Cosa è successo davvero a Milano – Reprise

Articolo aggiornato dopo la pubblicazione iniziale (vedere in fondo)

Mi ero ripromesso di non tornare più sull’argomento, in parte perché non mi fa piacere riparlarne, in parte perché non mi piace dedicare spazio a chi non se lo meriterebbe, e infine perché non voglio che questo diventi un blog monotematico, e credo ultimamente di aver dedicato al tema “sperimentazione animale” sufficiente spazio, e come ho già scritto non è un ambito che mi appassioni così tanto. La notizia però non può passare sotto silenzio.

Da tempo in molti ci chiedevamo che fine avessero fatto gli animali rubati negli stabulari di Milano, quelli sopravvissuti ovviamente. Ora ne siamo stati informati: una persona che ha “adottato” gli animali ha mostrato pubblicamente le foto della loro attuale sistemazione.

Premessa importante: le foto che seguono sono screenshot, catturati da un noto gruppo di facebook, di pagine rese pubbliche dall’autrice, la quale ha eliminato di sua spontanea volontà qualsiasi impostazione di privacy, quindi il fatto che i nomi e i volti non siano oscurati è imputabile solo a lei.

Vediamo ora la prima foto, con relativa descrizione e commenti

Vediamo che i topi sono tenuti in un bagno, che a leggere i commenti sembrerebbe anche usato. Già questo basterebbe per porsi dei seri dubbi sulle condizioni igieniche in cui gli animali vivono. Leggendo i commenti si viene poi a sapere che le gabbie non vengono pulite! Cioè, mi state dicendo che i topi vivono nei loro escrementi? A giudicare da quanto scrive in quest’altro commento sì:

Leggendo altri commenti sempre nella prima foto veniamo poi a sapere che i topi si sono riprodotti. Non so quanti fossero all’inizio i sopravvissuti, ma ora solo in quella casa ce ne sono ottanta. Ma una cosa elementare come tenere separati i maschi dalle femmine no? Mi chiedo cosa ne pensino gli altri condomini del rischio di trasformare il palazzo in una colonia murina. Una derattizzazione non sarebbe affatto un bel finale per questa storia.

Poi mi è venuto un’altro dubbio. Nel bagno si vedono sette-otto scatole, non li terrà mica tutti e ottanta lì, vero? Ma andiamo avanti a guardare le foto e scopriamo la dura realtà.

Ebbenesì, oltre che essere tenuti in condizioni igieniche indecorose e pericolose sia per la salute loro che per quella delle persone che ci vivono vicino, i topi sono tenuti in condizioni di grave sovraffollamento. La prima cosa che ho pensato quando li ho visti così ammucchiati è “ma così si metteranno a lottare tra loro! Si azzanneranno per il cibo e per accoppiarsi, e potrebbero esserci anche fenomeni di cannibalismo!” Neanche il tempo di finire il pensiero che mi viene confermato che questo sta già succedendo.

Un’altra cosa che ho notato è che nel mucchio non c’è neanche un topo nudo. Il sospetto è che, come era stato previsto, siano morti tutti entro pochi giorni dal furto. Non vi racconterò balle, con ogni probabilità è stata una morte orribile e hanno sofferto un sacco. Spero che chi li aveva in quel momento sia stato abbastanza intelligente da farli sopprimere.

La persona che ha pubblicato quelle foto si difende accusando di “meschinità” chi le ha riprese e commentate. Non che una simile difesa significhi molto se fatta da quelli che per abitudine taroccano immagini per diffamare i ricercatori.

Difesa standard dello pseudoanimalista di turno: «mi vorresti forse far credere che nei laboratori stavano meglio?»

Io non voglio far credere niente a nessuno, ma sta di fatto che è così. Nei laboratori da cui sono stati rubati i topi avevano gabbie spaziose che venivano pulite e sterilizzate tutti i giorni, e il personale era in grado di provvedere a loro. Ora invece non voglio pensare allo stato psicologico di queste bestiole (sì, i topi non hanno autoconsapevolezza ma hanno una psicologia) che sono prima state traumatizzate strappandole al loro ambiente, e poi messe a vivere nelle peggiori condizioni possibili.

«Ma nei laboratori vengono sottoposti ad indicibili torture!» E ancora una volta ti sbagli. Se ne è già parlato parecchio, ma nei laboratori nessun animale viene torturato. Sì, esistono delle procedure che sono dolorose o stressanti, e per quelle è previsto che si usino l’anestesia e l’analgesia. Ogni stabulario ha (per legge) un veterinario specializzato in benessere degli animali da laboratorio che si occupa di verificare che gli animali stiano bene, e se un soggetto deve essere soppresso questo viene fatto utilizzando sistemi rapidi e indolori (sì, la decapitazione e la dislocazione cervicale sono metodi rapidi e indolori).

