La comunità scientifica è divisa? Non credo proprio!

Stralcio di uno dei tanti articoli che contengono l'abusata frase

Screenshot di uno dei tanti articoli che contengono l’abusata frase

La frase ricorre spesso sulla stampa generalista. Di solito è contenuta di articoli che trattano temi scientifici molto “popolari”, come il riscaldamento globale o una delle tante pseudocure per qualche malattia, ma ci stanno in mezzo anche argomenti che toccano la nostra sfera emotiva, l’ambito religioso o quello politico. Leggo i giornali con regolarità, eppure non ho mai visto questa frase usata a proposito. In altre parole non ho mai visto indicare la comunità scientifica come divisa in una vicenda in cui lo fosse davvero.

La frase si può presentare con numerose varianti: c’è “è un argomento controverso” quando si vuole far credere che le cose non siano scientificamente chiare; c’è “gli scienziati ancora non riescono a spiegare…” quando ad un argomento mancano le basi teoriche; è molto usato anche “ci sono tanti ricercatori che…” efficace per via della sua evasività, o l’ancor più efficace “ci sono sempre più ricercatori che…“, che lascia credere che il consenso scientifico si stia spostando verso la tesi che si vuole sostenere. Spesso al posto di “divisa” si usa il termine “spaccata“, che aiuta a rendere più drammatico il pezzo.

Il fenomeno è talmente diffuso da aver portato a coniare un nuovo termine: “fintoversia”, crasi delle parole “finta” e “controversia”. La strategia è sempre la stessa: si presenta una tesi minoritaria o addirittura pseudoscientifica (questo è il caso più comune) e si infilano qua e là riferimenti alla “divisione” e alla “controversia” tra gli scienziati. Per far funzionare meglio il tutto si riporta l’opinione di un qualche sedicente esperto (spesso in realtà privo di qualunque esperienza nel campo), opinione che viene presentata come consenso scientifico, quando in realtà si tratta quasi sempre di un’opinione personale. Altro sistema è far riferimento al consenso popolare, come se il fatto che tante persone credano ad un fenomeno dimostrasse qualcosa. Basti pensare al recente caso Stamina foundation, nel quale l’opinione di un laureato in lettere senza alcuna qualifica né esperienza nel campo della terapia cellulare ha consentito ad alcuni giornali di affermare che la comunità scientifica sarebbe divisa sull’argomento, quando invece il consenso è ben chiaro e granitico.

Gli esempi si sprecano. Tanto per dirne uno, avete mai sentito dire che gli esperti sono divisi sull’argomento del riscaldamento globale? Beh, è una balla. Al 2012 su poco meno di quattordicimila articoli scientifici pubblicati sul riscaldamento globale (13950, per la precisione) solo 24 non ne rilevano la tendenza. Stiamo dicendo che il 98,8% degli studi effettuati porta alla stessa conclusione. Dov’è la divisione? Semplice, non esiste. Inoltre, se interrogati, 97 climatologi su cento concordano con l’affermazione che l’uomo sta provocando il global warming (dei restanti tre, due non sono sicuri e uno lo nega) , anche restringendo il campo ai soli climatologi che abbiano compiuto studi sottoposti a peer review sul riscaldamento globale.

Oppure pensiamo all’omeopatia: secondo i suoi sostenitori l’argomento è molto discusso e i risultati ci sono ma sono ignorati a livello ufficiale a causa di pressioni economiche. Nella realtà non esiste alcuno studio, ad eccezione di quelli che le case farmaceutiche omeopatiche si sono fatte da sole, che mostri una pur minima efficacia dei prodotti omeopatici. Inoltre tutto il fenomeno dell’omeopatia manca di qualsiasi base teorica (il numero di Avogadro non vi dice niente?) ma nella presentazione di chi l’omeopatia la vende questo fatto viene presentato in maniera leggermente manipolata: si dice infatti che gli scienziati non sono ancora riusciti a scoprirne il meccanismo d’azione, cioè si dà per scontato che la cosa funzioni, e poi si dice che non si è ancora scoperto come funziona. La falla in questo ragionamento è che l’efficacia dell’omeopatia in realtà non è mai stata dimostrata. Infatti nella realtà non c’è alcuno scienziato che ne stia indagando i meccanismi d’azione.

Altro argomento di false divisioni è la sperimentazione animale. Leggo spesso, sia sulla stampa che nei siti dei cosiddetti antivivisezionisti che ci sarebbero “tanti ricercatori” che sono contrari a questa pratica e che la riterrebbero inutile ai fini del progresso medico-scientifico. Quando però i ricercatori biomedici sono stati interrogati davvero la situazione che è venuta fuori risultava leggermente diversa. Infatti dai risultati del sondaggio (pubblicato su Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche esistenti al mondo) risulta che l’80-90% dei ricercatori non ha mai avuto dubbi sull’utilità dei modelli animali, e che il 92% ritiene che la sperimentazione animale sia fondamentale per l’avanzamento della ricerca biomedica (il 5% non si dichiara né d’accordo né in disaccordo e solo il 3% si esprime in maniera contraria).

