello di prendere tutte le pubblicazioni scientifiche sull’argomento che soddisfino i requisiti, indipendentemente dalle conclusioni a cui giungono. Infine si analizzano queste pubblicazioni con gli appositi strumenti statistici e a questo punto si traggono le conclusioni basandosi sui dati ottenuti. Questo sistema si chiama review sistematica, ed è quello comunemente utilizzato dagli scienziati.

Siamo sicuri che invece l’approccio della senatrice Fattori non possa funzionare? Sì, lo siamo perché i nostri politici non sono stati i primi a cercare di manipolare la scienza a loro favore in questo campo. Ci sono stati altri che ci hanno provato prima di loro, ultimi in ordine di tempo i francesi, il cui dossier era stato ovviamente bocciato dall’EFSA, così come tutti quelli che lo avevano preceduto.

Aggiornamento: il seguito

Ho commesso un errore: Mi sono andato a leggere i commenti presenti sotto il testo della Fattori, e ora mi sento in dovere fare un paio di considerazioni. Se volete leggervi l’intera discussione, la trovate qui, anche se non è facile seguire dato che facebook di default non mette più i commenti in ordine cronologico.

Nel giro di poche ore sotto l’ormai noto “appello agli scienziati” sono comparsi più di 200 commenti. La notizia agli scienziati gli è arrivata sul serio e in un lampo si scatenato l’inferno. Tra i commentatori molti si sono qualificati come scienziati e hanno fatto notare la poca correttezza del chiedere la realizzazione di un dossier scegliendo a priori le conclusioni a cui dovrà giungere, altri hanno segnalato i dossier dell’EFSA e diversi altri studi. In poco tempo sono comparsi tra i commentatori i nomi di biologi noti e di diversi giornalisti scientifici. Quasi tutti affermavano la stessa cosa: gli studi esistono e giungono a conclusioni opposte rispetto a quelle che vorrebbe lei.

Le risposte della senatrice sono illuminanti. Le prime sono tutte variazioni sul tema del “io sono una scienziata, gli OGM li conosco, voi no quindi state zitti”. E così arriviamo alla seconda fallacia logica della giornata: l’appello all’autorità, in questo caso la sua. Tralasciamo per un momento il fatto che in ambito scientifico l’appello all’autorità non ha alcun valore, perché contano solo i dati di fatto e i risultati degli studi scientifici, e invece chiediamoci: ma Elena Fattori si può davvero considerare un’autorità in campo di OGM, al punto da poter zittire altri biologi che non concordano con lei? Vediamo, se cerchiamo su PubMed vediamo che la Fattori, escludendo le omonimie, ha una quarantina di pubblicazioni principalmente riguardanti la preclinica di un vaccino contro l’epatite c, realizzato con virus modificati e alcuni lavori con topi transgenici. A quanto risulta non ha mai partecipato ad alcuno studio sulle biotecnologie vegetali, men che mai su piante geneticamente modificate, né risulta che abbia studiato gli effetti degli OGM al di fuori dei laboratori. In altre parole no, non è affatto un’autorità in materia, non può permettersi di zittire i suoi colleghi, soprattutto se questi le presentano studi e pubblicazioni sull’argomento.

Nella seconda trance di risposte invece la Fattori cambia tattica, accusando di volta in volta il suo interlocutore di non essere “un vero scienziato”. E con questa fanno tre fallacie Elena, a cinque vinci un premio? La fallacia in questione è nota come no true scotsman (nessun vero scozzese), e consiste nel cambiare arbitrariamente il proprio target sulla base di ciò che si vuole dimostrare. In altre parole la Fattori si è rivolta inizialmente agli scienziati, ma vedendo che questi non concordavano con lei ha deciso di rivolgersi ai “veri scienziati”, escludendo automaticamente da questo insieme chiunque non fosse del suo stesso parere. Non dubito che anche quando sarà il momento di analizzare le pubblicazioni scientifiche accetterà solo la “vera scienza” con questo intendendo quelle pubblicazioni che confermano i suoi preconcetti.

Infine, ormai assediata, la Fattori conclude che “la scienza fa paura a tutti”. E una volta tanto sono d’accordo, signora senatrice, la scienza può far paura, soprattutto a chi cerca di manipolarla e strumentalizzarla per i propri fini politici.