Perché andiamo nello spazio?

Space_explorationMercoledì 12 ottobre la sonda Rosetta, dopo aver viaggiato per oltre 10 anni e aver percorso sei miliardi e mezzo di chilometri si è separata dal lander Philae, il quale è atterrato sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, ad una distanza di oltre mezzo miliardo di chilometri dalla terra. Mai nessuno l’aveva fatto prima.

Non sarò certo io a spiegarvi perché è una cosa eccezionale, altri l’hanno già fatto meglio di me. Oggi volevo parlare di un’altra cosa. Infatti anche stavolta, come ogni volta che si parla di missioni spaziali, si è alzato un coro di persone che chiede a gran voce: qual è l’utilità di tutto questo? Le missioni nello spazio sono costose e lunghe, non sarebbe meglio usare quei soldi e quelle energie per risolvere i nostri problemi qui sulla terra?

Proverò quindi a rispondere a questa domanda, proverò a chiedermi anch’io: perché andiamo nello spazio?

1 – Per conoscere l’universo

Ebbene sì, il principale motivo per cui effettuiamo missioni spaziali è la ricerca scientifica, e quindi alla base ci sono le stesse ragioni qualsiasi ricerca scientifica: espandere le nostre conoscenze sull’universo e sulle leggi che lo regolano.

La ricerca della conoscenza, l’indagine su chi siamo e sulla natura che ci circonda, è ciò che ci distingue dagli australopitechi che vagavano sulla terra quattro milioni di anni fa. Si tratta in effetti dello stesso impulso che ha spinto i nostri antenati ad esplorare la terra e i suoi misteri, a cercare nuove soluzioni a vecchi problemi e a costruire il mondo come lo conosciamo oggi.

Questo naturalmente non è percepito come un buon motivo dai detrattori, perché costoro quando chiedono “qual è l’utilità” in realtà intendono “cosa me ne viene in tasca a me”.

Molti a questo punto risponderebbero, in maniera molto prudente, che le scoperte scientifiche fatte potrebbero avere delle applicazioni pratiche in futuro. In realtà però quel condizionale deriva dalla mania degli scienziati di essere sempre formalmente corretti. La verità è che, vista la mole di dati scientifici di cui stiamo parlando, è virtualmente certo che queste scoperte scientifiche avranno applicazione pratica. Nella storia dell’esplorazione spaziale è sempre stato così e non si vede perché non debba esserlo in futuro.

Se anche l’atterraggio fosse fallito, o se il lander si staccasse adesso, anche solo la ricerca necessaria per far arrivare la sonda fino alla cometa ha già prodotto un progresso scientifico enorme, di cui già adesso possiamo ipotizzare possibili applicazioni pratiche.

2 – Perché andare nello spazio produce tecnologia

Molte parti della tecnologia che state usando per leggere quest’articolo, e che avete usato per lamentarvi che l’esplorazione spaziale costa troppo, sono figlie di tecnologia prodotta inizialmente per le missioni spaziali.

Si chiamano spinoff tecnologici, tecnologie prodotte per lo spazio che hanno trovato applicazione in altri campi. Ad esempio le membrane utilizzate durante il programma Apollo per filtrare i liquidi sono oggi una parte fondamentale delle macchine per l’emodialisi, che tiene in vita chi soffre di grave insufficienza renale. Ad esempio le lenti e gli specchi sviluppati per i telescopi spaziali sono utilizzati in microchirurgia. Ad esempio i polimeri resistenti al calore utilizzati nelle moderne automobili furono sviluppati inizialmente per lo Space Shuttle. Mi fermo perché gli esempi sono letteralmente migliaia.

E se non bastasse il fatto che molto di ciò che utilizziamo nella nostra vita non esisterebbe senza le missioni spaziali, si può aggiungere anche che gli spinoff tecnologici creano ricchezza. Ad esempio il programma Apollo (quello che portò l’uomo sulla luna) durò dal 1960 al 1969, e fu finanziato ogni anno con una cifra che è andata da un minimo di 3 ad un massimo di 33 milioni di dollari. Nel 1989 fu calcolato che il ritorno economico dovuto agli spinoff tecnologici era stato di 22 miliardi di dollari, quindi notevolmente superiore al costo dell’intero programma.

3 – Perché l’esplorazione spaziale crea lavoro

Una missione spaziale, come già detto, richiede un sacco di lavoro. E di conseguenza un sacco di persone che questo lavoro lo svolgano. Si va dal direttore di volo a quello che pulisce i pavimenti dalla sala controllo

Si aggiunga che le agenzie spaziali che organizzano le missioni non producono quasi niente in proprio. Fanno dei bandi e si rivolgono ad enti pubblici e privati. Ed ognuno di questi enti paga delle persone per svolgere il lavoro.

Questo significa operai, tecnici, ingegneri, programmatori, progettisti, ricercatori, giovani dottorandi, ma anche impiegati, amministratori, contabili ecc. E il lavoro produce tanti vantaggi, fra cui le tasse che si riversano nelle casse degli stati con un impatto positivo su tutta l’economia. Proseguendo con l’esempio del programma Apollo, questo ha creato circa 325000 posti di lavoro, con un ritorno per le casse nazionali di 365 milioni di dollari (si consideri che si parla di soldi degli anni sessanta), quindi ancora una volta cifre superiori al costo del programma.

Senza contare tutti gli effetti secondari di questo fenomeno (apertura di nuove aziende crescita del commercio ecc.), che fanno sì che l’impatto economico di un programma spaziale su un paese sia notevole.

4 – Perché favorisce la collaborazione tra nazioni

C’è chi ritiene che uno degli eventi fondamentali della distensione (il processo che portò alla fine della guerra fredda) sia stato il programma Shuttle-Mir, che vide collaborare le agenzie spaziali Sovietica e Americana. Da allora la collaborazione delle due nazioni nello spazio non è mai cessata.

Se guardiamo alla Stazione Spaziale Internazionale, che di quel programma è direttamente figlia, vediamo 24 paesi che collaborano pacificamente per poterla utilizzare e poterne così godere i vantaggi. E uno dei principali paesi coinvolti è il nostro.

Prendiamo la missione Rosetta. È stata realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea, che riunisce diciotto paesi dell’Unione Europea più Svizzera e Norvegia (più altri quattro paesi PECS). Per realizzare missioni come questa i vari paesi membri devono parlare e accordarsi. E se da questa missione ricavano benefici la prossima volta saranno più propensi a parlare e accordarsi di nuovo. È un circolo virtuoso.

Forse non sarà l’esplorazione spaziale a portare pace e armonia tra le nazioni, ma di sicuro ha un ruolo importante da giocare.

5 – Perché è il modo migliore per spendere quei soldi

Innanzitutto chiariamo una cosa: i soldi non si spostano a piacere. Non è che se togliamo tot milioni di euro all’agenzia spaziale poi li possiamo usare come ci pare.

Ma immaginiamo pure per assurdo un mondo dove non esistono ministeri né dipartimenti, senza leggi di stabilità ne bandi di concorso, un mondo insomma dove il governante assoluto abbia il potere di prendere i soldi pubblici e destinarli a ciò che più gli garba, o che ritiene più utile.

Facciamo ora due conti. La missione Rosetta è costata circa 1,4 miliardi di euro, che fa circa 3,50 euro per ogni cittadino europeo. Considerando che la durata della missione è di quasi 12 anni* fanno più o meno 30 centesimi di euro all’anno per ogni europeo. Non cifre da capogiro quindi.

Ora, nel nostro ipotetico mondo, come avremmo potuto spendere quei soldi? Per esempio avremmo potuto comprarci mezzo sommergibile nucleare, oppure una decina di F35. Oppure volendo restare nel settore civile potremmo comprare ben quattro Airbus A380 o costruire circa 30 chilometri di autostrada.

Ora il mo obiettivo non è fare facile benaltrismo, ma solo far notare che le missioni spaziali, che sembrano costosissime, sono in realtà piuttosto economiche. Il solo stato italiano in un solo anno spende per la difesa l’equivalente di 15 missioni Rosetta. Non voglio in nessun modo suggerire che quelle siano spese inutili o meno utili (ho citato la difesa perché curiosamente è quella di cui è più facile reperire le cifre) ma soltanto mettere in chiaro che i soldi destinati all’esplorazione spaziale sono briciole.

Se stiamo cercando sprechi di soldi pubblici le agenzie spaziali sono molto probabilmente il posto sbagliato dove cercare. Di soldi pubblici ne prendono talmente pochi che per ottenere i risultati che ottengono devono stare attente a non sprecarne niente.

E poi, avendo 30 centesimi da spendere, usarli per andare su una cometa non mi sembra una brutta idea.

Thanks Phil! XKCD | CC-BY-NC | Click for details

Se qualcuno non fosse ancora convinto vi rimando all’articolo Perché spendere tanto per lo Spazio? sul Post

*Quel “quasi 12 anni” tiene conto solo del tempo in cui Rosetta è stata effettivamente in volo, da marzo 2004 a dicembre 2015 (fine prevista della missione). A voler fare i pignoli la missione Rosetta è stata approvata nel 1993 ed è partita nel 1996, il che porterebbe a 19 anni il tempo su cui vanno spalmati i costi.

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Sei cose che probabilmente non sai su Ebola

Come tutti in questi giorni, sto seguendo con preoccupazione l’outbreak di Ebola in Africa occidentale, e come tutti mi tocca purtroppo leggere i giornali,e talvolta commetto l’errore di soffermarmi sui commenti presenti sui siti delle testate online o sui social network. Colpito dalla quantità di stupidaggini che ho letto in giro, spesso a sfondo ideologico, ho deciso di fare chiarezza su alcuni punti che a quanto pare sono oscuri per la maggior parte delle persone, e sui quali i media non sembrano intenzionati a documentarsi.

Ebola si trasmette principalmente attraverso il sangue

Sanitari impegnati nell’assistenza ai malati di EVD indossano le protezioni

La malattia che chiamiamo ebola si chiama Ebola Virus Disease (in breve EVD), il che sta ad indicare che è causata, appunto, dal virus Ebola. L’infezione da parte di questo virus causa una febbre emorragica. Nella fase finale della malattia il paziente ha copiose emorragie praticamente da ogni orifizio. Il contatto con il suo sangue in questa fase porta quasi sicuramente all’infezione. È per questo che i sanitari impegnati nell’assistenza ai malati di EVD sono particolarmente esposti. Avvicinarsi ad un malato senza camice, guanti, mascherina e occhiali protettivi equivale ad ammalarsi. Gli altri fluidi corporei in questa fase sono infettivi quanto il sangue. È questo il sistema sfruttato dal virus per diffondersi velocemente da persona a persona. I cadaveri delle persone infette inoltre rimangono infetti per diverso tempo, quindi anche il trattamento delle salme è pericoloso.

