OGM, basta ipocrisia

PescefragolaIn questi giorni non si fa che parlare del decreto, firmato da ben tre ministri, che in seguito ad una mozione unitaria (ed unanime) del parlamento vieta la coltivazione di organismi geneticamente modificati. Sono vietate anche le coltivazioni in campo aperto a scopo di ricerca scientifica. Tale decreto invoca la clausola di salvaguardia, un passo della normativa europea che permette di sospendere la coltivazione di un certo OGM se emergono in seguito alla sua approvazione nuovi dati che mettono in dubbio la sua sicurezza per la salute o per l’ambiente. Dati che ovviamente non esistono, visto che nel nostro paese la ricerca sugli OGM è vietata. Nel nostro caso il decreto riguarda l’unico OGM attualmente approvato in Europa, il mais MON 810, ma la mozione del parlamento vincola il governo ad agire allo stesso modo con qualunque varietà venisse approvata in futuro, applicando la clausola di salvaguardia a priori, cosa fra l’altro vietata dalla normativa europea.

Il divieto, come già detto in diverse altre occasioni non ha alcuna base scientifica, i possibili rischi prospettati, tra i quali non meglio identificati rischi per la salute o la “perdita di biodiversità” , sono scientificamente fantasiosi e campati per aria. Alcuni, come per esempio la “contaminazione” dei prodotti tipici italiani, violano un paio di principi della fisica che chiunque abbia terminato le scuole superiori dovrebbe conoscere.

Il parlamento tuttavia si fa forte del fatto che da certe indagini sia emerso che la stragrande maggioranza della popolazione sia contraria agli OGM, e che quindi i rappresentanti stanno facendo il volere della maggioranza. Si potrebbe obiettare che la democrazia è un’altra cosa, ma per il momento diamolo per accettato: i nostri governanti ritengono che gli OGM siano pericolosi, e il popolo è d’accordo con loro.

Di conseguenza sarebbe piuttosto grave se, all’insaputa di questo popolo, il mais e la soia utilizzati nel nostro paese fossero OGM in percentuali superiori all’80%. E che questi OGM venissero usati per produrre i mangimi che alimentano tutti gli animali d’allevamento italiani, compresi quelli da cui derivano i prodotti tipici italiani che tanto vogliamo tutelare, come il Parmigiano Reggiano o il prosciutto San Daniele. Sarebbe ancora più grave poi se si scoprisse che spesso le stesse lobby che si oppongono alla coltivazione di OGM sul nostro suolo importano e commerciano questi prodotti. Per non parlare di cosa succederebbe se saltasse fuori che più dell’80% del cotone è OGM, compreso quello con cui sono tessuti gli abiti disegnati dai nostri stilisti.

Già, eppure non si scandalizza nessuno del fatto che sia proprio così. Perché i nostri parlamentari non lo gridano in parlamento, non si scagliano contro le lobby e le multinazionali, non propongono mozioni per fermare tutto questo? Non sarà mica che tra i nostri rappresentanti ci sono degli ipocriti?

Volendo far finta di credere alla buona fede di deputati e senatori faccio una proposta: etichettatura obbligatoria per qualsiasi prodotto che utilizzi OGM nella sua filiera, così che i consumatori siano consapevoli di ciò che consumano e possano eventualmente scegliere di non consumarlo più.

Deve quindi comparire sull’etichetta di tutti questi prodotti la dicitura “contiene OGM”, con l’indicazione della/e varietà utilizzata/e in posizione e con caratteri tali da avere la medesima visibilità delle altre informazioni.

Tali prodotti devono comprendere:

  1. Tutte le piante geneticamente modificate e i prodotti contenenti tali piante o loro parti.
  2. Tutti i prodotti derivati da piante geneticamente modificate, compresi i mangimi per animali.
  3. Tutta la carne di animali alimentati con i mangimi di cui al punto 2.
  4. Tutti i prodotti di derivati da animali di cui al punto 3, inclusi, ma non limitatamente a, latte, formaggi, uova, burro o prodotti che li contengano come ingredienti.
  5. Abiti o accessori realizzati, in tutto o in parte, con materiali derivanti da animali di cui al punto 3.
  6. Abiti o accessori realizzati, in tutto o in parte, con fibre vegetali derivanti da piante geneticamente modificate.

Inoltre bisognerebbe creare un elenco, pubblicamente accessibile, di tutte le aziende che commerciano tali prodotti, di modo che il consumatore possa verificare se l’azienda presso cui si sta servendo è effettivamente OGM-free.

Ma allora perché, diranno subito i miei piccoli lettori, il parlamento e il governo non mettono subito in atto questi provvedimenti dettati dal buon senso? Se gli OGM sono tanto pericolosi, perché li lasciano circolare liberamente per tutto il paese?