Questa, tanto per fare un esempio è una tipica procedura di laboratorio, utilizzata quando è necessario iniettare qualche sostanza (spesso e volentieri poi non si deve iniettare niente, quindi non si arriva neanche a questo livello). Attenzione che quella qui sotto non è pubblicità, è un video didattico che serve ad insegnare la procedura a chi la dovrà mettere in atto.

Come si può vedere vengono prese tutte le misure necessarie per minimizzare lo stress dell’animale. Questo viene fatto perché se provasse dolore o paura il topo si agiterebbe tentando di divincolarsi, e il ricercatore rischierebbe di ferirsi, oppure il topo tenterebbe di mordere la mano, il che ovviamente si vuole evitare.

Per chi è duro di comprendonio: sto scrivendo che gli animali da laboratorio vivono nel migliore dei mondi possibili? No, sto scrivendo che nei laboratori vengono tenuti in condizioni dignitose e si ha buona cura di loro, e che i peggiori laboratori che ho potuto vedere in Italia tengono gli animali meglio di come si vede in quelle foto. Sto scrivendo che i laboratori sono tutti perfetti e che tutti rispettano perfettamente le normative? No, sono sicuro che da qualche parte esisteranno dei laboratori in cui le norme sul benessere animale non sono rispettate e che in qualche modo riescono a sfuggire ai controlli (siamo pur sempre in Italia), e questi laboratori vanno trovati e segnalati all’autorità, allo stesso modo delle persone che maltrattano gli animali in casa propria.

Per gli imbecilli totali che a questo punto stanno per scrivere «Ma se è tanto indolore perché non ti ci sottoponi tu?» preciso che ho partecipato due volte da studente come “cavia” ad uno studio scientifico e che nella vita ho ricevuto diverse iniezioni.

Concludendo, a vedere quelle foto ci sarebbe abbastanza materiale per una denuncia per maltrattamento e ne avanzerebbe per una segnalazione alla ASL per le condizioni igieniche. Non farò nessuna delle due cose perché spero che a questo punto chi ha gli animali gli trovi una sistemazione dignitosa e sicura. Sperando che non siano così idioti dal liberarli in giro.

Se siamo fortunati non dovrò più tornare sull’argomento.

Edit:

La persona che ha scattato le foto ha fatto sapere a sua difesa che gli animali, dopo essere stati tenuti per un tempo imprecisato in quelle condizioni, sono stati distribuiti in diverse gabbie, mettendo le femmine a coppie e i maschi singolarmente. La nuova sistemazione è senz’altro migliore di quella mostrata in foto, anche se l’idea di isolare i maschi è piuttosto brutta. Il topo è un animale sociale, e se tenuto in solitudine soffre. Nei laboratori per evitare che i maschi si attacchino tra loro si tengono nella stessa gabbia animali allevati insieme, che quindi si conoscono. Ovviamente i ladri dopo aver rubato gli animali ed averli ammassati insieme in uno scatolone non erano più in grado di distinguerli (ammesso che fossero a conoscenza di questi concetti, cosa di cui dubito fortemente) e quindi sono dovuti ricorrere alla pessima soluzione dell’isolamento. Gli va comunque riconosciuto il merito di aver posto parziale rimedio, per quanto insoddisfacente, al casino che avevano combinato.

Italia Unita per la Scienza

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There is a cult of ignorance, and there always has been. The strain of anti-intellectualism has been a constant thread winding its way through our political and cultural life, nurtured by the false notion that democracy means that my ignorance is just as good as your knowledge. (Isaac Asimov)

Il fenomeno della scientific illiteracy nel nostro paese è noto da tempo, ma le sue cause continuano a sfuggire. Mentre il numero di iscritti alle facoltà scientifiche continua ad essere abbondantemente sotto la media europea, si fanno sempre più forti quei movimenti apertamente antiscientisti, quelli secondo i quali la scienza e la ricerca non portano alcun vantaggio, o in alternativa quelli per cui esiste una “scienza ufficiale” (che è quella che si trova nei libri, nelle università, nei laboratori di ricerca ecc.) che nasconde le grandi scoperte che gioverebbero all’umanità mentre un manipolo di “ricercatori indipendenti” lotta per far venire a galla tali segreti. Per costoro dieci minuti su youtube valgono più di anni di studio matto e disperatissimo, e l’opinione del santone di turno vale più delle evidenze sperimentali.