Ebola ha un vettore

Pteropodidae Anton Croos at Wikimedia Commons CC BY-SA-3.0 (click for details)

Abbiamo detto che l’EVD è causata da un virus, e sappiamo che i virus non sopravvivono a lungo nell’ambiente all’esterno dell’ospite. Come è possibile quindi che il virus Ebola scompaia anche per anni per poi ricomparire in luoghi diversi? Una volta che non ci sono più umani infetti non dovrebbe sparire per sempre come il vaiolo?

Purtroppo no. Infatti l’uomo non è l’unico ad essere suscettibile al virus ebola. Molti animali, fra cui diversi primati, possono essere infettati, e a loro volta infettare l’uomo tramite morso o il contatto con una carcassa. Questo fa sì che nei periodi in cui nessun umano è infettato dal virus questo sia presente in altre specie. Non ci sono ancora evidenze definitive, ma sembra che l’ospite naturale del virus sia il pipistrello della frutta (Pteropodidae), nel quale il virus, pur infettandolo, non provoca febbre emorragica né, per quanto ne sappiamo, alcuna malattia grave.

Per queste ragioni è molto improbabile che il virus arrivi in Europa attraverso l’immigrazione

Uno dei timori più diffusi in Italia e nel resto d’Europa è che il virus possa arrivare nel nostro paese attraverso i flussi migratori. È di pochi giorni fa la notizia di un uomo morto a causa di un attacco cardiaco su un volo proveniente dal Ghana e diretto a Roma, che ha portato, almeno a credere ai titoli di giornale, alla “paura Ebola” a bordo dell’aereo, nonostante la persona in questione non avesse alcun sintomo di EVD e il volo provenisse da un paese in cui non risultano casi. È di oggi stesso (10 settembre) la notizia di una donna rientrata in Italia dalla Nigeria fattasi visitare per una febbre di natura ignota, che ha portato all'”allarme ebola”, senza che nessuno nominasse l’ipotesi più ovvia, che poi era quella vera: malaria. Qualche cretino sul web se ne esce addirittura sostenendo che «la prima cosa che si fa in caso di epidemia è chiudere le frontiere».

In realtà un outbreak di ebola in Europa è molto improbabile per una serie di ragioni. La malattia ha un tempo di incubazione piuttosto breve, normalmente inferiore ad una settimana. In qualche caso si raggiungono i 10 giorni, ma comunque per protocollo se si viene esposti è necessario attendere almeno 21 giorni prima di poter escludere l’infezione, a meno che le analisi di laboratorio non la escludano prima. Dato che nessuna compagnia permetterebbe ad un passeggero affetto da febbre emorragica di viaggiare è necessario che una persona proveniente dai tre paesi in cui è presente l’infezione (Guinea, Liberia e Sierra Leone) prenda un aereo nei primissimi giorni dopo l’esposizione al virus. Sono da escludere i cosiddetti “viaggi della speranza”, che durano molto di più di dieci giorni.

Ma in effetti per quanto improbabile non si può escludere che una persona entrata in contatto con un malato di EVD decida di prendere un aereo per l’Europa nei primi giorni della sua infezione. Tuttavia fino alla comparsa delle emorragie quella persona sarebbe sostanzialmente non contagiosa, il che significa che con ogni probabilità si troverebbe isolata in un reparto di terapia intensiva ben prima di poter contagiare qualcuno.

E qui arriviamo al punto fondamentale, e cioè il fatto che in Europa non è presente il vettore, non c’è il pipistrello che potrebbe portare in giro il virus e diffonderlo anche in assenza di contagio da persona a persona.

Quindi è impossibile che il virus causi un’epidemia qui da noi? No, solo molto improbabile. E ad essere maggiormente a rischio non sono gli immigrati, ma gli europei che assistono i malati: medici, infermieri, volontari, missionari ecc., che rientrano nel proprio paese.

Ebola non può causare uno sterminio di massa

Il virus Ebola è molto contagioso. Come già detto basta un qualsiasi contatto con i fluidi corporei di una persona malata per infettarsi. E ogni volta che nuove persone si infettano aumenta la probabilità di entrare in contatto con qualcuno di loro, e quindi il contagio diventa più veloce. Da un punto di vista matematico diciamo che cresce in maniera esponenziale, se disegnassimo questa crescita ci apparirebbe così:

Grafico funzione seponenziale

Ma nessun modello nella realtà procede all’infinito. Sappiamo infatti che ad un certo punto si arriverà ad una situazione in cui la “densità” di infetti è talmente alta che è difficile che uno di loro si incontri con un non infetto: si incontreranno principalmente tra di loro. Quando questo avverrà il contagio comincerà a rallentare, e la curva di prima assumerà un andamento sigmoide:

Grafico andamento sigmoide

In pratica il numero di nuovi casi diminuirà fino ad arrivare a zero, e a quel punto diminuiranno anche i casi totali, man mano che gli ammalati guariscono o muoiono.

Questo non significa che non sia estremamente grave

L’EVD ha una mortalità altissima. Nei contesti rurali e sottosviluppati in cui è comparsa in passato si sono raggiunte punte del 90% di mortalità. Attualmente, con un contesto diverso con la migliore assistenza medica disponibile si è riusciti a far scendere questo valore fino al 50% (al 31 agosto 2014 si contano 1841 morti su 3685 casi), che rimane comunque uno dei più alti che esistano. Quello che ci sembra rassicurante finché si parla di numeri e di curve diventa improvvisamente agghiacciante se si pensa che si sta parlando di vite umane. E che per il momento non c’è alcuna cura.

Se finora le epidemie di ebola avevano colpito sempre villaggi isolati in zone rurali, limitando quindi rapidamente il contagio, oggi per la prima volta l’epidemia ha colpito una grande città (Conacry, la capitale della Guinea) e si è estesa ad altre. Questo è quindi il più grave outbreak di ebola che si sia mai registrato.

Bisogna inoltre ricordarsi che non siamo neanche vicini al punto in cui il contagio dovrebbe rallentare. Se 3500 vi sembra un numero piccolo forse non state tenendo a mente che sono comparsi tutti in poco più di cinque mesi, un tempo incredibilmente breve. È inoltre da notare che secondo l’ultimo report (datato 28 agosto 2014) il 40% di quei casi si è verificato negli ultimi 21 giorni. Come mostra anche questo grafico siamo nel pieno della fase esponenziale:

Casi totali e decessi totali nel tempo, estratto dal Situation report update dell'8 settembre 2014

Casi totali e decessi totali nel tempo, estratto dal Situation report update dell’8 settembre 2014

L’epidemia quindi sta accelerando sempre di più. Conoscendo il modello è possibile fare qualche previsione, e queste non sono confortanti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità prima di riportare la situazione sotto controllo si arriverà a ventimila casi. Il che con gli attuali tassi significa diecimila morti. Se non riuscite a dare un senso a questo numero pensate che è pari circa a tre volte il numero di morti per incidente stradale in un anno in Italia, a tre volte e mezzo il numero di morti dell’11 settembre o a quasi sei volte il numero di morti all’anno per AIDS in Italia. E questo non è il worst case scenario. Quindi il fatto che prima o poi l’epidemia si autolimiterà non ci deve far pensare che non sia una delle più grandi tragedie che sta avvenendo in questo momento.

La cura per l’ebola (forse) arriverà presto, il vaccino non tanto

Il virus della stomatite vescicolare, su cui è basato uno dei vaccini sperimentali per l’ebola. Centers for Disease Control and Prevention

Tutti sanno del farmaco ZMapp che avrebbe curato con successo alcuni operatori sanitari affetti da EVD. Si tratta in sostanza di un siero a base di anticorpi monoclonali prodotti tramite topi, e finora era stato sperimentato solo sugli animali (sui primati per la precisione). È stato somministrato ai sanitari in base alle cosiddette “cure compassionevoli”, che consistono nel sottoporre pazienti che hanno poco da perdere a terapie che non hanno ancora completato l’iter di sperimentazione sugli umani ma che hanno già dato qualche prova di sicurezza ed efficacia.

Ora il farmaco deve essere sperimentato su larga scala, e naturalmente in via sperimentale sarà utilizzato per trattare i malati dell’epidemia in corso. Solo che questo richiede tempo: le fasi di ricerca vengono effettuate principalmente da laboratori relativamente piccoli, i quali ovviamente producono una quantità ridotta di farmaco. Ora è necessario avviare una produzione industriale, il che richiederà nella migliore delle ipotesi almeno un paio di mesi.

Allo stato attuale quindi per l’ebola non esiste alcuna cura, è possibile solo intervenire sulle conseguenze della malattia, cercando ad esempio di prevenire lo shock ipovolemico, che è la principale causa di morte.

Vi sono poi allo studio diversi vaccini, che tuttavia sono in una fase ancora più precoce del loro sviluppo. Il primo sarà forse pronto per le prime sperimentazioni per il prossimo ottobre. Il WHO ha comunque già commissionato la produzione di un certo numero di dosi da distribuire eventualmente agli operatori sanitari. I vaccini in fase più avanzata di sviluppo sono due, il VSV-EBO basato sul virus della stomatite vescicolare e il ChAd-EBO, basato su un adenovirus di scimpanzè, entrambi hanno dato segni di sicurezza e di efficacia sugli animali. A questi, oltre che al ZMapp, sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità sia diversi governi hanno stabilito di dedicare parecchie risorse.

È necessario notare che queste ricerche, che oggi sono sotto i riflettori, non sono certo cominciate ieri. La ricerca sul virus Ebola va avanti dagli anni ottanta, lontano dalle prime pagine dei giornali e spesso senza finanziamenti, ed è grazie a questa ricerca che oggi forse siamo vicini a risolvere il problema. Questo pone ancora una volta l’accento sul fatto che la ricerca va sostenuta e finanziata anche quando non sembra portare un risultato immediato. Se solo un anno fa qualcuno avesse chiesto fondi per la ricerca sul virus Ebola e sull’EVD avrebbe avuto grosse difficoltà ad ottenerli, perché l’ebola sembrava un problema remoto, non se ne parlava da anni, a nessuno importava.