Ve lo dico io perché, perché sono degli ipocriti, il cui unico interesse è il consenso elettorale. Perché sanno che se si volesse essere onesti andrebbe indicata come OGM praticamente tutta la produzione alimentare, tessile e conciaria italiana, perché sanno che salterebbe fuori che coloro che non vogliono che si coltivino OGM hanno grossi interessi economici nella loro importazione e vendita, perché sanno che la gente in questo modo si accorgerebbe dell’inganno, perché temono l’intelligenza della massa e sanno che farebbero una gran brutta figura.

Una figura da ipocriti.

No agli OGM in Italia. Sul serio?

Volevo scrivere qualcosa a proposito del vergognoso voto di oggi alla camera, con cui viene approvata una mozione che impegna il governo ad applicare la clausola di salvaguardia contro qualsiasi coltivazione OGM nel nostro paese, indipendentemente dalla sua reale necessità. La clausola di salvaguardia si dovrebbe applicare per quei prodotti per i quali siano emersi nuovi elementi. Qui invece la si vuole applicare a priori su prodotti approvati in sede europea, cioè che hanno subito tutti i controlli necessari per farli approvare dall’EFSA, l’organo di controllo europeo per la sicurezza degli alimenti (allo stato attuale si tratta di uno solo). Tale mozione si basa su premesse false e antiscientifiche, e inoltre è in  palese contrasto con la normativa europea, il che espone l’Italia al rischio di pesanti sanzioni, di nuovo.

I parlamentari, soprattutto quelli con una formazione scientifica, non si sono neanche degnati di spiegare il perché del loro voto, come invece era stato loro richiesto.

Purtroppo il tempo non mi consente di andare a fondo come vorrei, e considerato il mio umore in questo momento rischierei di scrivere e pubblicare cose di cui potrei pentirmi. Faccio quindi mie le parole di Moreno Colaiacovo, uno dei coordinatori di Dibattito Scienza:

Oggi la Camera ha votato all’unanimità (!) una mozione contro gli OGM, fregandosene del parere dell’UE, dell’EFSA e delle società scientifiche italiane. Uno schiaffo alla scienza dettato non dai fatti, ma dalla demagogia e dalla ricerca del consenso elettorale. Si dà la colpa alle multinazionali, dimenticando che le lobby vere, da noi, sono altre. Sono quelle associazioni ipocrite che osteggiano gli OGM, però vendono mangimi OGM agli allevatori italiani. Si dà la colpa alle multinazionali, dimenticando che è proprio il clima da caccia alle streghe che circonda gli OGM ad aver aperto la strada allo strapotere di Monsanto e company. Quale aziendina italiana lavorerebbe a un San Marzano OGM resistente ai virus, se alla prima sperimentazione in campo un branco di delinquenti glielo distruggono? Certo, dicono che lo fanno per proteggere il Made in Italy, dimenticando che la gran parte dei prodotti tipici italiani deriva da animali alimentati con OGM. Perché non bloccare anche le importazioni, se gli OGM sono così terribili? Ipocriti.
In un giorno triste come questo, vorrei ricordare la figura di Robert Gibbon Johnson, un colonnello americano che il 26 settembre 1820, secondo la leggenda, mangiò davanti a una folla sbalordita un frutto allora ritenuto velenoso. Non era un OGM. Era un pomodoro.

Ricostruiamo la Città della Scienza

Sono passati quattro mesi dal rogo che ha distrutto quasi interamente la Città della Scienza di Napoli, ma l’entusiasmo di chi ci lavora, di chi la sostiene e soprattutto dei tanti bambini e ragazzi appassionati di scienza non è stato distrutto, anzi, è più forte di prima.

Super Quark ha documentato le attività, riprese nelle poche strutture scampate all’incendio, mostrando come con poco si possa comunque fare molto, se c’è la volontà di farlo, in attesa che Città della Scienza rinasca dalle sue ceneri più grande e più bella di prima.

Per sapere come contribuire alla ricostruzione della Città della Scienza clicca qui.

Cosa è successo davvero a Milano – Reprise

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale (vedere in fondo)

Mi ero ripromesso di non tornare più sull’argomento, in parte perché non mi fa piacere riparlarne, in parte perché non mi piace dedicare spazio a chi non se lo meriterebbe, e infine perché non voglio che questo diventi un blog monotematico, e credo ultimamente di aver dedicato al tema “sperimentazione animale” sufficiente spazio, e come ho già scritto non è un ambito che mi appassioni così tanto. La notizia però non può passare sotto silenzio.

Da tempo in molti ci chiedevamo che fine avessero fatto gli animali rubati negli stabulari di Milano, quelli sopravvissuti ovviamente. Ora ne siamo stati informati: una persona che ha “adottato” gli animali ha mostrato pubblicamente le foto della loro attuale sistemazione.