Si è parlato molto dell’origine di questo fenomeno. C’è chi da la colpa alla cattiva organizzazione dell’informazione su internet, c’è chi chiama in causa i nostri programmi scolastici, c’è chi se la prende col sistema universitario e chi semplicemente attribuisce il tutto all’arretratezza culturale dei nostri compatrioti. Ma se il problema fosse anche nel modo di comunicare la scienza? Se la colpa non fosse solo degli “altri” ma anche un po’ degli “scienziati”, che non riescono a parlare col resto del mondo?

È forse con questo pensiero in mente che l’associazione Pro-Test Italia si è fatta promotrice di un evento finora unico nel nostro paese. Si tratta di Italia Unita per la Scienza, una serie di convegni con uno scopo decisamente ambizioso: instaurare «un dialogo su temi molto importanti che hanno e avranno ripercussioni sul futuro del Paese per quanto riguarda salute, alimentazione e ambiente, dove l’aspetto scientifico sia protagonista e non una voce tra le tante.»
L’obiettivo è quello di fare sì che quando si parla di argomenti scientifici, pur non negando l’importanza dell’etica e finanche dell’emotività, la scienza sia la base sulla quale ci si appoggia.

Nei convegni, che si svolgeranno contemporaneamente il tutta Italia l’8 giugno 2013, si parlerà di diversi argomenti, tutti di primo piano sia dal punto di vista scientifico che da quello dell’attualità del nostro paese, fra cui OGM, cellule staminali, sperimentazione animale, frodi mediche, vaccini, terremoti e molto altro. In ogni convegno gli argomenti saranno trattati con competenza da relatori provenienti dal mondo della ricerca e della divulgazione scientifica, ma non saranno presentati come una lezione, quanto piuttosto come un dibattito aperto, in cui al pubblico sarà chiesto di giudicare l’argomento in base a dati e fatti, mostrando come «solo la prova e il confronto siano metodi per validare una teoria, lasciando che sia l’ascoltare a trarre le dovute conseguenze.»

L’appuntamento quindi è per l’8 giugno prossimo, spero di vedervi numerosi!

Per qualunque ulteriore dettaglio vi rimando al sito ufficiale dell’iniziativa: http://www.italiaxlascienza.it

Cosa è successo davvero a Milano

Il resoconto dell’occupazione di uno stabulario dell’università di Milano, accompagnato da alcune considerazioni, l’ho già fatto nel mio ultimo post. Oggi tuttavia mi sono arrivate le testimonianze di chi in quello stabulario ci è entrato dopo che i cosiddetti animalisti se ne erano andati, di chi è dovuto entrare lì per rimettere a posto il casino e cercare di capire come andare avanti.

Prima di mostrare cos’hanno trovato, vediamo come appariva lo stabulario quando gli attivisti vi si sono introdotti. Le foto seguenti sono state diffuse dal coordinamento “Fermare Green Hill” tramite il suo sito web e la pagina facebook ufficiale.

Innanzitutto in una panoramica dello stabulario abbiamo una veduta d’insieme delle gabbie dei topi. Queste appaiono pulite e perfettamente ordinate, di dimensioni standard e tutte rigorosamente a norma, con recipienti per il cibo e per l’acqua. Vediamo anche un lavandino, che sta lì per ovvie ragioni.

In un’immagine più ravvicinata vediamo in dettaglio una delle gabbiette. Sono confermate le dimensioni, ed inoltre si vede che la gabbia contiene due animali, che quindi hanno tutto lo spazio loro necessario. Gli animali inoltre appaiono in ottime condizioni.

Ci viene fornito anche un dettaglio delle gabbie dei conigli. Anche qui dimensioni standard, più o meno le stesse di una gabbia casalinga. Anche qui le gabbie appaiono ordinate e pulite, nonché fornite di cibo. Un solo animale per gabbia, e in ottime condizioni.

L’immagine più nota è quella dell’attivista incatenato, che tiene in braccio un coniglio. Alla faccia dell’empatia che costoro sostengono di provare, il tizio non si accorge che l’animale è evidentemente terrorizzato. E non c’è da stupirsi, dato che è stato strappato al suo ambiente da uno sconosciuto.

Infine si vedono gli attivisti col loro bottino. Si prega di notare i recipienti: quegli scatoloni, che in origine erano bidoni per i rifiuti sanitari, contengono ciascuno una trentina di topi.

Qui già si possono fare alcune considerazioni. Immagino che questi attivisti fossero in buona fede e che credessero di stare facendo il meglio per quegli animali, immagino che non sapessero che portandoli fuori dall’ambiente asettico del laboratorio lo stavano condannando a morte, e ad una morte orribile fra atroci sofferenze, ma non ci vuole un genio per capire che stipare così tanti animali in uno spazio così ristretto (non fate caso all’altezza delle scatole, gli animali, ovviamente, dovevano poggiarsi tutti sul fondo, circa 50 cm di spazio) non fa certo bene. Posso solo immaginare lo shock (fisico e psicologico) subito dagli animali.