Fonti e documentazione

World Health Organization, Statement on the WHO Consultation on potential Ebola therapies and vaccines, 05 settembre 2014

World Healt Organization Global Alert and Response,Ebola virus disease outbreak – west Africa, 04 settembre 2014

World Health Organization. Ebola Situation Report, 29 agosto 2014

World Health Organization, Ebola Response Roadmap, 28 agosto 2014

World Healt Organization Global Alert and Response,Ebola virus disease update – west Africa, 28 agosto 2014

World Health Organization, Anecdotal evidence about experimental Ebola therapies, 21 agosto 2014

World Health Organization, Ebola Fact Sheet

Medici Senza Frontiere | Ebola

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Qiu X, Wong G, Audet J, Bello A, Fernando L, Alimonti JB, Fausther-Bovendo H, Wei H, Aviles J, Hiatt E, Johnson A, Morton J, Swope K, Bohorov O, Bohorova N, Goodman C, Kim D, Pauly MH, Velasco J, Pettitt J, Olinger GG, Whaley K, Xu B, Strong JE, Zeitlin L, Kobinger GP. Reversion of advanced Ebola virus disease in nonhuman primates with ZMapp. Nature. 2014 Aug 29. doi: 10.1038/nature13777. PMID: 25171469.

McCarthy M. US signs contract with ZMapp maker to accelerate development of
the Ebola drug. BMJ. 2014 Sep 4;349:g5488. PMID: 25189475

Cosa vuol dire predittività

Dite la verità, quante volte avete sentito o letto la frase «questi test non sono predittivi»? Ebbene, quando qualcuno afferma che un test usato in ambito biosanitario, o addirittura un’intero gruppo di test , non è predittivo, vi siete mai chiesti cosa stia dicendo in realtà? Vi siete mai chiesti cosa significa predittività?

Ebbene, vi svelo un segreto una frase del genere, espressa in questi termini non significa assolutamente niente.

Stupiti? Mi spiego.

Innanzitutto una piccola premessa. Di solito nei miei post cerco di ridurre il più possibile l’uso del lessico specialistico e della matematica, perché mi rendo conto che non tutti li digeriscono facilmente. Stavolta purtroppo non sarà possibile e un po’ di matematica dovrò usarla per forza, ma non vi preoccupate, è poca ed è piuttosto facile.

Cominciamo dal principio. Il termine predittività fa riferimento ad una particolare categoria di test usati in ambito biosanitario, i test diagnostici. Un test diagnostico è un test utilizzato per verificare la presenza di una malattia o di qualunque altra caratteristica di interesse in un soggetto, per esempio un fattore di rischio. Ce ne sono migliaia diversi, ciascuno con caratteristiche proprie.Una caratteristica dei test diagnostici è quella di avere solo due risposte possibili, positivo o negativo. Non sono test usati per “misurare” qualcosa (anche se ogni tanto la risposta dipende da una misura) ma per fornire una risposta di tipo sì/no.

In un mondo perfetto un test diagnostico è accurato al 100%, non esistono cioè casi in cui la malattia è presente e il test è negativo (falsi negativi) né casi in cui la malattia è assente ma il test è positivo (falsi positivi). Purtroppo nella realtà questo non avviene mai, tutti i test hanno una certa percentuale di falsi positivi e di falsi negativi.

È molto importante per chi somministra un test sapere esattamente quali sono i limiti del test che sta somministrando, ed è possibile conoscerli tramite appositi strumenti statistici.

Ogni test possiede quattro valori che lo caratterizzano e ne descrivono la performance: la sensibilità, la specificità, la predittività positiva e la predittività negativa. Ciascuno di questi valori vuol dire poco in assenza degli altri. In particolare gli ultimi due non si possono ottenere senza i primi due.

Poniamo ora di avere un test diagnostico per una qualche malattia. Chiamiamo D + i soggetti malati e D i soggetti sani. D+ + D sarà tutta la popolazione (malati + sani), mentre D+/(D+ + D) sarà la probabilità di avere la malattia, scrivendolo matematicamente P(D+). Questo valore è chiamato prevalenza, e se lo moltiplichiamo per 100 otteniamo la percentuale della popolazione che è malata in quel momento. Per esempio uno studio riferisce che la P(D+) del cancro alla cervice uterina è 0.000083, quindi lo 0.0083% delle donne esaminate ha il cancro alla cervice uterina.

Dobbiamo ora sperimentare il nostro test. Durante la fase di sperimentazione clinica somministreremo il test a persone che sicuramente hanno la malattia, e vedremo se e quando il test risulterà effettivamente positivo. Vedremo quindi qual è la frazione di soggetti malati il cui test risulta effettivamente positivo. Se chiamiamo T+ i test positivi e T i test negativi, il valore che stiamo cercando sarà P(T+ | D+). Quella sbarra verticale nel mezzo si legge “condizionato”. La probabilità condizionata si applica quando abbiamo un evento già verificato e vogliamo conoscere la probabilità di un secondo evento che ne viene influenzato. In questo caso vogliamo sapere la probabilità di avere un test positivo (T+) per un soggetto che sappiamo già essere malato (D+). Questo valore è la sensibilità del test.

Per esempio da uno studio risulta che per il Pap test, un test utilizzato negli screening per il cancro alla cervice uterina, P(T+ | D+) = 0.8375, quindi l’83.75% dei malati ha un test positivo.

Adesso farò esattamente il contrario di quello che ho fatto prima farò il test a dei soggetti sicuramente sani, e verificherò quanti avranno un test negativo. Applicando la stessa notazione di prima e chiamando T i test negativi scriverò P(T | D). Questo valore è la specificità del test. Proseguendo con l’esempio del Pap test, la sua specificità è 0.8136.

Immaginiamo ora di aver completato la fase sperimentale per il nostro test. Ora il nostro test verrà utilizzato in situazioni reali per diagnosticare una malattia a persone che non sanno di averla, o quantomeno per farle sottoporre ad ulteriori accertamenti. Ma come si comporterà il nostro test nella vita reale? Durante la sperimentazione sapevamo già in anticipo quali erano i sani e quali i malati, nella realtà quando useremo il test non sapremo mai a priori se la persona che abbiamo di fronte è sana o malata. L’unica cosa che avremo di certo sarà il risultato del test.

Vogliamo quindi sapere quanto sbaglierà il nostro test. In pratica avremo una persona con un test positivo (T+) e vogliamo sapere qual è la probabilità che abbia davvero la malattia. Questo è esattamente il contrario di quello che avevamo fatto prima, e infatti si scrive P(D+ | T+). Questo valore è la predittività positiva del test.

E qui viene il difficile. A meno di non usare “alla cieca” il test per un po’, non abbiamo la possibilità di misurare sperimentalmente questo valore. Fortunatamente la statistica ci viene in aiuto. Infatti coi valori che abbiamo già ottenuto possiamo calcolare la predittività positiva grazie al teorema di Bayes. Applicandolo alla nostra situazione si avrà

Teorema di Bayes

Non ci spaventiamo, se guardiamo attentamente vedremo che i fattori presenti nell’espressione qui sopra li abbiamo già quasi tutti. Ci manca P(T+ | D), ma siccome è il complementare di P(T | D) e ogni probabilità è un numero compreso tra 0 e 1, il valore che ci manca sarà uguale a 1 – P(T | D).

Allo stesso modo P(D) sarà uguale a 1 – P(D+).

Se facciamo i calcoli con i valori che già abbiamo per il il Pap test otteniamo che la sua predittività positiva P(D+ | T+) = 0.000373. In pratica su un milione di donne positive al test 373 hanno il cancro. Sembra un valore un po’ bassino? Un attimo di pazienza, ora ci arriviamo.

C’è un ultima cosa che ci rimane da calcolare, ugualmente importante. Vogliamo infatti sapere qual è la probabilità che una persona con un test negativo sia effettivamente sana. A questo punto dovreste essere in grado di scriverlo da soli: P(D– | T). E ancora una volta dovremo applicare il teorema di Bayes:

Teorema di Bayes

Anche stavolta, esattamente come prima, abbiamo già tutto quello che ci serve per fare i conti. Nel caso del Pap test otteniamo che la predittività negativa P(D– | T) = 0.999983. Cioè su un milione di donne negative al test 999983 saranno effettivamente sane.

Proviamo a trarre qualche considerazione finale da tutto questo. Innanzitutto abbiamo visto una cosa importante: non si può parlare genericamente di “predittività”, perché non significa niente. Bisogna parlare di predittività positiva e predittività negativa. Un’altra cosa che abbiamo visto è che i valori di predittività non saltano fuori dal nulla, vanno ricavati dalla sensibilità e dalla specificità. Quindi parlare di predittività senza conoscere questi due valori, oltre alla prevalenza, è sostanzialmente impossibile. Terza considerazione, non si può dire genericamente che un test è o non è predittivo. La predittività positiva e la predittività negativa di un test sono due bei numeri, di solito con tante belle cifre dopo la virgola, e sì, senza quei numeri “predittività” non significa niente.

Il valore predittivo va poi associato al contesto e agli scopi del test. Vi ricordate la predittività positiva per il Pap test? Quello 0.000373 che ci sembrava tanto basso? In realtà nel caso in questione va più che bene. È così basso perché il Pap test in realtà rileva non il cancro, ma il papilloma virus, che ne è la causa. Ci va bene una predittività positiva così bassa perché le donne positive al Pap test si sottoporranno ad ulteriori e più frequenti controlli, comprese quelle che il cancro lo hanno davvero, che quindi lo scopriranno in fase precoce e avranno molte più possibilità di cavarsela.

In questo caso infatti è molto più importante avere un alto valore di predittività negativa. Per il Pap test la predittività negativa è molto alta (99.9983%), il che ci garantisce che quelle rimandate a casa con un test negativo siano effettivamente per la quasi totalità sane (purtroppo un minimo di errore rimane sempre). Quindi, pur dando un test positivo a molte donne sane, saremo sicuri di aver “preso” anche tutte quelle malate.

Il Pap test è un esempio, per test diversi in diversi contesti avremo bisogno di valori diversi. E questo mi porta all’ultima considerazione, e cioè che se affermi che la predittività (positiva o negativa) di un test è troppo bassa, devi essere in grado di giustificare questa affermazione in relazione al tipo di test e ai suoi scopi.

Quindi la prossima volta che qualcuno vi dirà che un test non è predittivo chiedetegli:

  1. a quale test si riferisce;
  2. quali sono la sensibilità e la specificità di quel test;
  3. quali i sono valori predittivi positivo e negativo di quel test;
  4. perché ritiene che siano troppo bassi per gli scopi del test.

Se il vostro interlocutore non è in grado di rispondere a queste domande o non sa di cosa parla o è in malafede. In ogni caso non dategli ascolto.

 

BIBLIOGRAFIA

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Fahey MT, Irwig L, Macaskill P. Meta-analysis of Pap test accuracy. Am J Epidemiol. 1995 Apr 1;141(7):680-9.

DeLong ER, Vernon WB, Bollinger RR. Sensitivity and specificity of a monitoring test. Biometrics. 1985 Dec;41(4):947-58.

Attenzione, i valori riportati in questo articolo fanno riferimento ad una ben precisa area geografica e ad un ben preciso periodo di tempo. Non sono validi ovunque e sempre.