Premessa importante: le foto che seguono sono screenshot, catturati da un noto gruppo di facebook, di pagine rese pubbliche dall’autrice, la quale ha eliminato di sua spontanea volontà qualsiasi impostazione di privacy, quindi il fatto che i nomi e i volti non siano oscurati è imputabile solo a lei.

Vediamo ora la prima foto, con relativa descrizione e commenti

Vediamo che i topi sono tenuti in un bagno, che a leggere i commenti sembrerebbe anche usato. Già questo basterebbe per porsi dei seri dubbi sulle condizioni igieniche in cui gli animali vivono. Leggendo i commenti si viene poi a sapere che le gabbie non vengono pulite! Cioè, mi state dicendo che i topi vivono nei loro escrementi? A giudicare da quanto scrive in quest’altro commento sì:

Leggendo altri commenti sempre nella prima foto veniamo poi a sapere che i topi si sono riprodotti. Non so quanti fossero all’inizio i sopravvissuti, ma ora solo in quella casa ce ne sono ottanta. Ma una cosa elementare come tenere separati i maschi dalle femmine no? Mi chiedo cosa ne pensino gli altri condomini del rischio di trasformare il palazzo in una colonia murina. Una derattizzazione non sarebbe affatto un bel finale per questa storia.

Poi mi è venuto un’altro dubbio. Nel bagno si vedono sette-otto scatole, non li terrà mica tutti e ottanta lì, vero? Ma andiamo avanti a guardare le foto e scopriamo la dura realtà.

Ebbenesì, oltre che essere tenuti in condizioni igieniche indecorose e pericolose sia per la salute loro che per quella delle persone che ci vivono vicino, i topi sono tenuti in condizioni di grave sovraffollamento. La prima cosa che ho pensato quando li ho visti così ammucchiati è “ma così si metteranno a lottare tra loro! Si azzanneranno per il cibo e per accoppiarsi, e potrebbero esserci anche fenomeni di cannibalismo!” Neanche il tempo di finire il pensiero che mi viene confermato che questo sta già succedendo.

Un’altra cosa che ho notato è che nel mucchio non c’è neanche un topo nudo. Il sospetto è che, come era stato previsto, siano morti tutti entro pochi giorni dal furto. Non vi racconterò balle, con ogni probabilità è stata una morte orribile e hanno sofferto un sacco. Spero che chi li aveva in quel momento sia stato abbastanza intelligente da farli sopprimere.

La persona che ha pubblicato quelle foto si difende accusando di “meschinità” chi le ha riprese e commentate. Non che una simile difesa significhi molto se fatta da quelli che per abitudine taroccano immagini per diffamare i ricercatori.

Difesa standard dello pseudoanimalista di turno: «mi vorresti forse far credere che nei laboratori stavano meglio?»

Io non voglio far credere niente a nessuno, ma sta di fatto che è così. Nei laboratori da cui sono stati rubati i topi avevano gabbie spaziose che venivano pulite e sterilizzate tutti i giorni, e il personale era in grado di provvedere a loro. Ora invece non voglio pensare allo stato psicologico di queste bestiole (sì, i topi non hanno autoconsapevolezza ma hanno una psicologia) che sono prima state traumatizzate strappandole al loro ambiente, e poi messe a vivere nelle peggiori condizioni possibili.

«Ma nei laboratori vengono sottoposti ad indicibili torture!» E ancora una volta ti sbagli. Se ne è già parlato parecchio, ma nei laboratori nessun animale viene torturato. Sì, esistono delle procedure che sono dolorose o stressanti, e per quelle è previsto che si usino l’anestesia e l’analgesia. Ogni stabulario ha (per legge) un veterinario specializzato in benessere degli animali da laboratorio che si occupa di verificare che gli animali stiano bene, e se un soggetto deve essere soppresso questo viene fatto utilizzando sistemi rapidi e indolori (sì, la decapitazione e la dislocazione cervicale sono metodi rapidi e indolori).

Questa, tanto per fare un esempio è una tipica procedura di laboratorio, utilizzata quando è necessario iniettare qualche sostanza (spesso e volentieri poi non si deve iniettare niente, quindi non si arriva neanche a questo livello). Attenzione che quella qui sotto non è pubblicità, è un video didattico che serve ad insegnare la procedura a chi la dovrà mettere in atto.

Come si può vedere vengono prese tutte le misure necessarie per minimizzare lo stress dell’animale. Questo viene fatto perché se provasse dolore o paura il topo si agiterebbe tentando di divincolarsi, e il ricercatore rischierebbe di ferirsi, oppure il topo tenterebbe di mordere la mano, il che ovviamente si vuole evitare.

