Italia Unita per la Scienza

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There is a cult of ignorance, and there always has been. The strain of anti-intellectualism has been a constant thread winding its way through our political and cultural life, nurtured by the false notion that democracy means that my ignorance is just as good as your knowledge. (Isaac Asimov)

Il fenomeno della scientific illiteracy nel nostro paese è noto da tempo, ma le sue cause continuano a sfuggire. Mentre il numero di iscritti alle facoltà scientifiche continua ad essere abbondantemente sotto la media europea, si fanno sempre più forti quei movimenti apertamente antiscientisti, quelli secondo i quali la scienza e la ricerca non portano alcun vantaggio, o in alternativa quelli per cui esiste una “scienza ufficiale” (che è quella che si trova nei libri, nelle università, nei laboratori di ricerca ecc.) che nasconde le grandi scoperte che gioverebbero all’umanità mentre un manipolo di “ricercatori indipendenti” lotta per far venire a galla tali segreti. Per costoro dieci minuti su youtube valgono più di anni di studio matto e disperatissimo, e l’opinione del santone di turno vale più delle evidenze sperimentali.

Si è parlato molto dell’origine di questo fenomeno. C’è chi da la colpa alla cattiva organizzazione dell’informazione su internet, c’è chi chiama in causa i nostri programmi scolastici, c’è chi se la prende col sistema universitario e chi semplicemente attribuisce il tutto all’arretratezza culturale dei nostri compatrioti. Ma se il problema fosse anche nel modo di comunicare la scienza? Se la colpa non fosse solo degli “altri” ma anche un po’ degli “scienziati”, che non riescono a parlare col resto del mondo?

È forse con questo pensiero in mente che l’associazione Pro-Test Italia si è fatta promotrice di un evento finora unico nel nostro paese. Si tratta di Italia Unita per la Scienza, una serie di convegni con uno scopo decisamente ambizioso: instaurare «un dialogo su temi molto importanti che hanno e avranno ripercussioni sul futuro del Paese per quanto riguarda salute, alimentazione e ambiente, dove l’aspetto scientifico sia protagonista e non una voce tra le tante.»
L’obiettivo è quello di fare sì che quando si parla di argomenti scientifici, pur non negando l’importanza dell’etica e finanche dell’emotività, la scienza sia la base sulla quale ci si appoggia.

Nei convegni, che si svolgeranno contemporaneamente il tutta Italia l’8 giugno 2013, si parlerà di diversi argomenti, tutti di primo piano sia dal punto di vista scientifico che da quello dell’attualità del nostro paese, fra cui OGM, cellule staminali, sperimentazione animale, frodi mediche, vaccini, terremoti e molto altro. In ogni convegno gli argomenti saranno trattati con competenza da relatori provenienti dal mondo della ricerca e della divulgazione scientifica, ma non saranno presentati come una lezione, quanto piuttosto come un dibattito aperto, in cui al pubblico sarà chiesto di giudicare l’argomento in base a dati e fatti, mostrando come «solo la prova e il confronto siano metodi per validare una teoria, lasciando che sia l’ascoltare a trarre le dovute conseguenze.»

L’appuntamento quindi è per l’8 giugno prossimo, spero di vedervi numerosi!

Per qualunque ulteriore dettaglio vi rimando al sito ufficiale dell’iniziativa: http://www.italiaxlascienza.it

Se gli animalisti si danno al terrorismo

Gli occupanti si incatenano alle porte

Sabato 20 aprile si è verificato un fatto estremamente grave. Alcuni attivisti del gruppo “Fermare Green Hill”, che amano definirsi animalisti, sono entrati a forza, probabilmente grazie all’uso di passepartout elettronici acquistati illegalmente, nei laboratori di ricerca del dipartimento di biotecnologie mediche e medicina traslazionale dell’università di Milano (in cui opera anche l’istituto di neuroscienze del CNR). Qui alcuni di loro hanno bloccato le porte con delle catene, e poi vi si sono incatenati essi stessi, per impedire l’ingresso ai lavoratori e alle forze dell’ordine, mentre gli altri raggiungevano lo stabulario, che conteneva circa 800 fra topi e conigli (definiti “migliaia” dagli animalisti), aprivano le gabbie scambiando di posto gli animali, staccando le etichette e confondendo la documentazione, allo scopo di rendere inservibili gli animali stessi.