Risultati dello studio. © Nature publishing group. Click for details

Non è un caso che su 98 premi Nobel per la fisiologia e la medicina assegnati nell’ultimo secolo ben 75 siano dovuti a studi che utilizzavano animali e altri 4 a studi che non utilizzavano animali ma sfruttavano le conoscenze pregresse di altri studi che invece li utilizzavano. In totale l’80% dei premi Nobel per la medicina è dovuto alla sperimentazione animale. Se analizziamo invece gli ultimi 10 anni la percentuale sale al 100%. Dove sono quindi i “tanti ricercatori” che sarebbero contrari? Semplice, non esistono. Tuttavia basandosi su questa falsa asserrzione è stato creato un sito di critica “scientifica” alla sperimentazione animale. Talmente scientifica che a uno studente basta mezz’ora per smontare l’accozzaglia di luoghi comuni lì contenuta, ad un esperto bastano 5 minuti (vedere anche qui per approfondire l’argomento). Ma la stampa continua a scrivere che la comunità scientifica “è spaccata” su questo argomento.

Non è mio scopo qui fare un elenco dei tanti argomenti in cui la comunità scientifica viene presentata come divisa quando invece non lo è affatto, anche perché l’elenco sarebbe sterminato: ci sono gli OGM, i vaccini, l’HIV/AIDS, la chemioterapia, il metodo Di Bella, l’evoluzione, le scie chimiche…

Qualcuno però a questo punto si sarà posto una domanda: ma allora la comunità scientifica non è mai divisa? La risposta è che ovviamente sì, la comunità scientifica si divide spesso e volentieri, ma le “dispute scientifiche” hanno ben altro spessore. Per esempio fino a quando gli scienziati del CERN non avranno dimostrato definitivamente che la particella trovata dal LHC è effettivamente il bosone di Higgs ed è una particella unica, la comunità scientifica continuerà ad essere divisa sulla validità del modello standard. Oppure esiste una controversia su alcuni meccanismi legati all’evoluzione dell’Homo sapiens, che non sono ancora del tutto chiariti, come la collocazione tassonomica di alcuni ominidi o l’effettiva radiazione di tutti gli H. sapiens dal continente africano, o anche la controversa ipotesi della scimmia acquatica. Altro esempio, si discute sulla possibilità da parte alcuni batteri di integrare l’arsenico al posto del fosforo nei propri acidi nucleici. C’è chi dice di sì e  c’è chi dice di no.

Certo, queste divisioni possono sembrare meno “avvincenti” anche perché non chiamano in causa le teorie del complotto che ci piacciono tanto, ma presentano alcune caratteristiche che ci permettono di distinguerle dalle false controversie che troviamo sulla stampa.

Innanzitutto perché nella comunità scientifica coesistano più opinioni è necessario che siano… opinioni! Infatti nel momento in cui una di quelle opinioni viene verificata sperimentalmente essa non è più un opinione ma un fatto, e la controversia è definitivamente chiusa.

Le vere controversie scientifiche si discutono su base scientifica. Nelle storielle che troviamo sui giornali sentiamo spesso l’esperto di turno citare il proprio libro o il proprio sito web. Questi riferimenti, ancor più se autoreferenziali, hanno valore scientifico pressoché nullo. Uno scienziato invece citerà dati scientifici verificabili e ripetibili, usando come fonte articoli scientifici sottoposti a revisione paritaria. Peggio ancora quando i riferimenti sono aneddotici: “a mio cugino è successo questo”, “i miei pazienti migliorano” ecc.

Anche i vari pseudoscienziati spesso referenziano le proprie affermazioni citando un articolo scientifico. Tuttavia scelgono selettivamente la fonte, ignorando tutti gli articoli che sostengono la tesi contraria, compresi quelli che confutano direttamente l’articolo citato. Uno scienziato serio fornisce invece sempre una panoramica completa di un argomento, citando anche le fonti che sostengono la tesi avversa, e confutandole se necessario.

Perché è così difficile che la stampa tratti questi argomenti? Semplice, perché di solito la ricerca scientifica vera si svolge lontano dai riflettori, com’è anche giusto che sia, senza clamori, dichiarazioni sensazionalistiche o miracoli. Il dialogo tra scienziati avviene tramite lunghi paper in lingua inglese, pieni zeppi di numeri e termini tecnici, che di certo il redattore di turno non ha né il tempo né la voglia né la preparazione per leggere, e i bravi divulgatori purtroppo scarseggiano.

Se volete veramente approfondire un argomento scientifico seguite il mio consiglio: lasciate perdere l’inserto sulle scienze del vostro quotidiano e la rivista sul “benessere naturale” e andate in un’università a seguire qualche lezione di un corso, anche solo come uditori: è gratis e nessuno può vietarvelo. Vi assicuro che lo troverete piacevole e che ne uscirete di molto arricchiti.

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