Per chi è duro di comprendonio: sto scrivendo che gli animali da laboratorio vivono nel migliore dei mondi possibili? No, sto scrivendo che nei laboratori vengono tenuti in condizioni dignitose e si ha buona cura di loro, e che i peggiori laboratori che ho potuto vedere in Italia tengono gli animali meglio di come si vede in quelle foto. Sto scrivendo che i laboratori sono tutti perfetti e che tutti rispettano perfettamente le normative? No, sono sicuro che da qualche parte esisteranno dei laboratori in cui le norme sul benessere animale non sono rispettate e che in qualche modo riescono a sfuggire ai controlli (siamo pur sempre in Italia), e questi laboratori vanno trovati e segnalati all’autorità, allo stesso modo delle persone che maltrattano gli animali in casa propria.

Per gli imbecilli totali che a questo punto stanno per scrivere «Ma se è tanto indolore perché non ti ci sottoponi tu?» preciso che ho partecipato due volte da studente come “cavia” ad uno studio scientifico e che nella vita ho ricevuto diverse iniezioni.

Concludendo, a vedere quelle foto ci sarebbe abbastanza materiale per una denuncia per maltrattamento e ne avanzerebbe per una segnalazione alla ASL per le condizioni igieniche. Non farò nessuna delle due cose perché spero che a questo punto chi ha gli animali gli trovi una sistemazione dignitosa e sicura. Sperando che non siano così idioti dal liberarli in giro.

Se siamo fortunati non dovrò più tornare sull’argomento.

Edit:

La persona che ha scattato le foto ha fatto sapere a sua difesa che gli animali, dopo essere stati tenuti per un tempo imprecisato in quelle condizioni, sono stati distribuiti in diverse gabbie, mettendo le femmine a coppie e i maschi singolarmente. La nuova sistemazione è senz’altro migliore di quella mostrata in foto, anche se l’idea di isolare i maschi è piuttosto brutta. Il topo è un animale sociale, e se tenuto in solitudine soffre. Nei laboratori per evitare che i maschi si attacchino tra loro si tengono nella stessa gabbia animali allevati insieme, che quindi si conoscono. Ovviamente i ladri dopo aver rubato gli animali ed averli ammassati insieme in uno scatolone non erano più in grado di distinguerli (ammesso che fossero a conoscenza di questi concetti, cosa di cui dubito fortemente) e quindi sono dovuti ricorrere alla pessima soluzione dell’isolamento. Gli va comunque riconosciuto il merito di aver posto parziale rimedio, per quanto insoddisfacente, al casino che avevano combinato.

Si prega di non dar da mangiare ai giornalisti

© SMBC Comics. Click for details

Avevo promesso di scrivere un racconto della giornata della corretta informazione scientifica. E volevo farlo, giuro, ma poi ho pensato che fosse meglio mettere prima nero su bianco un paio di riflessioni che quella giornata mi ha suscitato, finché ce le ho ancora fresche in mente. Il resoconto arriverà, con calma. Non mettetemi fretta, è lunedì anche per me.

Quello di cui volevo parlare è il rapporto tra il mondo della scienza e la stampa, o più in generale la capacità (o incapacità) degli scienziati di rapportarsi correttamente con la comunicazione della scienza.

Il rapporto tra scienziati e stampa è sempre stato difficile. Ricordo diversi colleghi che dopo aver visto un paio di volte le loro dichiarazioni completamente travisate dal giornalista di turno (e aver ricevuto telefonate stupite e scocciate da tutti i conoscenti) hanno deciso di non rilasciare più interviste. D’altra parte conosco giornalisti che hanno lasciato perdere articoli che stavano scrivendo di fronte a certe pretese dell’accademico di turno, che magari pretendeva di rileggere il pezzo prima della pubblicazione e applicare correzioni indispensabili, come sostituire “Prof. Pinco Pallino” con “Esimio Prof. Dott. Ing. Pinco Pallino, ordinario di oftalmologia gastrica e direttore del Dipartimento di Avuncologratulazione Meccanica dell’Università Telematica di Narnia”. O gente che pretendeva di trasformare un articolo per un giornale divulgativo in un trattato specialistico, vanificando così il senso della divulgazione stessa. Vi è poi il senso di superiorità e sufficienza con cui i giornalisti scientifici vengono trattati dagli scienziati, quasi a sottintendere che chi si è dedicato all’informazione piuttosto che alla ricerca non sia poi tanto degno di attenzione, come se poi la comunicazione al pubblico delle scoperte scientifiche non fosse ormai importante quasi quanto la ricerca stessa.