Veniamo ora a quello che è stato trovato dopo. Le immagini seguenti provengono dai ricercatori e dagli studenti entrati in seguito per controllare i danni e rimettere in ordine. Mi ero immaginato che gli “animalisti” (che tanto animalisti non sono) si fossero limitati a scambiare gabbie e cartellini di posto e a trafugare la documentazione, ma invece, quando i ricercatori sono entrati, questo è quello che si sono trovati di fronte:

I vandali avevano devastato tutto, aprendo le gabbie e rovesciandole. Gli animali vagavano in giro disorientati e spaventati. Strappati all’ambiente conosciuto in cui avevano sempre vissuto e trapiantati improvvisamente in un universo sconosciuto, molto più grande e spaventoso. Alcuni cercavano di rientrare nelle gabbie rovesciate. Alcuni erano incastrati sotto le gabbie stesse. Quando i ricercatori sono entrati molti si sono diretti subito verso di loro, quasi a chiedere alle mani ben conosciute di essere rimessi al sicuro.

Questo è ciò che quelli di “Fermare Green Hill” intendono per “salvare gli animali”. Di fronte a questo scempio alcuni, principalmente giovani studentesse, sono scoppiati in lacrime. C’è chi ha perso tutti gli animali e quindi non può portare avanti più nessun progetto. C’è chi vede una tesi allontanarsi o una pubblicazione sfumare. Ma il dolore più grande è quello di chi di quegli animali si prendeva cura, di chi li conosceva uno per uno, di chi, veramente, si occupava ogni giorno del loro benessere.

Oggi gli antivivisezionisti fanno sapere che il coniglio è già stato adottato, mentre per i topi stanno incontrando difficoltà. Non mi stupisce: il coniglio è un animale “puccioso”, il topo no. Una volta passata la sindrome di Bambi questi animali non li vuole nessuno.

Mi rivolgo ora agli animalisti. Non quelli di cui parla quest’articolo, con loro ho perso la speranza. Mi riferisco agli animalisti veri, quelli che hanno veramente a cuore gli animali. Quelli per cui il benessere dell’animale conta di più di fare casino e andare sui giornali, quelli che preferiscono agire in maniera ragionata piuttosto che fare danni solo per ottenere visibilità. Quelli che preferiscono adottare un bastardino in un canile piuttosto che un beagle da 300 euro proveniente da un allevamento esclusivo.

Mi rivolgo a voi e vi faccio una domanda: davvero pensate che sia questo il modo giusto? Davvero credete che azioni come questa portino da qualche parte? Che facciano bene a qualcuno? Poter fare a meno degli animali nella ricerca biomedica, per quanto possiate non crederci, è l’obiettivo di tutti, anche dei ricercatori. Anche se fossimo tutti quei sadici torturatori che alcuni amano immaginare, le procedure senza animali sono comunque più pratiche, più veloci, più pulite e, cosa di non poco conto, più economiche. Quando usiamo un animale è perché proprio non ne possiamo fare a meno, e la cosa non fa piacere a nessuno.

Cosa può fare un animalista per questo? Un animalista intelligente, intendo. Tanto per cominciare potrebbe mettere a frutto la sua intelligenza. Se ad esempio studiasse veterinaria potrebbe specializzarsi in benessere degli animali da laboratorio. Questi veterinari sono quelli che affiancano i ricercatori e si occupano di garantire che gli animali negli stabulari vivano nelle migliori condizioni possibili. Oppure potrebbe studiare biologia e dedicarsi alla ricerca di base, in modo da proseguire quel processo, in atto da decenni, per il quale in base al principio delle tre R si sta riducendo ogni giorno il numero di animali utilizzati. Se invece non ha competenze scientifiche e/o non desidera averle può sempre impegnarsi a sostegno di quei centri che portano avanti questa ricerca, come il CAAT o l’ECVAM. Oppure può impegnarsi per garantire il rispetto della normativa vigente, che prevede ispezioni sanitarie e comitati etici, o ancora può lavorare a fianco dei ricercatori nel produrre normative migliori, come hanno fatto quelle associazioni animaliste che hanno collaborato alla stesura della Direttiva europea 2010/63 sulla sperimentazione animale.

Davvero pensate che devastare uno stabulario, con grave danno anche agli animali stessi, possa portarci da qualche parte? Davvero non riuscite a capire che i cambiamenti importanti si ottengono percorrendo la strada più lunga e difficile a piccoli passi, e che scorciatoie non ne esistono? Davvero avete rinunciato al buon senso?