L’uomo è lanciatore

Da parecchio tempo va di gran moda un certo luogo comune. Si tratta dell’idea, forse intuitiva, che il successo evolutivo dell’uomo sia dovuto principalmente, se non in maniera esclusiva al suo intelletto superiore.

Non che sia del tutto sbagliato, intendiamoci, la nostra intelligenza unica è sicuramente importante, ma fino ad un certo momento ci siamo evoluti senza di essa, alla pari con diverse specie che, al contrario dei nostri antenati, non hanno lasciato discendenti. Si potrebbe dire che anche la nostra intelligenza è stata una conseguenza del nostro successo evolutivo, e solo da un certo momento in poi ne è stata la causa. A leggere i sacri testi® si scopre che i principali fattori ai quali dobbiamo la nostra posizione attuale sono un’ottima mobilità e una sessualità vigorosa.

Difatti l’uomo si sposta con grande facilità e velocità, sulle medie distanze può battere canidi e felini, su quelle lunghe compete con i cavalli (e no, voi che passate tre quarti del periodo di veglia su una sedia e il restante quarto sul divano non andate bene come esempio). Inoltre si può riprodurre in qualsiasi stagione dell’anno, con intervalli molto brevi fra un evento riproduttivo e l’altro (per i maschietti teoricamente senza alcun intervallo), e non è una cosa comunissima tra i mammiferi.

Di pari passo col mito dell’uomo che sopravvive solo grazie al suo intelletto avanza l’idea che l’uomo sia fisicamente inadatto alla caccia, e che abbia sopperito con l’ingegno a questa sua incapacità.

Prometeo incatenato, di Nicolas-Sébastien Adam

Quest’idea ha origini antichissime: il mito di Prometeo in tutte le tradizioni si apre dicendo che mentre gli dei distribuivano le qualità ai mortali e davano ai vari predatori forza, denti acuminati e artigli, all’uomo toccarono l’intelligenza e la memoria (e la grazia, riportano alcuni), lasciandolo così indifeso di fronte alla natura. Fu questo il motivo per il quale il titano Prometeo rubò agli dei il fuoco per farne dono agli umani, che amava e che voleva salvare.

A ben vedere basterebbe pensarci un attimo usando il buonsenso per rendersi conto che un animale fisicamente incapace di cacciare non incomincerebbe a farlo, e se ci provasse fallirebbe, mentre le prove fossili ci mostrano che gli ominidi erano cacciatori di grande successo fin dai tempi dei nostri progenitori Homo erectus. Come è possibile allora che l’uomo sia diventato uno fra i cacciatori più efficienti che il nostro pianeta ricordi, ben prima di inventare le armi da fuoco o persino di imparare a lavorare il ferro?

Semplice: così come tutti i predatori, l’uomo è una perfetta macchina di morte, il suo corpo si comporta estremamente bene quando si tratta di uccidere, e non ha nulla da invidiare alle bestie che un tempo definivamo “feroci”.

Sin da quando la zona dell’Africa abitata dai nostri predecessori si trasformò da giungla in savana a causa di un raffreddamento globale, gli ominidi si trovarono con alcune caratteristiche che li ponevano in vantaggio. Innanzitutto avevano entrambi gli occhi posti frontalmente alla testa. Questa caratteristica è tipica dei predatori, perché permette tramite la visione stereoscopica di percepire la profondità, e quindi di valutare le distanze. Nei primati tale funzione derivava dalla necessità di spostarsi nell’ambiente arboricolo della foresta pluviale, evitando se possibile di cascare da un ramo e rompersi l’osso del collo. La maggior parte dei mammiferi erbivori, per contro, ha gli occhi sui lati della testa, di modo da poter avvistare un predatore da qualunque angolo questo si avvicini. Inoltre gli avi si trovavano con una singolare dentatura, nella quale si contavano otto denti atti ad incidere e quattro atti a lacerare, segno che, come i nostri attuali cugini bonobo e scimpanzé, non disdegnavano un occasionale pasto di carne da catturare e consumarsi tra gli alberi.

Altre cose che favorirono gli ominidi primitivi furono la capacità di assumere la stazione eretta, che erano abituati a mantenere sorreggendosi ai rami, e gli arti prensili. Col passar del tempo, in un ambiente che era sempre meno foresta e sempre più prateria, gli scimmioni iniziarono a passare sempre più tempo eretti, allo scopo di vedere a distanze maggiori. Questo fece sì che gli arti posteriori perdessero a poco a poco la capacità prensile, mentre quelli anteriori si trovavano liberi di essere utilizzati in altro modo.

Stop.

Vi propongo un esperimento. Immaginate di dover lanciare un oggetto, diciamo qualcosa delle dimensioni e del peso di un piccolo sasso, o di una palla da baseball. Alzatevi in piedi, immaginate l’oggetto nella vostra mano, focalizzatevi su un punto lontano, il più lontano possibile (se siete in una stanza immaginate uno spazio aperto), caricate il tiro…

Stop.

Scommetto quello che volete che avete tirato indietro un braccio, quasi parallelo al terreno, in direzione opposta a quella in cui volevate tirare, e che contemporaneamente avete portato avanti l’altro braccio, quasi ad indicare dove stavate mirando, tenendo il busto di profilo rispetto alla direzione del tiro.

Ebbene, voi non lo sapete, ma il vostro istinto vi ha portato a sfruttare una delle caratteristiche che hanno consentito all’uomo di cacciare così bene. Quando allungate le braccia in quella posizione i vostri tendini si allungano, come se tendeste l’elastico di una gigantesca fionda. Infatti se ci provate potrete constatare che è una posizione che non si può mantenere a lungo. Quando completate il tiro, portando un braccio in avanti e in alto e l’altro indietro e in basso, l’energia elastica si rilascia, consentendovi di scagliare l’oggetto con una forza che vi stupirebbe.Tale capacità non esiste in nessun altro primate, è un’esclusiva dell’uomo.

È quel che hanno scoperto i ricercatori di Harward e della George Washington University, che calcolano che questo sia il movimento più potente che l’uomo può effettuare.

Ma questa incredibile capacità non si è sviluppata per caso, né crediamo che gli uomini di 150 mila anni fa giocassero a cricket per passare il tempo. D’altra  parte non è difficile pensare come il nostro eroe, una volta in piedi e con le sue nuove mani libere, abbia avuto l’idea di tirare un sasso. E poi di tirarlo mirando a qualcosa, come ad esempio un predatore esausto che aveva appena ucciso la sua preda, così da metterlo in fuga quando era solo mezza mangiata e da poter avere la carne e soprattutto il midollo osseo, ricco di nutrienti.

Dal tirare ai predatori e agli spazzini a tirare direttamente alla preda per stordirla e poi ucciderla il passo è breve. E dal tirare un sasso a tirare un bastone acuminato il passo è ancora più breve. E da lì ad usare lo stesso movimento a distanza ravvicinata per colpire direttamente la preda (magari già stordita a distanza) con una clava, rompendo la colonna vertebrale e schiacciando il cervello, non ci vuole poi molto. Al resto ci arrivate da soli.

Quindi, la prossima volta che qualcuno vi dice che l’uomo non è fisicamente adatto alla caccia, o che non ha l’istinto del cacciatore, chiedetegli di lanciare una palla da baseball!

Come non funziona il metodo scientifico: un caso di studio

L’articolo  stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale

Molte persone, per via telematica o a voce, hanno mostrato curiosità e interesse sul funzionamento di questo tanto amato metodo scientifico, due paroline magiche che ogni scienziato ripete e si ripete ad ogni piè sospinto. Capita però raramente, al di fuori dei laboratori e delle università, di poter mostrare un esempio reale e concreto di funzionamento (o in questo caso di non funzionamento) del metodo stesso.

Il caso che ci si presenta davanti è quello di una ricercatrice, o meglio, un’ex ricercatrice, oggi politica, che chiede aiuto agli ex colleghi per la stesura di un dossier molto particolare.

Prima di tutto una premessa: in questa sede non mi interessa dare giudizi sulle idee sull’operato politico della persona in questione, né su quello del suo partito, tutto ciò che mi interessa è la questione scientifica.

Andiamo con ordine: sabato 5 ottobre compare un’aggiornamento di stato sul profilo dell’onorevole Elena Fattori, senatrice della repubblica e membro delle commissioni agricoltura e politiche comunitarie, e, come dicevamo, ex ricercatrice biomedica.

Il testo è il seguente:

2013-10-16_103607

Appello agli scienziati che seguono questa pagina!
OGGETTO MAIS TRANSGENICO MON 810
Stiamo portando aventi una battaglia per evitare l’invasione di questo mais OGM.
Per invocare la clausola di salvaguardia occorre un dossier scientifico sull’argomento che ad oggi manca. Le informazione e gli studi sono vaghi e purtroppo la politica e gli intessi si mescolano ai dati scientifici. Mi servirebbe aiuto per produrre un dossier totalmente ASETTICO e SCIENTIFICO che sia diviso più o meno così:
[omissis]
Vorrei realizzare una task force che in tempi decenti raccolga tutti i dati in letteratura e faccia una relazione su questi punti. Chi vuole partecipare mi scriva su: elena.fattori@senato.it, magari dicendomi la specializzazione e su quali di questi punti voglia lavorare così organizziamo dei gruppi.

Apparentemente nulla di strano, direte voi, anzi, una volta tanto si chiede di realizzare un dossier scientifico anziché affidarsi a preconcetti o ideologie.

Stop.

Parliamo di metodo scientifico. Le basi le dovreste conoscere tutti, visto che si studiano alle scuole elementari:
1 – Osservare un fenomeno
2 – Formulare un’ipotesi sul suo funzionamento
3 – Effettuare un esperimento per verificare la presenza di errori nella nostra teoria
4a – Se l’esperimento evidenzia che ci sbagliavamo modificare la teoria
4b – Se l’esperimento non rivela errori continuare a sperimentare finché nuove evidenze non ci fanno modificare la teoria
Fin qui tutto molto semplice. Ricordiamoci che la nostra teoria si considera per principio falsa, e che gli esperimenti che facciamo hanno lo scopo di scoprire gli errori (falsificare la teoria). Più a lungo rimaniamo senza trovare errori più la teoria “ci piace”. Dopo un numero sufficiente di esperimenti la si potrà considerare senza ombra di dubbio “dimnostrata”.

Ok, ma dopo? Una volta che gli scienziati hanno sperimentato a sufficienza, come facciamo a trarre delle conclusioni? Anche qui le basi sono piuttosto semplici. gli scienziati pubblicano i loro risultati su riviste scientifiche, le quali li accettano dopo un processo di revisione, e queste pubblicazioni vengono indicizzate in appositi database che possiamo consultare per sapere come stanno le cose. Nell’insieme queste pubblicazioni formano quella che gli addetti ai lavori chiamano “letteratura scientifica”.