Nel convegno dell’8 giugno scorso, di cui vi racconterò in seguito, ho visto una proficua collaborazione tra scienziati e comunicatori. Ho visto che quando ciascuno fa il lavoro che sa fare meglio le cose funzionano bene. Poi nel post convegno ho sentito un paio di cose che mi hanno dato fastidio. Si parlava del fatto che una parte della stampa locale e nazionale non avesse parlato correttamente dell’iniziativa, che gli avesse dato troppo poco spazio o che ne avesse dato troppo agli “altri”. Quello che non mi  piaciuto sono state alcune reazioni. In particolare quelle del genere “stampa brutta e cattiva controllata dal nemico” e soprattutto quelle del genere “stampa stupida e ignorante che non capisce quanto siamo bravi e belli”.

Qualcuno ha avanzato anche un paio di proposte. Tra queste spiccava quella di creare una giornata dedicata alla stampa e alla comunicazione della scienza. Bello, ho pensato. Poi ho visto come si intendeva impostare tale evento e ho cambiato idea. Infatti si parlava di un’occasione in cui gli scienziati dall’alto del loro sapere avrebbero dovuto insegnare ai giornalisti come funziona la scienza e come questa va comunicata correttamente al pubblico. I giornalisti dal canto loro sarebbero dovuti stare seduti ad ascoltare le Perle di Verità e Sapienza che generosamente questi grandi saggi concedevano loro.

Seriamente, c’è qualcuno che pensa che funzioni così? C’è qualcuno che crede che possa mai funzionare? Davvero siete convinti che un laureato in biologia con un master in comunicazione della scienza (sì, questo è il curriculum tipico del giornalista scientifico italiano al giorno d’oggi) abbia da imparare qualcosa da noi su come comunicare la scienza? E non è che magari, qualche volta, solo qualche volta, nelle notizie mal riportate c’è anche lo zampino della nostra incapacità di comunicare? Di recente ci siamo lamentati molto perché qualcuno pretendeva di insegnarci come fare il nostro lavoro, ora non stiamo forse facendo lo stesso?

Scrivere non è il mio lavoro, forse è il caso che al di fuori di questo blog lasci questa attività ai professionisti. Isaac Asimov all’inizio della sua carriera si lamentava di come la stesura di articoli scientifici stesse rovinando il suo stile, e di come avesse paura di perdere la capacità di scrivere cose che piacessero al pubblico (ricordo che Asimov prima di essere uno scrittore di fantascienza fu un grande divulgatore scientifico). Fu così che scrisse un articolo Sulle proprietà endocroniche della tiotimolina risublimata, un magistrale pezzo di satira che prende in giro il “pomposo stile accademico” che era costretto ad usare per lavoro.

Sì, lo so, i giornalisti sono bestie strane, ma in fondo basta saperli prendere e si rivelano degli amiconi, e poi non sono pericolosi, se hanno mangiato. Scherzi a parte, c’è qualcuno che è arrivato a scrivere una guida per scienziati su come rapportarsi con la stampa (lettura obbligatoria, guardate che interrogo).

Non voglio dire che sia tutto rose e fiori. L’informazione scientifica nel nostro paese (ma anche altrove non crediate che sia molto meglio) soffre di diversi bug, fra cui la tendenza a drammatizzare e spettacolarizzare tutto, ma mi chiedo se veramente ci stiamo muovendo nella direzione giusta per risolvere il problema.

La scienza va raccontata bene e con competenza. È un nostro diritto. Oggi i giornalisti scientifici sono per la maggior parte a spasso. Ne conosco alcuni che poco ci manca che si piazzino davanti alle redazioni con un cartello con scritto “write articles for food”. Nel mio mondo ideale dovrebbe essere questa gente a scrivere i trafiletti di repubblicapuntoitte. Nel mio mondo ideale dovremmo pretendere che sia così. Dovremmo pretendere che i nostri istituti abbiano un ufficio stampa degno di questo nome, con un giornalista scientifico degno di questo titolo a lavorarci dentro.

Penso che funzionerebbe molto meglio del solito arroccamento a difesa della purezza e della grandiosità della Scienza e della Sapienza. Voi non credete?

Qualcosa di stupendo

ec07_for_scienceQualcosa si muove. Finalmente. C’è una nuova generazione di scienziati in giro, e stanno iniziando a farsi sentire. Qualcuno rimproverava ai ricercatori di non uscire mai dalle loro “torri d’avorio”. Questi sono usciti in strada. Qualcuno rimproverava loro di limitarsi a fare lezioni e non intavolare mai un dialogo. Questi hanno intavolato un dialogo. Sono giovani, non sono esperti di comunicazione o di marketing, non hanno una lira. Eppure stanno facendo qualcosa di fantastico. Sto parlando dei ragazzi e delle ragazze di Pro-test Italia, associazione di recentissima fondazione che si batte concretamente a favore della ricerca scientifica nel nostro paese, creata da un gruppo di giovani ricercatori e studenti.