Edit: mi è stato segnalato che le foto degli stabulari devastati sono state ricevute e diffuse originariamente dal gruppo “A favore della sperimentazione animale” sulla propria pagina facebook. A loro vanno i miei ringraziamenti.

Se gli animalisti si danno al terrorismo

Gli occupanti si incatenano alle porte

Sabato 20 aprile si è verificato un fatto estremamente grave. Alcuni attivisti del gruppo “Fermare Green Hill”, che amano definirsi animalisti, sono entrati a forza, probabilmente grazie all’uso di passepartout elettronici acquistati illegalmente, nei laboratori di ricerca del dipartimento di biotecnologie mediche e medicina traslazionale dell’università di Milano (in cui opera anche l’istituto di neuroscienze del CNR). Qui alcuni di loro hanno bloccato le porte con delle catene, e poi vi si sono incatenati essi stessi, per impedire l’ingresso ai lavoratori e alle forze dell’ordine, mentre gli altri raggiungevano lo stabulario, che conteneva circa 800 fra topi e conigli (definiti “migliaia” dagli animalisti), aprivano le gabbie scambiando di posto gli animali, staccando le etichette e confondendo la documentazione, allo scopo di rendere inservibili gli animali stessi.

Post “in diretta” su facebook

Nel frattempo il tutto veniva seguito “in diretta” sul sito del coordinamento “Fermare green Hill” e su varie pagine di facebook ad esso riconducibili. Gli attivisti all’interno postavano foto e video di se stessi e dello stabulario (nelle immagini si vedono gabbie ben tenute e animali in perfette condizioni, alla faccia del luogo di tortura), mentre i loro mandanti invitavano i propri seguaci a radunarsi sotto il dipartimento per esercitare pressioni sulle forze dell’ordine, che nel frattempo erano giunte sul posto senza però intervenire.

Per evitare che qualcuno si facesse male la direttrice del dipartimento Paola Viani ha intavolato delle trattative con gli occupanti, i quali hanno accettato di restituire i laboratori solo a patto di appropriarsi degli animali. Dopo aver compiuto questa rapina gli occupanti sono usciti sfilando tra le forze dell’ordine con il loro bottino (un centinaio di topi e un coniglio trasportati all’interno di bidoni per i rifiuti sanitari), accolti trionfalmente con applausi e ovazioni dalle persone che nel frattempo si erano radunate all’esterno. Gli animali rimasti nel laboratorio, ormai inservibili, saranno dati in adozione nei prossimi giorni, qualora le condizioni di sicurezza lo permettano, altrimenti dovranno essere soppressi.

Il mondo della ricerca scientifica è ovviamente indignato da ciò che è successo. I ricercatori dell’istituto di neuroscienze del CNR hanno scritto una lettera per denunciare l’accaduto, mentre gli studenti e i ricercatori dell’università hanno organizzato una manifestazione per sostenere le ragioni della scienza.

Il danno arrecato dai sedicenti animalisti è immenso. Dal punto di vista economico si parla di centinaia di migliaia di euro, provenienti in parte da finanziamenti pubblici (Comunità Europea, Ministero della Ricerca, Ministero della Sanità, Regione Lombardia ecc.) ma soprattutto dal contributo volontario di quei cittadini che hanno voluto fare piccole donazioni alla ricerca attraverso delle charities (Telethon, AIRC, NIDA, Fondazione Cariplo, Fondazione Mariani, Fondazione Sclerosi Multipla ecc.). Danni che nessuno pagherà, beninteso, perché ora il gruppo si fa scudo del fatto che gli animali sono stati presi in base ad un “accordo” con la direzione del dipartimento, come se questo rendesse meno illegale quello che hanno fatto. Ma ormai sappiamo per esperienza che questi gruppi hanno degli ottimi uffici legali (uno dei quali, vorrei ricordarlo, è diretto da un magistrato di cassazione), quindi non subiranno alcuna conseguenza.

Ma il danno economico è in realtà il problema minore. Avendo perso tutti i loro modelli i ricercatori dovranno ricominciare tutto il lavoro da capo. In quei laboratori si faceva ricerca di base su malattie gravi e prive di cura come autismo, malattia di Parkinson, di Alzheimer, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica, sindrome di Prader-Willi e altre. Ora si dovrà ripartire dalla ricerca di finanziamenti, ricostruire i modelli da capo e rifare tutto dall’inizio. Se, come alcuni animalisti credono in base alla loro concezione fiabesca del mondo costruita grazie ai film Disney, esistessero davvero metodi alternativi, i ricercatori ora li userebbero, ma purtroppo non esistono, e quindi gli ultimi anni di lavoro sono stati buttati al vento. Ci vorranno anni, anni in cui i malati di SLA continueranno a morire senza neanche la speranza, che ora gli è stata tolta, dovuta alla consapevolezza che qualcuno stava lavorando per trovare una cura al loro male. Sarebbe bello che questi cosiddetti animalisti avessero il coraggio di confrontarsi direttamente con loro, che gli dicessero in faccia “ho preferito rubare dei topi che lasciare che ti curassero”.