Post “in diretta” su facebook

Nel frattempo il tutto veniva seguito “in diretta” sul sito del coordinamento “Fermare green Hill” e su varie pagine di facebook ad esso riconducibili. Gli attivisti all’interno postavano foto e video di se stessi e dello stabulario (nelle immagini si vedono gabbie ben tenute e animali in perfette condizioni, alla faccia del luogo di tortura), mentre i loro mandanti invitavano i propri seguaci a radunarsi sotto il dipartimento per esercitare pressioni sulle forze dell’ordine, che nel frattempo erano giunte sul posto senza però intervenire.

Per evitare che qualcuno si facesse male la direttrice del dipartimento Paola Viani ha intavolato delle trattative con gli occupanti, i quali hanno accettato di restituire i laboratori solo a patto di appropriarsi degli animali. Dopo aver compiuto questa rapina gli occupanti sono usciti sfilando tra le forze dell’ordine con il loro bottino (un centinaio di topi e un coniglio trasportati all’interno di bidoni per i rifiuti sanitari), accolti trionfalmente con applausi e ovazioni dalle persone che nel frattempo si erano radunate all’esterno. Gli animali rimasti nel laboratorio, ormai inservibili, saranno dati in adozione nei prossimi giorni, qualora le condizioni di sicurezza lo permettano, altrimenti dovranno essere soppressi.

Il mondo della ricerca scientifica è ovviamente indignato da ciò che è successo. I ricercatori dell’istituto di neuroscienze del CNR hanno scritto una lettera per denunciare l’accaduto, mentre gli studenti e i ricercatori dell’università hanno organizzato una manifestazione per sostenere le ragioni della scienza.

Il danno arrecato dai sedicenti animalisti è immenso. Dal punto di vista economico si parla di centinaia di migliaia di euro, provenienti in parte da finanziamenti pubblici (Comunità Europea, Ministero della Ricerca, Ministero della Sanità, Regione Lombardia ecc.) ma soprattutto dal contributo volontario di quei cittadini che hanno voluto fare piccole donazioni alla ricerca attraverso delle charities (Telethon, AIRC, NIDA, Fondazione Cariplo, Fondazione Mariani, Fondazione Sclerosi Multipla ecc.). Danni che nessuno pagherà, beninteso, perché ora il gruppo si fa scudo del fatto che gli animali sono stati presi in base ad un “accordo” con la direzione del dipartimento, come se questo rendesse meno illegale quello che hanno fatto. Ma ormai sappiamo per esperienza che questi gruppi hanno degli ottimi uffici legali (uno dei quali, vorrei ricordarlo, è diretto da un magistrato di cassazione), quindi non subiranno alcuna conseguenza.

Ma il danno economico è in realtà il problema minore. Avendo perso tutti i loro modelli i ricercatori dovranno ricominciare tutto il lavoro da capo. In quei laboratori si faceva ricerca di base su malattie gravi e prive di cura come autismo, malattia di Parkinson, di Alzheimer, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica, sindrome di Prader-Willi e altre. Ora si dovrà ripartire dalla ricerca di finanziamenti, ricostruire i modelli da capo e rifare tutto dall’inizio. Se, come alcuni animalisti credono in base alla loro concezione fiabesca del mondo costruita grazie ai film Disney, esistessero davvero metodi alternativi, i ricercatori ora li userebbero, ma purtroppo non esistono, e quindi gli ultimi anni di lavoro sono stati buttati al vento. Ci vorranno anni, anni in cui i malati di SLA continueranno a morire senza neanche la speranza, che ora gli è stata tolta, dovuta alla consapevolezza che qualcuno stava lavorando per trovare una cura al loro male. Sarebbe bello che questi cosiddetti animalisti avessero il coraggio di confrontarsi direttamente con loro, che gli dicessero in faccia “ho preferito rubare dei topi che lasciare che ti curassero”.