Torniamo alla senatrice Fattori. In sostanza ciò che lei sta chiedendo è proprio questo, una ricerca nella letteratura scientifica riguardante i risultati finora ottenuti sul mais GM MON 810. Dov’è allora l’errore (tralasciando la stranezza di porre una simile richiesta su facebook, anziché rivolgersi a qualche istituto scientifico)? Se cercate bene lo troverete nel primo paragrafo, dove dice “Stiamo portando aventi una battaglia per evitare l’invasione di questo mais OGM” e “Per invocare la clausola di salvaguardia occorre un dossier scientifico sull’argomento“. Notate niente? Se ci fate caso la senatrice ha già esplicitato quali devono essere le conclusioni dello studio: evitare l’invasione di questo mais e invocare la clausola di salvaguardia. In pratica ha posto una conclusione e ha chiesto agli scienziati di trovare prove di questa sua conclusione.

C’è bisogno di spiegare perché è sbagliato trarre le conclusioni prima e raccogliere i dati poi? Diciamo di sì. Il motivo è che questo ci porta ad una nota fallacia logica chiamata cherry picking, nota anche come fallacia dell’evidenza incompleta. Infatti se non ci limitiamo a cercare tutto ciò che di scientifico è stato scritto in materia ma cerchiamo appositamente prove a favore della nostra conclusione preferita, probabilmente le troveremo, ma ignoreremo anche tutte quelle contrarie, comprese anche quelle che eventualmente confutano specificamente le nostre. In questo caso ciò che conta è l’insieme delle evidenze, non le singole evidenze a favore di ciò che crediamo.

Se non tenessimo conto di questo ci lascerebbe alquanto stupiti l’affermazione della Fattori secondo cui un dossier scientifico sul MON 810 “ad oggi manca”, per non parlare di quando scrive che “gli studi sono vaghi”. Ci stupirebbe assai perché in realtà di dossier scientifici completi ne esistono eccome, e sono quelli realizzati dall’EFSA (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) e dall’FDA (il suo corrispettivo statunitense) basandosi su oltre quindici anni di studi, che concludono che il mais MON 810 è sicuro sia dal punto di vista alimentare che da quello ambientale (i due linkati sono solo per esempio, solo sul sito dell’EFSA si trovano centinaia di documenti in merito, aggiornati annualmente).

Il cherry picking è figlio di un particolare bias cognitivo (i bias cognitivi sono dei piccoli “errori” insiti nel funzionamento della nostra mente che ci impediscono in certe condizioni di ragionare in maniera logica) noto come bias di conferma, che ci porta a selezionare e prestare più attenzione a quelle informazioni che sono più vicine a ciò che noi crediamo.

Come si evita allora di cadere in questo errore? Innanzitutto evitare di giungere alle conclusioni in anticipo è già un buon inizio. In secondo luogo si può ridurre sensibilmente il fattore soggettivo lavorando in un certo senso “bendati”: si pongono innanzitutto delle condizioni iniziali di qualità, che ci dicono quali studi potranno essere inclusi nella nostra ricerca. Per esempio per gli studi di tossicità si richiederà un numero minimo di partecipanti e l’uso del doppio cieco randomizzato. Il secondo step è quello di prendere tutte le pubblicazioni scientifiche sull’argomento che soddisfino i requisiti, indipendentemente dalle conclusioni a cui giungono. Infine si analizzano queste pubblicazioni con gli appositi strumenti statistici e a questo punto si traggono le conclusioni basandosi sui dati ottenuti. Questo sistema si chiama review sistematica, ed è quello comunemente utilizzato dagli scienziati.

Siamo sicuri che invece l’approccio della senatrice Fattori non possa funzionare? Sì, lo siamo perché i nostri politici non sono stati i primi a cercare di manipolare la scienza a loro favore in questo campo. Ci sono stati altri che ci hanno provato prima di loro, ultimi in ordine di tempo i francesi, il cui dossier era stato ovviamente bocciato dall’EFSA, così come tutti quelli che lo avevano preceduto.

Aggiornamento: il seguito

Ho commesso un errore: Mi sono andato a leggere i commenti presenti sotto il testo della Fattori, e ora mi sento in dovere fare un paio di considerazioni. Se volete leggervi l’intera discussione, la trovate qui, anche se non è facile seguire dato che facebook di default non mette più i commenti in ordine cronologico.

Nel giro di poche ore sotto l’ormai noto “appello agli scienziati” sono comparsi più di 200 commenti. La notizia agli scienziati gli è arrivata sul serio e in un lampo si scatenato l’inferno. Tra i commentatori molti si sono qualificati come scienziati e hanno fatto notare la poca correttezza del chiedere la realizzazione di un dossier scegliendo a priori le conclusioni a cui dovrà giungere, altri hanno segnalato i dossier dell’EFSA e diversi altri studi. In poco tempo sono comparsi tra i commentatori i nomi di biologi noti e di diversi giornalisti scientifici. Quasi tutti affermavano la stessa cosa: gli studi esistono e giungono a conclusioni opposte rispetto a quelle che vorrebbe lei.

Le risposte della senatrice sono illuminanti. Le prime sono tutte variazioni sul tema del “io sono una scienziata, gli OGM li conosco, voi no quindi state zitti”. E così arriviamo alla seconda fallacia logica della giornata: l’appello all’autorità, in questo caso la sua. Tralasciamo per un momento il fatto che in ambito scientifico l’appello all’autorità non ha alcun valore, perché contano solo i dati di fatto e i risultati degli studi scientifici, e invece chiediamoci: ma Elena Fattori si può davvero considerare un’autorità in campo di OGM, al punto da poter zittire altri biologi che non concordano con lei? Vediamo, se cerchiamo su PubMed vediamo che la Fattori, escludendo le omonimie, ha una quarantina di pubblicazioni principalmente riguardanti la preclinica di un vaccino contro l’epatite c, realizzato con virus modificati e alcuni lavori con topi transgenici. A quanto risulta non ha mai partecipato ad alcuno studio sulle biotecnologie vegetali, men che mai su piante geneticamente modificate, né risulta che abbia studiato gli effetti degli OGM al di fuori dei laboratori. In altre parole no, non è affatto un’autorità in materia, non può permettersi di zittire i suoi colleghi, soprattutto se questi le presentano studi e pubblicazioni sull’argomento.

Nella seconda trance di risposte invece la Fattori cambia tattica, accusando di volta in volta il suo interlocutore di non essere “un vero scienziato”. E con questa fanno tre fallacie Elena, a cinque vinci un premio? La fallacia in questione è nota come no true scotsman (nessun vero scozzese), e consiste nel cambiare arbitrariamente il proprio target sulla base di ciò che si vuole dimostrare. In altre parole la Fattori si è rivolta inizialmente agli scienziati, ma vedendo che questi non concordavano con lei ha deciso di rivolgersi ai “veri scienziati”, escludendo automaticamente da questo insieme chiunque non fosse del suo stesso parere. Non dubito che anche quando sarà il momento di analizzare le pubblicazioni scientifiche accetterà solo la “vera scienza” con questo intendendo quelle pubblicazioni che confermano i suoi preconcetti.

Infine, ormai assediata, la Fattori conclude che “la scienza fa paura a tutti”. E una volta tanto sono d’accordo, signora senatrice, la scienza può far paura, soprattutto a chi cerca di manipolarla e strumentalizzarla per i propri fini politici.

OGM, basta ipocrisia

PescefragolaIn questi giorni non si fa che parlare del decreto, firmato da ben tre ministri, che in seguito ad una mozione unitaria (ed unanime) del parlamento vieta la coltivazione di organismi geneticamente modificati. Sono vietate anche le coltivazioni in campo aperto a scopo di ricerca scientifica. Tale decreto invoca la clausola di salvaguardia, un passo della normativa europea che permette di sospendere la coltivazione di un certo OGM se emergono in seguito alla sua approvazione nuovi dati che mettono in dubbio la sua sicurezza per la salute o per l’ambiente. Dati che ovviamente non esistono, visto che nel nostro paese la ricerca sugli OGM è vietata. Nel nostro caso il decreto riguarda l’unico OGM attualmente approvato in Europa, il mais MON 810, ma la mozione del parlamento vincola il governo ad agire allo stesso modo con qualunque varietà venisse approvata in futuro, applicando la clausola di salvaguardia a priori, cosa fra l’altro vietata dalla normativa europea.

Il divieto, come già detto in diverse altre occasioni non ha alcuna base scientifica, i possibili rischi prospettati, tra i quali non meglio identificati rischi per la salute o la “perdita di biodiversità” , sono scientificamente fantasiosi e campati per aria. Alcuni, come per esempio la “contaminazione” dei prodotti tipici italiani, violano un paio di principi della fisica che chiunque abbia terminato le scuole superiori dovrebbe conoscere.

Il parlamento tuttavia si fa forte del fatto che da certe indagini sia emerso che la stragrande maggioranza della popolazione sia contraria agli OGM, e che quindi i rappresentanti stanno facendo il volere della maggioranza. Si potrebbe obiettare che la democrazia è un’altra cosa, ma per il momento diamolo per accettato: i nostri governanti ritengono che gli OGM siano pericolosi, e il popolo è d’accordo con loro.

Di conseguenza sarebbe piuttosto grave se, all’insaputa di questo popolo, il mais e la soia utilizzati nel nostro paese fossero OGM in percentuali superiori all’80%. E che questi OGM venissero usati per produrre i mangimi che alimentano tutti gli animali d’allevamento italiani, compresi quelli da cui derivano i prodotti tipici italiani che tanto vogliamo tutelare, come il Parmigiano Reggiano o il prosciutto San Daniele. Sarebbe ancora più grave poi se si scoprisse che spesso le stesse lobby che si oppongono alla coltivazione di OGM sul nostro suolo importano e commerciano questi prodotti. Per non parlare di cosa succederebbe se saltasse fuori che più dell’80% del cotone è OGM, compreso quello con cui sono tessuti gli abiti disegnati dai nostri stilisti.

Già, eppure non si scandalizza nessuno del fatto che sia proprio così. Perché i nostri parlamentari non lo gridano in parlamento, non si scagliano contro le lobby e le multinazionali, non propongono mozioni per fermare tutto questo? Non sarà mica che tra i nostri rappresentanti ci sono degli ipocriti?

Volendo far finta di credere alla buona fede di deputati e senatori faccio una proposta: etichettatura obbligatoria per qualsiasi prodotto che utilizzi OGM nella sua filiera, così che i consumatori siano consapevoli di ciò che consumano e possano eventualmente scegliere di non consumarlo più.

Deve quindi comparire sull’etichetta di tutti questi prodotti la dicitura “contiene OGM”, con l’indicazione della/e varietà utilizzata/e in posizione e con caratteri tali da avere la medesima visibilità delle altre informazioni.