Topo nudo. Armin Kübelbeck - Wikimedia Commons. Click for details

Topo nudo. Armin Kübelbeck – Wikimedia Commons. Click for details

Che poi gli animali trafugati saranno i primi a rimetterci. Infatti è molto difficile che quelle bestiole possano sopravvivere al di fuori dell’ambiente asettico dei laboratori. Mi riferisco in particolare ai topi nudi, che sono costitutivamente immunodepressi, e che vivranno ormai solo pochi giorni. Se qualcuno degli “affidatari” di questi animali riesce a far sopravvivere un topo nudo in casa per una settimana gli faccio i complimenti. Se riesce a farlo sopravvivere due anni, che è quanto vivrebbe in laboratorio (sì, la maggior parte degli animali da laboratorio giunge al termine naturale della propria vita, quelli sacrificati sono una minoranza), mi scriva che brevettiamo il metodo che ha usato, lo applichiamo agli umani immunodepressi e vinciamo il nobel.

Perché parlo di terrorismo? Perché uno degli scopi di queste organizzazioni, dichiarato esplicitamente badate bene, è quello di rendere la vita impossibile ai ricercatori, da loro chiamati “vivisettori” (si prega di notare che nei laboratori in questione non veniva eseguita alcuna procedura che comportasse il taglio in vivo, quindi non si faceva alcuna “vivisezione”), di farli vivere nella paura di dover subire i loro attacchi violenti e il loro stalking, di scoraggiare i giovani ad intraprendere la strada della ricerca. Fra l’altro il fatto di dover ritrovare finanziamenti significherà in futuro meno borse di dottorato e meno assegni di ricerca, in altre parole meno ricercatori, soprattutto giovani. Oltre al danno alla ricerca stessa, e quindi al ritardo nella scoperta di nuove cure, ai lavoratori nessuno ci pensa?

Sulla questione ha scritto persino Nature, il che rende l’idea di quanto sia grave questo gesto. Questo non è un attacco ad un laboratorio o ad una pratica, questo è un attacco alla ricerca scientifica, il culmine di una crociata antiscientifica generalizzata che si sta portando avanti da anni ormai. Siamo arrivati al punto di rottura. Quando la ricerca scientifica sarà scomparsa dal nostro paese, riportandoci in un epoca di oscurantismo e stregoneria, spero che allora sarete soddisfatti.

Quest’articolo ha avuto un seguito.

La comunità scientifica è divisa? Non credo proprio!

Stralcio di uno dei tanti articoli che contengono l'abusata frase

Screenshot di uno dei tanti articoli che contengono l’abusata frase

La frase ricorre spesso sulla stampa generalista. Di solito è contenuta di articoli che trattano temi scientifici molto “popolari”, come il riscaldamento globale o una delle tante pseudocure per qualche malattia, ma ci stanno in mezzo anche argomenti che toccano la nostra sfera emotiva, l’ambito religioso o quello politico. Leggo i giornali con regolarità, eppure non ho mai visto questa frase usata a proposito. In altre parole non ho mai visto indicare la comunità scientifica come divisa in una vicenda in cui lo fosse davvero.

La frase si può presentare con numerose varianti: c’è “è un argomento controverso” quando si vuole far credere che le cose non siano scientificamente chiare; c’è “gli scienziati ancora non riescono a spiegare…” quando ad un argomento mancano le basi teoriche; è molto usato anche “ci sono tanti ricercatori che…” efficace per via della sua evasività, o l’ancor più efficace “ci sono sempre più ricercatori che…“, che lascia credere che il consenso scientifico si stia spostando verso la tesi che si vuole sostenere. Spesso al posto di “divisa” si usa il termine “spaccata“, che aiuta a rendere più drammatico il pezzo.

Il fenomeno è talmente diffuso da aver portato a coniare un nuovo termine: “fintoversia”, crasi delle parole “finta” e “controversia”. La strategia è sempre la stessa: si presenta una tesi minoritaria o addirittura pseudoscientifica (questo è il caso più comune) e si infilano qua e là riferimenti alla “divisione” e alla “controversia” tra gli scienziati. Per far funzionare meglio il tutto si riporta l’opinione di un qualche sedicente esperto (spesso in realtà privo di qualunque esperienza nel campo), opinione che viene presentata come consenso scientifico, quando in realtà si tratta quasi sempre di un’opinione personale. Altro sistema è far riferimento al consenso popolare, come se il fatto che tante persone credano ad un fenomeno dimostrasse qualcosa. Basti pensare al recente caso Stamina foundation, nel quale l’opinione di un laureato in lettere senza alcuna qualifica né esperienza nel campo della terapia cellulare ha consentito ad alcuni giornali di affermare che la comunità scientifica sarebbe divisa sull’argomento, quando invece il consenso è ben chiaro e granitico.