Finalmente, per la prima volta in Italia, la ricerca è scesa in piazza. Un evento senza precedenti, organizzato per reagire ai vergognosi fatti di Milano e alla disinformazione imperante. Così il primo giugno scorso in piazza Mercanti a Milano tra i 300 e i 400 fra studenti e ricercatori si sono incontrati per parlare e per ascoltare. Dal palco hanno detto la loro ospiti d’eccezione, tra i quali Giuliano Grignaschi, del prestigioso istituto Mario Negri e Tom Holder, del comitato scientifico inglese Speaking of research. Ovviamente si è parlato di sperimentazione animale.

La manifestazione è stata infastidita da un gruppetto di sedicenti animalisti, una ventina di esagitati che hanno tentato di aggredire la gente radunata in piazza, ma vedendosi trattenuti dai carabinieri si sono dovuti limitare ad urlare insulti e frasi fatte. La gente in piazza dal canto suo li ha ignorati. Da un lato è stato istruttivo vedere la differenza tra chi faceva discorsi, argomentava, forniva contenuti, e chi invece si limitava ad urlare; d’altra parte in alcuni momenti faceva un po’ rabbia, ad esempio quando gli esagitati hanno lanciato urla e minacce di vario genere verso Nadia Malavasi, in quel momento sul palco, presidentessa dell’associazione dei talidomidici italiani e talidomidica essa stessa, che ha provato e prova tuttora sulla sua pelle cosa significa non sperimentare sugli animali, e in piazza lo ha raccontato.

Una piccola vittoria gli urlatori l’hanno ottenuta, molti giornali (per fortuna solo quelli italiani, la stampa straniera è stata molto più attenta) hanno parlato di scontri e tensioni con i ricercatori, scontri che in realtà non sono mai avvenuti, e tensioni che erano da una sola parte, quella verso la quale erano girati i carabinieri, mentre alle loro spalle si svolgeva una festa. Ovviamente hanno ottenuto anche una grande sconfitta, quella di squalificarsi, di essere abbandonati (nessuna delle grandi associazioni animaliste era presente) e di dimostrare la loro pochezza.

Dal canto loro i ricercatori hanno ottenuto una grande vittoria: gli animalisti intervistati hanno finalmente smesso di propagandare falsità sul fatto che la ricerca sia inutile e sull’esistenza di metodi alternativi alla sperimentazione animale.

Ho curiosato un po’ tra i siti e le pagine relative a quei movimenti, e a leggere tra le righe si vede che quello che ha dato più fastidio di quella manifestazione è stato il fatto che i presenti non corrispondessero affatto all’immagine del “crudele vivisettore” che viene abitualmente dipinta.

Credit: In Difesa della Sperimentazione Animale. Click for details

Eh già, perché in piazza c’erano volti giovani, gentili e sorridenti, che mal si adattavano agli attacchi di tipo “emozionale” che di solito vengono rivolti alla loro categoria.

Credit: OMg!Science. Click for details.

Certo, l’aspetto tranquillo amichevole e rassicurante di qualcuno non significa nulla, a meno che ovviamente questa non sia la tua principale argomentazione contro di lui.

Ma perché sto spendendo tutto questo spazio a parlare della manifestazione del primo giugno? Sono così fissato con la sperimentazione animale? A dire il vero no, fra parentesi personalmente non la pratico e probabilmente non avrò occasione di praticarla in futuro. Quello su cui voglio mettere l’accento è che finalmente la ricerca ha reagito, e ha reagito nel migliore dei modi. Finalmente abbiamo messo in chiaro che ci siamo anche noi e che non siamo più disposti ad accettare insulti minacce e azioni violente nei nostri confronti. Noi parleremo, così che la gente sappia come stanno realmente le cose e tragga le sue conclusioni.

E proprio per questo sabato prossimo, 8 giugno, in tante città d’Italia si svolgerà l’evento Italia Unita per la Corretta Informazione Scientifica. Dell’evento ho già parlato, si tratta in realtà di tanti eventi: flash mob, fiaccolate, incontri in diverse città d’Italia. Al centro di tutto ci sarà il dialogo sui “temi caldi” della scienza: staminali, OGM, prevedibilità dei terremoti, sperimentazione animale, medicina alternativa, vaccini, eccetera. Insieme cercheremo di capire quali sono i fatti e quali conclusioni ci suggeriscono, magari ne discuteremo.

Io personalmente sabato sarò a Roma, ascolterò e se ne avrò l’occasione parlerò anche, incontrerò vecchie conoscenze e gente nuova. Dopo, vi racconterò com’è andata. Quanto a voi, potete rintracciare su questa pagina l’evento più vicino a voi. Sarà una bella giornata, spero che siate presenti in tanti.