Tali prodotti devono comprendere:

  1. Tutte le piante geneticamente modificate e i prodotti contenenti tali piante o loro parti.
  2. Tutti i prodotti derivati da piante geneticamente modificate, compresi i mangimi per animali.
  3. Tutta la carne di animali alimentati con i mangimi di cui al punto 2.
  4. Tutti i prodotti di derivati da animali di cui al punto 3, inclusi, ma non limitatamente a, latte, formaggi, uova, burro o prodotti che li contengano come ingredienti.
  5. Abiti o accessori realizzati, in tutto o in parte, con materiali derivanti da animali di cui al punto 3.
  6. Abiti o accessori realizzati, in tutto o in parte, con fibre vegetali derivanti da piante geneticamente modificate.

Inoltre bisognerebbe creare un elenco, pubblicamente accessibile, di tutte le aziende che commerciano tali prodotti, di modo che il consumatore possa verificare se l’azienda presso cui si sta servendo è effettivamente OGM-free.

Ma allora perché, diranno subito i miei piccoli lettori, il parlamento e il governo non mettono subito in atto questi provvedimenti dettati dal buon senso? Se gli OGM sono tanto pericolosi, perché li lasciano circolare liberamente per tutto il paese?

Ve lo dico io perché, perché sono degli ipocriti, il cui unico interesse è il consenso elettorale. Perché sanno che se si volesse essere onesti andrebbe indicata come OGM praticamente tutta la produzione alimentare, tessile e conciaria italiana, perché sanno che salterebbe fuori che coloro che non vogliono che si coltivino OGM hanno grossi interessi economici nella loro importazione e vendita, perché sanno che la gente in questo modo si accorgerebbe dell’inganno, perché temono l’intelligenza della massa e sanno che farebbero una gran brutta figura.

Una figura da ipocriti.

No agli OGM in Italia. Sul serio?

Volevo scrivere qualcosa a proposito del vergognoso voto di oggi alla camera, con cui viene approvata una mozione che impegna il governo ad applicare la clausola di salvaguardia contro qualsiasi coltivazione OGM nel nostro paese, indipendentemente dalla sua reale necessità. La clausola di salvaguardia si dovrebbe applicare per quei prodotti per i quali siano emersi nuovi elementi. Qui invece la si vuole applicare a priori su prodotti approvati in sede europea, cioè che hanno subito tutti i controlli necessari per farli approvare dall’EFSA, l’organo di controllo europeo per la sicurezza degli alimenti (allo stato attuale si tratta di uno solo). Tale mozione si basa su premesse false e antiscientifiche, e inoltre è in  palese contrasto con la normativa europea, il che espone l’Italia al rischio di pesanti sanzioni, di nuovo.

I parlamentari, soprattutto quelli con una formazione scientifica, non si sono neanche degnati di spiegare il perché del loro voto, come invece era stato loro richiesto.

Purtroppo il tempo non mi consente di andare a fondo come vorrei, e considerato il mio umore in questo momento rischierei di scrivere e pubblicare cose di cui potrei pentirmi. Faccio quindi mie le parole di Moreno Colaiacovo, uno dei coordinatori di Dibattito Scienza:

Oggi la Camera ha votato all’unanimità (!) una mozione contro gli OGM, fregandosene del parere dell’UE, dell’EFSA e delle società scientifiche italiane. Uno schiaffo alla scienza dettato non dai fatti, ma dalla demagogia e dalla ricerca del consenso elettorale. Si dà la colpa alle multinazionali, dimenticando che le lobby vere, da noi, sono altre. Sono quelle associazioni ipocrite che osteggiano gli OGM, però vendono mangimi OGM agli allevatori italiani. Si dà la colpa alle multinazionali, dimenticando che è proprio il clima da caccia alle streghe che circonda gli OGM ad aver aperto la strada allo strapotere di Monsanto e company. Quale aziendina italiana lavorerebbe a un San Marzano OGM resistente ai virus, se alla prima sperimentazione in campo un branco di delinquenti glielo distruggono? Certo, dicono che lo fanno per proteggere il Made in Italy, dimenticando che la gran parte dei prodotti tipici italiani deriva da animali alimentati con OGM. Perché non bloccare anche le importazioni, se gli OGM sono così terribili? Ipocriti.
In un giorno triste come questo, vorrei ricordare la figura di Robert Gibbon Johnson, un colonnello americano che il 26 settembre 1820, secondo la leggenda, mangiò davanti a una folla sbalordita un frutto allora ritenuto velenoso. Non era un OGM. Era un pomodoro.

Si prega di non dar da mangiare ai giornalisti

© SMBC Comics. Click for details

Avevo promesso di scrivere un racconto della giornata della corretta informazione scientifica. E volevo farlo, giuro, ma poi ho pensato che fosse meglio mettere prima nero su bianco un paio di riflessioni che quella giornata mi ha suscitato, finché ce le ho ancora fresche in mente. Il resoconto arriverà, con calma. Non mettetemi fretta, è lunedì anche per me.

Quello di cui volevo parlare è il rapporto tra il mondo della scienza e la stampa, o più in generale la capacità (o incapacità) degli scienziati di rapportarsi correttamente con la comunicazione della scienza.

Il rapporto tra scienziati e stampa è sempre stato difficile. Ricordo diversi colleghi che dopo aver visto un paio di volte le loro dichiarazioni completamente travisate dal giornalista di turno (e aver ricevuto telefonate stupite e scocciate da tutti i conoscenti) hanno deciso di non rilasciare più interviste. D’altra parte conosco giornalisti che hanno lasciato perdere articoli che stavano scrivendo di fronte a certe pretese dell’accademico di turno, che magari pretendeva di rileggere il pezzo prima della pubblicazione e applicare correzioni indispensabili, come sostituire “Prof. Pinco Pallino” con “Esimio Prof. Dott. Ing. Pinco Pallino, ordinario di oftalmologia gastrica e direttore del Dipartimento di Avuncologratulazione Meccanica dell’Università Telematica di Narnia”. O gente che pretendeva di trasformare un articolo per un giornale divulgativo in un trattato specialistico, vanificando così il senso della divulgazione stessa. Vi è poi il senso di superiorità e sufficienza con cui i giornalisti scientifici vengono trattati dagli scienziati, quasi a sottintendere che chi si è dedicato all’informazione piuttosto che alla ricerca non sia poi tanto degno di attenzione, come se poi la comunicazione al pubblico delle scoperte scientifiche non fosse ormai importante quasi quanto la ricerca stessa.

Nel convegno dell’8 giugno scorso, di cui vi racconterò in seguito, ho visto una proficua collaborazione tra scienziati e comunicatori. Ho visto che quando ciascuno fa il lavoro che sa fare meglio le cose funzionano bene. Poi nel post convegno ho sentito un paio di cose che mi hanno dato fastidio. Si parlava del fatto che una parte della stampa locale e nazionale non avesse parlato correttamente dell’iniziativa, che gli avesse dato troppo poco spazio o che ne avesse dato troppo agli “altri”. Quello che non mi  piaciuto sono state alcune reazioni. In particolare quelle del genere “stampa brutta e cattiva controllata dal nemico” e soprattutto quelle del genere “stampa stupida e ignorante che non capisce quanto siamo bravi e belli”.

Qualcuno ha avanzato anche un paio di proposte. Tra queste spiccava quella di creare una giornata dedicata alla stampa e alla comunicazione della scienza. Bello, ho pensato. Poi ho visto come si intendeva impostare tale evento e ho cambiato idea. Infatti si parlava di un’occasione in cui gli scienziati dall’alto del loro sapere avrebbero dovuto insegnare ai giornalisti come funziona la scienza e come questa va comunicata correttamente al pubblico. I giornalisti dal canto loro sarebbero dovuti stare seduti ad ascoltare le Perle di Verità e Sapienza che generosamente questi grandi saggi concedevano loro.

Seriamente, c’è qualcuno che pensa che funzioni così? C’è qualcuno che crede che possa mai funzionare? Davvero siete convinti che un laureato in biologia con un master in comunicazione della scienza (sì, questo è il curriculum tipico del giornalista scientifico italiano al giorno d’oggi) abbia da imparare qualcosa da noi su come comunicare la scienza? E non è che magari, qualche volta, solo qualche volta, nelle notizie mal riportate c’è anche lo zampino della nostra incapacità di comunicare? Di recente ci siamo lamentati molto perché qualcuno pretendeva di insegnarci come fare il nostro lavoro, ora non stiamo forse facendo lo stesso?

Scrivere non è il mio lavoro, forse è il caso che al di fuori di questo blog lasci questa attività ai professionisti. Isaac Asimov all’inizio della sua carriera si lamentava di come la stesura di articoli scientifici stesse rovinando il suo stile, e di come avesse paura di perdere la capacità di scrivere cose che piacessero al pubblico (ricordo che Asimov prima di essere uno scrittore di fantascienza fu un grande divulgatore scientifico). Fu così che scrisse un articolo Sulle proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata, un magistrale pezzo di satira che prende in giro il “pomposo stile accademico” che era costretto ad usare per lavoro.

Sì, lo so, i giornalisti sono bestie strane, ma in fondo basta saperli prendere e si rivelano degli amiconi, e poi non sono pericolosi, se hanno mangiato. Scherzi a parte, c’è qualcuno che è arrivato a scrivere una guida per scienziati su come rapportarsi con la stampa (lettura obbligatoria, guardate che interrogo).

Non voglio dire che sia tutto rose e fiori. L’informazione scientifica nel nostro paese (ma anche altrove non crediate che sia molto meglio) soffre di diversi bug, fra cui la tendenza a drammatizzare e spettacolarizzare tutto, ma mi chiedo se veramente ci stiamo muovendo nella direzione giusta per risolvere il problema.

La scienza va raccontata bene e con competenza. È un nostro diritto. Oggi i giornalisti scientifici sono per la maggior parte a spasso. Ne conosco alcuni che poco ci manca che si piazzino davanti alle redazioni con un cartello con scritto “write articles for food”. Nel mio mondo ideale dovrebbe essere questa gente a scrivere i trafiletti di repubblicapuntoitte. Nel mio mondo ideale dovremmo pretendere che sia così. Dovremmo pretendere che i nostri istituti abbiano un ufficio stampa degno di questo nome, con un giornalista scientifico degno di questo titolo a lavorarci dentro.

Penso che funzionerebbe molto meglio del solito arroccamento a difesa della purezza e della grandiosità della Scienza e della Sapienza. Voi non credete?