Gli esempi si sprecano. Tanto per dirne uno, avete mai sentito dire che gli esperti sono divisi sull’argomento del riscaldamento globale? Beh, è una balla. Al 2012 su poco meno di quattordicimila articoli scientifici pubblicati sul riscaldamento globale (13950, per la precisione) solo 24 non ne rilevano la tendenza. Stiamo dicendo che il 98,8% degli studi effettuati porta alla stessa conclusione. Dov’è la divisione? Semplice, non esiste. Inoltre, se interrogati, 97 climatologi su cento concordano con l’affermazione che l’uomo sta provocando il global warming (dei restanti tre, due non sono sicuri e uno lo nega) , anche restringendo il campo ai soli climatologi che abbiano compiuto studi sottoposti a peer review sul riscaldamento globale.

Oppure pensiamo all’omeopatia: secondo i suoi sostenitori l’argomento è molto discusso e i risultati ci sono ma sono ignorati a livello ufficiale a causa di pressioni economiche. Nella realtà non esiste alcuno studio, ad eccezione di quelli che le case farmaceutiche omeopatiche si sono fatte da sole, che mostri una pur minima efficacia dei prodotti omeopatici. Inoltre tutto il fenomeno dell’omeopatia manca di qualsiasi base teorica (il numero di Avogadro non vi dice niente?) ma nella presentazione di chi l’omeopatia la vende questo fatto viene presentato in maniera leggermente manipolata: si dice infatti che gli scienziati non sono ancora riusciti a scoprirne il meccanismo d’azione, cioè si dà per scontato che la cosa funzioni, e poi si dice che non si è ancora scoperto come funziona. La falla in questo ragionamento è che l’efficacia dell’omeopatia in realtà non è mai stata dimostrata. Infatti nella realtà non c’è alcuno scienziato che ne stia indagando i meccanismi d’azione.

Altro argomento di false divisioni è la sperimentazione animale. Leggo spesso, sia sulla stampa che nei siti dei cosiddetti antivivisezionisti che ci sarebbero “tanti ricercatori” che sono contrari a questa pratica e che la riterrebbero inutile ai fini del progresso medico-scientifico. Quando però i ricercatori biomedici sono stati interrogati davvero la situazione che è venuta fuori risultava leggermente diversa. Infatti dai risultati del sondaggio (pubblicato su Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche esistenti al mondo) risulta che l’80-90% dei ricercatori non ha mai avuto dubbi sull’utilità dei modelli animali, e che il 92% ritiene che la sperimentazione animale sia fondamentale per l’avanzamento della ricerca biomedica (il 5% non si dichiara né d’accordo né in disaccordo e solo il 3% si esprime in maniera contraria).

Risultati dello studio. © Nature publishing group. Click for details

Non è un caso che su 98 premi Nobel per la fisiologia e la medicina assegnati nell’ultimo secolo ben 75 siano dovuti a studi che utilizzavano animali e altri 4 a studi che non utilizzavano animali ma sfruttavano le conoscenze pregresse di altri studi che invece li utilizzavano. In totale l’80% dei premi Nobel per la medicina è dovuto alla sperimentazione animale. Se analizziamo invece gli ultimi 10 anni la percentuale sale al 100%. Dove sono quindi i “tanti ricercatori” che sarebbero contrari? Semplice, non esistono. Tuttavia basandosi su questa falsa asserrzione è stato creato un sito di critica “scientifica” alla sperimentazione animale. Talmente scientifica che a uno studente basta mezz’ora per smontare l’accozzaglia di luoghi comuni lì contenuta, ad un esperto bastano 5 minuti (vedere anche qui per approfondire l’argomento). Ma la stampa continua a scrivere che la comunità scientifica “è spaccata” su questo argomento.