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Recensione: Dario Bressanini – Le bugie nel carrello

Lo sapevate che Kamut® è un marchio registrato che corrisponde ad un grano coltivato nel Montana probabilmente di origine iraniana? Vi siete mai chiesti se la biodinamica ha qualche fondamento? È vero che bere latte sarebbe “innaturale”, come dicono alcuni? E perché chi ha studiato biologia evoluzionistica ci dice che siamo stati “selezionati” apposta per berlo?

Queste ed altre domande trovano esaurienti risposte nel libro Le bugie nel carrello, ultima fatica di Dario Bressanini e seguito ideale del precedente Pane e bugie.

Dario Bressanini è uno che di lavoro fa il chimico ambientale, è ricercatore presso l’Università dell’Insubria e svolge anche attività di docenza. Fin qui nulla di particolarmente interessante. Bressanini però è anche un divulgatore scientifico, uno dei pochi buoni divulgatori nel nostro paese. Curatore della rubrica “pentole e provette” sulla rivista Le Scienze, dove tra il serio e il faceto ci racconta come applicare la scienza alla gastronomia, ha un blog, Scienza in cucina, che spazia tra i vari argomenti legati all’alimentazione, alla cucina e al consumo consapevole, dagli OGM alla gastronomia molecolare. Scriveva anche su Il Fatto Quotidiano, ma ha lasciato perdere perché, testualmente, «Io ci metto un mese a documentarmi per un articolo ma a scrivere cazzate ci si mette mezz’ora».

Ma veniamo al libro. A differenza di Pane e bugie (non l’avete letto?! Rimediate subito!), che si concentrava sugli aspetti più propriamente nutrizionali e chimici di ciò che mangiamo, ne Le bugie nel carrello l’autore ci accompagna in un giro tra i banchi di un immaginario supermercato, curiosando tra i prodotti esposti e facendosi ogni tanto qualche domanda. Una delle più frequenti è «vale quello che costa?». In fondo è ormai assodato che la variabile più importante per il consumatore medio nella scelta del prodotto è il prezzo. E quindi più che lecito chiedersi se quel prodotto che costa di più sia migliore degli altri. Fa forse bene alla salute? Oppure fa bene all’ambiente? O magari ha un sapore migliore?

La citazione di dati e studi scientifici a sostegno delle affermazioni fatte non manca mai nel libro. Destreggiandosi abilmente tra risultati a volte ambigui e contrastanti, luoghi comuni e leggende metropolitane il nostro eroe ci porta a sbirciare dietro le quinte di quello che compriamo e consumiamo, senza mai imporre la propria opinione, ma mostrando i dati e lasciando che il lettore tragga le proprie conclusioni alla luce del buonsenso.

Se siete fan del “bio” a tutti i costi o siete di quelli convinti che naturale sia sinonimo di buono questa per voi è una lettura obbligatoria, a patto però che siate disposti a cambiare le vostre convinzioni di fronte all’evidenza scientifica. In caso contrario potreste avere delle spiacevoli sorprese. Se invece fate parte di quei tanti che quando comprano il cibo al supermercato guardano solo il cartellino del prezzo e il colore della confezione questo libro potrebbe mettervi qualche pulce nell’orecchio, e, non si sa mai, la prossima volta che fate la spesa potreste voler dare un’occhiata più approfondita all’etichetta.

Lettura consigliata senza alcun dubbio.

Le bugie nel carrello, di Dario Bressanini, è edito da Chiarelettere e lo si trova in libreria, nei negozi online e in formato ebook.

Gli italiani finiranno a raccogliere pomodori in Bangladesh perchè hanno creduto ad una serie infinita di stronzate (con la cultura si mangia eccome, parte II)

Un’interessantissimo post che analizza l’opera di convincimento effettuata dalla nostra classe dirigente, basata sul postulato che la cultura (nella sua accezione più larga, comprese la scienza e la ricerca) è del tutto inutile per il nostro paese. E noi, fessi, ci crediamo.
Poi non venitemi a dire che non è vero che si sta effettuando una sistematica opera di distruzione della scienza e della ricerca nel nostro paese.

Elenatorresani

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Se tutto va bene, i nostri figli saranno più ignoranti di noi, che già ci difendiamo alla grande.
Se tutto va bene, i nostri figli diventeranno braccia e forza lavoro per raccogliere pomodori in Bangladesh. E se in Bangladesh i pomodori non crescono, speriamo ci sia altro da raccogliere, altrimenti sono fottuti.

Ecco i luoghi comuni con i quali i politici e la maestranze ci hanno rincoglionito, ed ecco i dati che li smentiscono. Sono tutte falsità che sapevamo essere falsità, ma i dati fanno impressione. Leggeteli, perché la conoscenza è l’unica via di salvezza che abbiamo.