A lezione di tiro dal texano ubriaco

Da parecchi anni ormai nelle scuole italiane è in vigore il sistema dei crediti formativi, una sorta di “punteggio” ottenuto grazie alla media dei voti e alle attività extracurricolari, che andrà ad influire sul voto finale dell’esame di maturità. Gli studenti sono quindi incoraggiati a partecipare ad altre attività formative oltre alle lezioni. Queste attività possono essere offerte dalla scuola stessa o da altri. E fin qui tutto bene. Lodevole direi.

Va un po’ meno bene quando andiamo a vedere quali attività consentono l’assegnazione dei crediti, attività che quindi sono considerate in qualche modo “formative”. È saltato fuori pochi giorni fa che alcune scuole di Frascati e dintorni considerano formativa una certa conferenza che si terrà venerdì prossimo nell’ambito della rassegna Frascati Ambiente, organizzata, fra gli altri, dall’associazione Italia Nostra. Nulla di strano, se non fosse che la conferenza si intitola È possibile prevedere i terremoti? ed il relatore è nientemeno che Giampaolo Giuliani.

Per i soliti due o tre lettori che avessero vissuto su un altro pianeta, Giampaolo Giuliani è uno che di lavoro farebbe il tecnico nei laboratori di fisica delle particelle del Gran Sasso, ma che per hobby va in giro sostenendo di poter prevedere i terremoti con largo anticipo grazie ad un metodo di sua invenzione basato sulle emissioni di radon e sulla posizione reciproca di terra sole e luna. Destarono molto scalpore le sue dichiarazioni secondo cui avrebbe previsto il terremoto dell’Aquila del 2009 e altri terremoti verificatisi in Italia.

La correlazione tra terremoti ed emissioni di Radon è ben conosciuta, e fu studiata in California negli anni 70 e in seguito a Taiwan. Sono stati effettuati anche degli studi in Italia, negli anni 90. Si è scoperto che tali emissioni possono avvenire in taluni casi nelle ore precedenti o in quelle successive ad un terremoto. Il problema tuttavia è che nella maggior parte dei casi le emissioni di Radon ci sono senza che segua alcuna scossa, dimostrandosi quindi del tutto inutili come sistema predittivo.

texas

Il metodo del Texas Sharpshooter

Il metodo che Giuliani usa per “prevedere” le scosse in realtà non ha nulla a che fare né col radon né col perielio del sistema terra-luna né con l’addensarsi dell’energia nelle faglie. Il metodo usato da Giuliani è quello noto come the texas sharpshooter (il tiratore texano). Si tratta di una tecnica piuttosto semplice: immaginatevi un texano ubriaco che spari con la sua pistola contro un muro. I suoi proiettili colpiscono più o meno a caso, ma in certe zone del muro ci saranno più buchi di proiettili che in altre. Una volta finiti i colpi il nostro texano si avvicinerà al muro e dipingerà dei bersagli nei punti in cui ci sono più buchi. Quando arriveranno i suoi amici il cowboy non dovrà fare altro che vantarsi: «guardate!» dirà «sono un gran tiratore, ho colpito i bersagli un sacco di volte e solo pochi colpi sono andati fuori!».

Così fa Giuliani: emette parecchie previsioni, tutte molto vaghe sia sul luogo che sul momento della scossa, ma tutte incentrate più o meno su zone sismiche. È  questione di semplice probabilità che prima o poi in una delle zone interessate dalle previsioni (o nelle sue vicinanze) un terremoto si verifichi sul serio. A quel punto Giuliani non deve far altro che dire «Io l’avevo detto!» e mostrare la sua previsione corretta.

Il problema sorge quando qualche amico poco furbo ci casca e decide di farsi dare lezioni di tiro dal texano ubriaco. Sicuramente non imparerà a sparare, e potrebbe anche fare male a qualcuno. La diffusione senza contraddittorio, e di fronte ad una platea “sensibile” come quella costituita dagli studenti delle scuole superiori, di fesserie come quelle propagandate da Giuliani di certo non può essere definita formativa, e le scuole che incoraggiano gli studenti a parteciparvi vanno contro la loro stessa funzione.

Sulla questione per fortuna sono intervenuti quelli di Dibattito Scienza, che hanno deciso di scrivere una lettera di protesta ai dirigenti scolastici e agli organizzatori della manifestazione. Sul caso ha scritto anche Le Scienze e vari blogger decisamente e giustamente indignati che ad idee antiscientifiche di questo genere venga data tale dignità.

C’è tempo fino a stasera per aggiungersi ai firmatari della lettera. Si possono inviare le proprie adesioni a petizionegiuliani@outlook.com. Di seguito il testo integrale della petizione coi primi firmatari.

Ai signori Dirigenti Scolastici e Consigli di Classe:

Istituto Tecnico Industriale “E. Fermi” – Via Cesare Minardi 14 – Frascati
Istituto Professionale per i Servizi Commerciali “M. Pantaleoni” – Via B. Postorino 27 – Frascati
Liceo Classico “Marco Tullio Cicerone” – Via Fontana Vecchia 2 – Frascati
Istituto Tecnico Commerciale “Michelangelo Buonarroti” – Via Angelo Celli 1 – Frascati
Liceo Scientifico “Bruno Touschek” – Via Kennedy – Grottaferrata
Scuola Superiore “Giovanni Falcone” – Via Garibaldi,19 – Grottaferrata
Scuola Superiore “San Nilo” – Piazza Marconi, 7 – Grottaferrata
Istituto Salesiano Villa Sora – Via Tuscolana, 5 – Frascati

e, per conoscenza:
Italia Nostra – Settore Educazione al Patrimonio –educazioneformazione@italianostra.org

Oggetto: Crediti formativi per conferenza Giampaolo Giuliani

Egregi Signori,

scriviamo per richiedere una vostra presa di posizione in merito all’evento del titolo “È possibile prevedere i terremoti?”, che si terrà il 19 Aprile a Frascati. Questo evento prevede la presenza di Giampaolo Giuliani, che ha recentemente fatto parlare di sé perché sostiene di poter prevedere i terremoti osservando le emissioni di radon, affiancato da Leonardo Nicoli, direttore della Fondazione Giuliani.

Dobbiamo con rammarico osservare che un’associazione meritoria, Italia Nostra, offra il proprio patrocinio a un evento in cui un signore che si muove all’esterno della comunità scientifica può liberamente divulgare le sue opinabili ipotesi su un tema alquanto delicato e sensibile, il tutto senza alcun contraddittorio. Certamente ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, il rammarico nasce dalla perentorietà di certe affermazioni del signor Giuliani, che non risultano a tutt’oggi verificate (vedi approfondimento allegato), diffuse sull’onda emotiva in un paese che negli ultimi anni ha avuto a che fare con eventi sismici particolarmente distruttiviIl rammarico si trasforma però in sdegno nell’apprendere che la partecipazione a questo incontro verrà considerata come credito formativo per gli studenti, nonostante non ci sia alcun riconoscimento ufficiale delle idee del Sig. Giuliani, né da parte del MIUR né da parte di altri Istituti che si occupano di territorio, a qualunque titolo.

Una cosa che vorremmo fosse insegnata agli studenti è che qualunque teoria riguardante fenomeni naturali deve umilmente sottoporsi al giudizio di tutti coloro che studiano, nei vari aspetti, questo stesso fenomeno (peer-review). Questo giudizio dovrà avvenire attraverso procedure standard, che non possono prescindere da metodologie condivise di indagine; dall’elaborazione di ipotesi e previsioni potenzialmente verificabili; da adeguata pubblicazione dei risultati sperimentali; dal controllo di esperti indipendenti; dalla verifica sperimentale indipendente delle ipotesi formulate, ecc.

L’insieme di queste procedure non è un capriccio di qualche fantomaticoestablishment; al contrario, queste regole hanno lo scopo di garantire una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esse costituiscono il metodo scientifico, che si è andato costruendo nel corso dei secoli con il contributo di tutti coloro che si occupano di Scienza e di Conoscenza, nella consapevolezza che la conoscenza scientifica ha come giudice unico la Natura stessa, non un’autorità terrestre, non sicuramente l’opinione pubblica. Chi si colloca al di fuori di queste pratiche collaudate – che, proprio in virtù del fatto di ammettere la possibilità di errore, forniscono gli strumenti per individuarlo e correggerlo – si colloca al di fuori del mondo della scienza.

Purtroppo – e l’esame delle cause sarebbe lungo e complesso – in questi ultimi anni in Italia stiamo assistendo al fiorire di sedicenti “ricercatori indipendenti” in vari campi del sapere; personaggi che si fanno vanto dell’essere “emarginati dalla scienza ufficiale”, e trovano così la maniera di diventare noti all’opinione pubblica, propugnando fantomatiche “scoperte eccezionali”, rifiutate a causa di chissà quali indegni complotti. Questivenditori di illusioni giocano spesso con la sofferenza delle persone, e trovano chi li sostiene per meri interessi politici, ideologici od economici.

Contemporaneamente viene sottovalutato, non finanziato, ostacolato il lavoro di tanti ricercatori seri (spesso precari e malpagati) la cui colpa è quella di non far parte del grande circuito mediatico, di non “far notizia”. Il vero scandalo non è il presunto ostracismo verso Giuliani o quelli come lui: il vero scandalo è che l’Italia destina sempre meno risorse alla ricerca seria, all’Università, all’Istruzione, mettendo una seria ipoteca sul nostro futuro come nazione sviluppata e costringendo molti dei nostri ingegni più brillanti a trasferirsi all’estero. Dare legittimità agli outsider come Giuliani di certo non aiuta a muoversi in questa direzione.

In conclusione chiediamo a tutti voi, Dirigenti Scolastici e Docenti, di dare la massima visibilità a questo documento e di non riconoscere, in sede di consiglio di classe, crediti formativi a fronte della presentazione dell’attestato di frequenza all’evento. Possiamo suggerire, in alternativa, la partecipazione all’incontro “La previsione dei terremoti: tra miti e realtà” di Warner Marzocchi, direttore di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV, che si terrà il 18 aprile ore 16-18 presso il Dipartimento di Fisica, Università la Sapienza, Aula Amaldi.

Ci auguriamo, ove possibile e compatibilmente con il carico didattico, che quanto scritto funga da stimolo per aprire una discussione con gli studenti sull’importanza di una corretta e rigorosa informazione scientifica.

Distinti saluti.