Topo nudo. Armin Kübelbeck - Wikimedia Commons. Click for details

Topo nudo. Armin Kübelbeck – Wikimedia Commons. Click for details

Che poi gli animali trafugati saranno i primi a rimetterci. Infatti è molto difficile che quelle bestiole possano sopravvivere al di fuori dell’ambiente asettico dei laboratori. Mi riferisco in particolare ai topi nudi, che sono costitutivamente immunodepressi, e che vivranno ormai solo pochi giorni. Se qualcuno degli “affidatari” di questi animali riesce a far sopravvivere un topo nudo in casa per una settimana gli faccio i complimenti. Se riesce a farlo sopravvivere due anni, che è quanto vivrebbe in laboratorio (sì, la maggior parte degli animali da laboratorio giunge al termine naturale della propria vita, quelli sacrificati sono una minoranza), mi scriva che brevettiamo il metodo che ha usato, lo applichiamo agli umani immunodepressi e vinciamo il nobel.

Perché parlo di terrorismo? Perché uno degli scopi di queste organizzazioni, dichiarato esplicitamente badate bene, è quello di rendere la vita impossibile ai ricercatori, da loro chiamati “vivisettori” (si prega di notare che nei laboratori in questione non veniva eseguita alcuna procedura che comportasse il taglio in vivo, quindi non si faceva alcuna “vivisezione”), di farli vivere nella paura di dover subire i loro attacchi violenti e il loro stalking, di scoraggiare i giovani ad intraprendere la strada della ricerca. Fra l’altro il fatto di dover ritrovare finanziamenti significherà in futuro meno borse di dottorato e meno assegni di ricerca, in altre parole meno ricercatori, soprattutto giovani. Oltre al danno alla ricerca stessa, e quindi al ritardo nella scoperta di nuove cure, ai lavoratori nessuno ci pensa?

Sulla questione ha scritto persino Nature, il che rende l’idea di quanto sia grave questo gesto. Questo non è un attacco ad un laboratorio o ad una pratica, questo è un attacco alla ricerca scientifica, il culmine di una crociata antiscientifica generalizzata che si sta portando avanti da anni ormai. Siamo arrivati al punto di rottura. Quando la ricerca scientifica sarà scomparsa dal nostro paese, riportandoci in un epoca di oscurantismo e stregoneria, spero che allora sarete soddisfatti.

Quest’articolo ha avuto un seguito.

Esistono “metodi alternativi”?

Scrivendo quest’articolo sto violando una delle mie regole, che poi è anche una delle regole della buona divulgazione scientifica: «se il tuo articolo può essere riassunto in “No”, non lo scrivere». Violo questa regola perché evidentemente la risposta non sembra così ovvia. La domanda è «esistono metodi alternativi?» E alternativi si intende alla ricerca con gli animali.

© SMBC Comix (click for details)

Premetto che io nel mio lavoro in laboratorio non ho mai avuto a che fare con animali vivi. Qualcosa ho fatto anni addietro all’università: ho maneggiato un po’ di drosofile al corso di genetica (perché nessuno protesta mai per le drosofile?), ho eseguito delle dissezioini di animali morti (per cause naturali) al corso di anatomia comparata e ho osservato (senza eseguire alcuna procedura) parecchi animali vivi al corso di biodiversità animale.

Ciò nonostante non posso fare a meno di riconoscere che le ricerche eseguite dai miei colleghi su modelli animali sono fondamentali. Quello che faccio io non sarebbe possibile se non ci fosse stata la sperimentazione animale in passato, e sarebbe quasi privo di valore se non ci fosse la sperimentazione animale in futuro. Eppure fra amici e conoscenti non biologi c’è una frase che mi sento ripetere come un mantra: «Esistono metodi alternativi». Si intende che gli stessi risultati che si ottengono coi modelli animali possono essere ottenuti anche senza. A questa affermazione segue sempre una domanda da parte mia: quali? La risposta è invariabilmente una variazione sul tema di “colture in vitro” o “cellule staminali”. In genere a questo punto tronco la discussione, apparirei solo antipatico e pedante se mi mettessi a sottolineare come queste “parole magiche” non siano affatto metodi, apparirei arrogante se puntualizzassi che di colture in vitro ne ho fatta qualcuna, dato che sono il principale strumento (oserei dire l’unico) per mantenere in vita le cellule utilizzate in laboratorio, apparirei saccente se facessi notare che tra una coltura cellulare e un organismo vivente passa qualche differenza.