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L’annus horribilis della scienza italiana

Una fredda e lucida analisi di quello che sta succedendo alla scienza in Italia. È stato davvero un anno in cui la politica, i media e persino la magistratura hanno fatto del loro peggio su questo fronte. Eppure non si tratta forse di argomenti di primo piano per il nostro paese? Non si parla di salute pubblica, di sicurezza alimentare, di dissesto idrogeologico?
All’elenco fatto da quelli de La Valle del Siele vorrei aggiungere l’incendio della Città della Scienza, rivelatosi doloso, perfetta immagine di quello che sembra essere il destino della scienza in Italia.

La Valle del Siele

Libertiamo – 23/05/2012

Facciamo un breve elenco, limitandoci agli episodi più significativi degli ultimi 12 mesi:

12 giugno 2012: un ordinanza del ministero dell’ambiente obbliga il prof. Eddo Rugini, biotecnologo della facoltà di agraria dell’Università della Tuscia, a dare il via alla distruzione delle piante sperimentali transgeniche (olivi, kiwi e ciliegi) sulle quali stava lavorando da decenni.

22 ottobre 2012: un tribunale dell’Aquila condanna Enzo Boschi e gli altri scienziati della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile per omicidio colposo. La “colpa”? Non avere informato correttamente la popolazione aquilana sull’imminenza della forte scossa di terremoto che il 6 aprile 2009 ha causato la morte di 309 persone.

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Italia Unita per la Scienza

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There is a cult of ignorance, and there always has been. The strain of anti-intellectualism has been a constant thread winding its way through our political and cultural life, nurtured by the false notion that democracy means that my ignorance is just as good as your knowledge. (Isaac Asimov)

Il fenomeno della scientific illiteracy nel nostro paese è noto da tempo, ma le sue cause continuano a sfuggire. Mentre il numero di iscritti alle facoltà scientifiche continua ad essere abbondantemente sotto la media europea, si fanno sempre più forti quei movimenti apertamente antiscientisti, quelli secondo i quali la scienza e la ricerca non portano alcun vantaggio, o in alternativa quelli per cui esiste una “scienza ufficiale” (che è quella che si trova nei libri, nelle università, nei laboratori di ricerca ecc.) che nasconde le grandi scoperte che gioverebbero all’umanità mentre un manipolo di “ricercatori indipendenti” lotta per far venire a galla tali segreti. Per costoro dieci minuti su youtube valgono più di anni di studio matto e disperatissimo, e l’opinione del santone di turno vale più delle evidenze sperimentali.

Si è parlato molto dell’origine di questo fenomeno. C’è chi da la colpa alla cattiva organizzazione dell’informazione su internet, c’è chi chiama in causa i nostri programmi scolastici, c’è chi se la prende col sistema universitario e chi semplicemente attribuisce il tutto all’arretratezza culturale dei nostri compatrioti. Ma se il problema fosse anche nel modo di comunicare la scienza? Se la colpa non fosse solo degli “altri” ma anche un po’ degli “scienziati”, che non riescono a parlare col resto del mondo?

È forse con questo pensiero in mente che l’associazione Pro-Test Italia si è fatta promotrice di un evento finora unico nel nostro paese. Si tratta di Italia Unita per la Scienza, una serie di convegni con uno scopo decisamente ambizioso: instaurare «un dialogo su temi molto importanti che hanno e avranno ripercussioni sul futuro del Paese per quanto riguarda salute, alimentazione e ambiente, dove l’aspetto scientifico sia protagonista e non una voce tra le tante.»
L’obiettivo è quello di fare sì che quando si parla di argomenti scientifici, pur non negando l’importanza dell’etica e finanche dell’emotività, la scienza sia la base sulla quale ci si appoggia.

Nei convegni, che si svolgeranno contemporaneamente il tutta Italia l’8 giugno 2013, si parlerà di diversi argomenti, tutti di primo piano sia dal punto di vista scientifico che da quello dell’attualità del nostro paese, fra cui OGM, cellule staminali, sperimentazione animale, frodi mediche, vaccini, terremoti e molto altro. In ogni convegno gli argomenti saranno trattati con competenza da relatori provenienti dal mondo della ricerca e della divulgazione scientifica, ma non saranno presentati come una lezione, quanto piuttosto come un dibattito aperto, in cui al pubblico sarà chiesto di giudicare l’argomento in base a dati e fatti, mostrando come «solo la prova e il confronto siano metodi per validare una teoria, lasciando che sia l’ascoltare a trarre le dovute conseguenze.»

L’appuntamento quindi è per l’8 giugno prossimo, spero di vedervi numerosi!

Per qualunque ulteriore dettaglio vi rimando al sito ufficiale dell’iniziativa: http://www.italiaxlascienza.it