Marco Fulvio Barozzi, blogger scientifico e insegnante
Luca Di Fino, ricercatore TD Dip. Fisica, Università Tor Vergata
Aldo Piombino, blogger scientifico
Simone Angioni, chimico, Università di Pavia, Segretario Associazione Culturale Scientificast
Marzia Bandoni, esperta e-learning
Martino Benzi, ingegnere
Paolo Bianchi, blogger scientifico, Associazione Culturale Scientificast
Marco Casolino, Primo Ricercatore INFN e Dip. Fisica, Università Roma Tor Vergata
Pellegrino Conte, professore associato di Chimica Agraria, Università degli Studi di Palermo
Carlo Cosmelli, docente di Fisica, Dipartimento di Fisica, Università Roma Sapienza
Marco Ferrari, giornalista scientifico
Mario Genco, Dibattito Scienza
Milena Macciò, Dibattito Scienza
Silvano Mattioli, Dibattito Scienza
Marco Messineo, fisico, Dibattito Scienza
Silvia Onesti, Elettra-Sincrotrone Trieste
Daniele Oppo, cronista free lance e blogger
Giuseppe Perelli, studente di dottorato in Scienze Computazionali e Informatiche
Lisa Signorile, biologa e blogger scientifica
Fabrizio Tessari, Dibattito Scienza
Luca Vanini, studente in Ingegneria Meccanica
Bruna Vestri, blogger
Veronica Zaconte, fisico
Ignazio Verde, primo ricercatore, CRA – Centro di Ricerca per la Frutticoltura, Roma

La comunità scientifica è divisa? Non credo proprio!

Stralcio di uno dei tanti articoli che contengono l'abusata frase

Screenshot di uno dei tanti articoli che contengono l’abusata frase

La frase ricorre spesso sulla stampa generalista. Di solito è contenuta di articoli che trattano temi scientifici molto “popolari”, come il riscaldamento globale o una delle tante pseudocure per qualche malattia, ma ci stanno in mezzo anche argomenti che toccano la nostra sfera emotiva, l’ambito religioso o quello politico. Leggo i giornali con regolarità, eppure non ho mai visto questa frase usata a proposito. In altre parole non ho mai visto indicare la comunità scientifica come divisa in una vicenda in cui lo fosse davvero.

La frase si può presentare con numerose varianti: c’è “è un argomento controverso” quando si vuole far credere che le cose non siano scientificamente chiare; c’è “gli scienziati ancora non riescono a spiegare…” quando ad un argomento mancano le basi teoriche; è molto usato anche “ci sono tanti ricercatori che…” efficace per via della sua evasività, o l’ancor più efficace “ci sono sempre più ricercatori che…“, che lascia credere che il consenso scientifico si stia spostando verso la tesi che si vuole sostenere. Spesso al posto di “divisa” si usa il termine “spaccata“, che aiuta a rendere più drammatico il pezzo.

Il fenomeno è talmente diffuso da aver portato a coniare un nuovo termine: “fintoversia”, crasi delle parole “finta” e “controversia”. La strategia è sempre la stessa: si presenta una tesi minoritaria o addirittura pseudoscientifica (questo è il caso più comune) e si infilano qua e là riferimenti alla “divisione” e alla “controversia” tra gli scienziati. Per far funzionare meglio il tutto si riporta l’opinione di un qualche sedicente esperto (spesso in realtà privo di qualunque esperienza nel campo), opinione che viene presentata come consenso scientifico, quando in realtà si tratta quasi sempre di un’opinione personale. Altro sistema è far riferimento al consenso popolare, come se il fatto che tante persone credano ad un fenomeno dimostrasse qualcosa. Basti pensare al recente caso Stamina foundation, nel quale l’opinione di un laureato in lettere senza alcuna qualifica né esperienza nel campo della terapia cellulare ha consentito ad alcuni giornali di affermare che la comunità scientifica sarebbe divisa sull’argomento, quando invece il consenso è ben chiaro e granitico.

Gli esempi si sprecano. Tanto per dirne uno, avete mai sentito dire che gli esperti sono divisi sull’argomento del riscaldamento globale? Beh, è una balla. Al 2012 su poco meno di quattordicimila articoli scientifici pubblicati sul riscaldamento globale (13950, per la precisione) solo 24 non ne rilevano la tendenza. Stiamo dicendo che il 98,8% degli studi effettuati porta alla stessa conclusione. Dov’è la divisione? Semplice, non esiste. Inoltre, se interrogati, 97 climatologi su cento concordano con l’affermazione che l’uomo sta provocando il global warming (dei restanti tre, due non sono sicuri e uno lo nega) , anche restringendo il campo ai soli climatologi che abbiano compiuto studi sottoposti a peer review sul riscaldamento globale.

Oppure pensiamo all’omeopatia: secondo i suoi sostenitori l’argomento è molto discusso e i risultati ci sono ma sono ignorati a livello ufficiale a causa di pressioni economiche. Nella realtà non esiste alcuno studio, ad eccezione di quelli che le case farmaceutiche omeopatiche si sono fatte da sole, che mostri una pur minima efficacia dei prodotti omeopatici. Inoltre tutto il fenomeno dell’omeopatia manca di qualsiasi base teorica (il numero di Avogadro non vi dice niente?) ma nella presentazione di chi l’omeopatia la vende questo fatto viene presentato in maniera leggermente manipolata: si dice infatti che gli scienziati non sono ancora riusciti a scoprirne il meccanismo d’azione, cioè si dà per scontato che la cosa funzioni, e poi si dice che non si è ancora scoperto come funziona. La falla in questo ragionamento è che l’efficacia dell’omeopatia in realtà non è mai stata dimostrata. Infatti nella realtà non c’è alcuno scienziato che ne stia indagando i meccanismi d’azione.

Altro argomento di false divisioni è la sperimentazione animale. Leggo spesso, sia sulla stampa che nei siti dei cosiddetti antivivisezionisti che ci sarebbero “tanti ricercatori” che sono contrari a questa pratica e che la riterrebbero inutile ai fini del progresso medico-scientifico. Quando però i ricercatori biomedici sono stati interrogati davvero la situazione che è venuta fuori risultava leggermente diversa. Infatti dai risultati del sondaggio (pubblicato su Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche esistenti al mondo) risulta che l’80-90% dei ricercatori non ha mai avuto dubbi sull’utilità dei modelli animali, e che il 92% ritiene che la sperimentazione animale sia fondamentale per l’avanzamento della ricerca biomedica (il 5% non si dichiara né d’accordo né in disaccordo e solo il 3% si esprime in maniera contraria).

Risultati dello studio. © Nature publishing group. Click for details

Non è un caso che su 98 premi Nobel per la fisiologia e la medicina assegnati nell’ultimo secolo ben 75 siano dovuti a studi che utilizzavano animali e altri 4 a studi che non utilizzavano animali ma sfruttavano le conoscenze pregresse di altri studi che invece li utilizzavano. In totale l’80% dei premi Nobel per la medicina è dovuto alla sperimentazione animale. Se analizziamo invece gli ultimi 10 anni la percentuale sale al 100%. Dove sono quindi i “tanti ricercatori” che sarebbero contrari? Semplice, non esistono. Tuttavia basandosi su questa falsa asserrzione è stato creato un sito di critica “scientifica” alla sperimentazione animale. Talmente scientifica che a uno studente basta mezz’ora per smontare l’accozzaglia di luoghi comuni lì contenuta, ad un esperto bastano 5 minuti (vedere anche qui per approfondire l’argomento). Ma la stampa continua a scrivere che la comunità scientifica “è spaccata” su questo argomento.

Non è mio scopo qui fare un elenco dei tanti argomenti in cui la comunità scientifica viene presentata come divisa quando invece non lo è affatto, anche perché l’elenco sarebbe sterminato: ci sono gli OGM, i vaccini, l’HIV/AIDS, la chemioterapia, il metodo Di Bella, l’evoluzione, le scie chimiche…

Qualcuno però a questo punto si sarà posto una domanda: ma allora la comunità scientifica non è mai divisa? La risposta è che ovviamente sì, la comunità scientifica si divide spesso e volentieri, ma le “dispute scientifiche” hanno ben altro spessore. Per esempio fino a quando gli scienziati del CERN non avranno dimostrato definitivamente che la particella trovata dal LHC è effettivamente il bosone di Higgs ed è una particella unica, la comunità scientifica continuerà ad essere divisa sulla validità del modello standard. Oppure esiste una controversia su alcuni meccanismi legati all’evoluzione dell’Homo sapiens, che non sono ancora del tutto chiariti, come la collocazione tassonomica di alcuni ominidi o l’effettiva radiazione di tutti gli H. sapiens dal continente africano, o anche la controversa ipotesi della scimmia acquatica. Altro esempio, si discute sulla possibilità da parte alcuni batteri di integrare l’arsenico al posto del fosforo nei propri acidi nucleici. C’è chi dice di sì e  c’è chi dice di no.

Certo, queste divisioni possono sembrare meno “avvincenti” anche perché non chiamano in causa le teorie del complotto che ci piacciono tanto, ma presentano alcune caratteristiche che ci permettono di distinguerle dalle false controversie che troviamo sulla stampa.

Innanzitutto perché nella comunità scientifica coesistano più opinioni è necessario che siano… opinioni! Infatti nel momento in cui una di quelle opinioni viene verificata sperimentalmente essa non è più un opinione ma un fatto, e la controversia è definitivamente chiusa.

Le vere controversie scientifiche si discutono su base scientifica. Nelle storielle che troviamo sui giornali sentiamo spesso l’esperto di turno citare il proprio libro o il proprio sito web. Questi riferimenti, ancor più se autoreferenziali, hanno valore scientifico pressoché nullo. Uno scienziato invece citerà dati scientifici verificabili e ripetibili, usando come fonte articoli scientifici sottoposti a revisione paritaria. Peggio ancora quando i riferimenti sono aneddotici: “a mio cugino è successo questo”, “i miei pazienti migliorano” ecc.

Anche i vari pseudoscienziati spesso referenziano le proprie affermazioni citando un articolo scientifico. Tuttavia scelgono selettivamente la fonte, ignorando tutti gli articoli che sostengono la tesi contraria, compresi quelli che confutano direttamente l’articolo citato. Uno scienziato serio fornisce invece sempre una panoramica completa di un argomento, citando anche le fonti che sostengono la tesi avversa, e confutandole se necessario.

Perché è così difficile che la stampa tratti questi argomenti? Semplice, perché di solito la ricerca scientifica vera si svolge lontano dai riflettori, com’è anche giusto che sia, senza clamori, dichiarazioni sensazionalistiche o miracoli. Il dialogo tra scienziati avviene tramite lunghi paper in lingua inglese, pieni zeppi di numeri e termini tecnici, che di certo il redattore di turno non ha né il tempo né la voglia né la preparazione per leggere, e i bravi divulgatori purtroppo scarseggiano.

Se volete veramente approfondire un argomento scientifico seguite il mio consiglio: lasciate perdere l’inserto sulle scienze del vostro quotidiano e la rivista sul “benessere naturale” e andate in un’università a seguire qualche lezione di un corso, anche solo come uditori: è gratis e nessuno può vietarvelo. Vi assicuro che lo troverete piacevole e che ne uscirete di molto arricchiti.

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