Ma perché una cellula (o un gruppo di cellule) non mima efficacemente un organismo? La risposta ci arriva dalla teoria dei sistemi e si chiama comportamento emergente. Una proprietà di un sistema si dice emergente quando non è posseduta dalle singole componenti del sistema. Ci abbiamo a che fare tutto il giorno: un pistone non ha le stesse proprietà di un motore a scoppio, un pilastro non ha le stesse proprietà di una casa ecc. È una caratteristica dei sistemi viventi quella di essere sempre diversi dalla somma dei propri componenti.

A livello molecolare questo si spiega fondamentalmente con tre fenomeni: sinergismo, permissività e antagonismo. Si ha sinergismo quando due molecole hanno lo stesso effetto, ma la loro presenza contemporanea dà effetti più che additivi, si ha permissività quando una molecola non ha effetto (o ha un effetto molto ridotto) in assenza dell’altra e si ha antagonismo quando una molecola blocca l’effetto dell’altra (inibizione) o quando due molecole hanno effetto opposto (antagonismo funzionale). La cosa affascinante tuttavia è che queste molecole non hanno necessariamente bisogno di “incontrarsi” per esercitare questi effetti. Il che è anche problematico, perché a livello sperimentale ci rende difficilissimo riprodurre il fenomeno.

Livelli di glucosio in relazione all’insulina. Wikimedia Commons CC-BY-SA 3.0 Unported

Mi spiego meglio con un esempio. Poniamo che io voglia studiare la variazione della glicemia (concentrazione di glucosio nel sangue). Proprio in questo periodo si stanno sperimentando nuove cure per il diabete di tipo 1, quello genetico che viene ai bambini, quello per cui modificare il proprio stile di vita è inutile e se ci si scorda di prendere l’insulina si muore. Quindi possiamo immaginare che io voglia studiare quali sono gli stimoli e le condizioni che fanno salire o scendere la glicemia, e che da questi studi magari potrebbero nascere future applicazioni mediche. Bene, potrei pensare di studiare la glicemia mettendo un po’ di sangue, con tutte le sue cellule, in una provetta.
Tralasciando tutti i problemi tecnici questa “coltura cellulare” mi sarebbe del tutto inutile, perché non contiene nessuna delle molecole che influenzano la glicemia. Potrei allora progettare un sistema che comprendesse anche le cellule β del pancreas, quelle che producono l’insulina. Avrei fatto un passo avanti, ma la cosa sarebbe ancora molto lontana dalla realtà. Sì, è vero, avrei delle cellule che secernono insulina in seguito all’aumento della glicemia, ma questo non è che un pallido abbozzo dell’intero sistema. L’adrenalina per esempio è un antagonista funzionale dell’insulina, però è secreta dalla midollare del surrene, e non in risposta ad un aumento della glicemia, ma in seguito all’attivazione del sistema nervoso ortosimpatico. Inoltre nessuna di queste due molecole agisce nel sangue, ma hanno una vasta gamma di tessuti bersaglio, tra cui il fegato, i muscoli e il tessuto adiposo sui quali agiscono per aumentare o diminuire l’assorbimento di glucosio e per incentivare o inibire una serie reazioni biochimiche, come la glicogenolisi e la gluconeogenesi. I  fattori di crescita insulino-simili invece sono in grado di rendere i tessuti “insulinoresistenti” e sono secreti dal fegato in risposta alla somatotropina, che è rilasciata a sua volta dall’ipofisi anteriore stimolata dal GHRH secreto dall’ipotalamo. E ancora non ci abbiamo messo il glucagone o i glucocorticoidi, né abbiamo discusso degli stimoli che provocano l’attivazione dell’ipotalamo o del sistema nervoso simpatico.

Sembra complicato? Già, perché lo è. E questo è solo un assaggio. Senza considerare che esistono anche un sacco di meccanismi che non conosciamo e su cui non abbiamo alcun controllo.  Qualcuno ha qualche idea su come rendere un simile sistema senza usare un organismo vivente completo? Qualche idea che non si limiti a liquidare la questione con le solite “parole magiche” ripetute a pappagallo? Se ne avete fatevi avanti, vi assicuro che i ricercatori non vedono l’ora.