Non è mio scopo qui fare un elenco dei tanti argomenti in cui la comunità scientifica viene presentata come divisa quando invece non lo è affatto, anche perché l’elenco sarebbe sterminato: ci sono gli OGM, i vaccini, l’HIV/AIDS, la chemioterapia, il metodo Di Bella, l’evoluzione, le scie chimiche…

Qualcuno però a questo punto si sarà posto una domanda: ma allora la comunità scientifica non è mai divisa? La risposta è che ovviamente sì, la comunità scientifica si divide spesso e volentieri, ma le “dispute scientifiche” hanno ben altro spessore. Per esempio fino a quando gli scienziati del CERN non avranno dimostrato definitivamente che la particella trovata dal LHC è effettivamente il bosone di Higgs ed è una particella unica, la comunità scientifica continuerà ad essere divisa sulla validità del modello standard. Oppure esiste una controversia su alcuni meccanismi legati all’evoluzione dell’Homo sapiens, che non sono ancora del tutto chiariti, come la collocazione tassonomica di alcuni ominidi o l’effettiva radiazione di tutti gli H. sapiens dal continente africano, o anche la controversa ipotesi della scimmia acquatica. Altro esempio, si discute sulla possibilità da parte alcuni batteri di integrare l’arsenico al posto del fosforo nei propri acidi nucleici. C’è chi dice di sì e  c’è chi dice di no.

Certo, queste divisioni possono sembrare meno “avvincenti” anche perché non chiamano in causa le teorie del complotto che ci piacciono tanto, ma presentano alcune caratteristiche che ci permettono di distinguerle dalle false controversie che troviamo sulla stampa.

Innanzitutto perché nella comunità scientifica coesistano più opinioni è necessario che siano… opinioni! Infatti nel momento in cui una di quelle opinioni viene verificata sperimentalmente essa non è più un opinione ma un fatto, e la controversia è definitivamente chiusa.

Le vere controversie scientifiche si discutono su base scientifica. Nelle storielle che troviamo sui giornali sentiamo spesso l’esperto di turno citare il proprio libro o il proprio sito web. Questi riferimenti, ancor più se autoreferenziali, hanno valore scientifico pressoché nullo. Uno scienziato invece citerà dati scientifici verificabili e ripetibili, usando come fonte articoli scientifici sottoposti a revisione paritaria. Peggio ancora quando i riferimenti sono aneddotici: “a mio cugino è successo questo”, “i miei pazienti migliorano” ecc.

Anche i vari pseudoscienziati spesso referenziano le proprie affermazioni citando un articolo scientifico. Tuttavia scelgono selettivamente la fonte, ignorando tutti gli articoli che sostengono la tesi contraria, compresi quelli che confutano direttamente l’articolo citato. Uno scienziato serio fornisce invece sempre una panoramica completa di un argomento, citando anche le fonti che sostengono la tesi avversa, e confutandole se necessario.

Perché è così difficile che la stampa tratti questi argomenti? Semplice, perché di solito la ricerca scientifica vera si svolge lontano dai riflettori, com’è anche giusto che sia, senza clamori, dichiarazioni sensazionalistiche o miracoli. Il dialogo tra scienziati avviene tramite lunghi paper in lingua inglese, pieni zeppi di numeri e termini tecnici, che di certo il redattore di turno non ha né il tempo né la voglia né la preparazione per leggere, e i bravi divulgatori purtroppo scarseggiano.

Se volete veramente approfondire un argomento scientifico seguite il mio consiglio: lasciate perdere l’inserto sulle scienze del vostro quotidiano e la rivista sul “benessere naturale” e andate in un’università a seguire qualche lezione di un corso, anche solo come uditori: è gratis e nessuno può vietarvelo. Vi assicuro che lo troverete piacevole e che ne uscirete di molto arricchiti.

BIBLIOGRAFIA

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Esistono “metodi alternativi”?

Scrivendo quest’articolo sto violando una delle mie regole, che poi è anche una delle regole della buona divulgazione scientifica: «se il tuo articolo può essere riassunto in “No”, non lo scrivere». Violo questa regola perché evidentemente la risposta non sembra così ovvia. La domanda è «esistono metodi alternativi?» E alternativi si intende alla ricerca con gli animali.

© SMBC Comix (click for details)

Premetto che io nel mio lavoro in laboratorio non ho mai avuto a che fare con animali vivi. Qualcosa ho fatto anni addietro all’università: ho maneggiato un po’ di drosofile al corso di genetica (perché nessuno protesta mai per le drosofile?), ho eseguito delle dissezioini di animali morti (per cause naturali) al corso di anatomia comparata e ho osservato (senza eseguire alcuna procedura) parecchi animali vivi al corso di biodiversità animale.

Ciò nonostante non posso fare a meno di riconoscere che le ricerche eseguite dai miei colleghi su modelli animali sono fondamentali. Quello che faccio io non sarebbe possibile se non ci fosse stata la sperimentazione animale in passato, e sarebbe quasi privo di valore se non ci fosse la sperimentazione animale in futuro. Eppure fra amici e conoscenti non biologi c’è una frase che mi sento ripetere come un mantra: «Esistono metodi alternativi». Si intende che gli stessi risultati che si ottengono coi modelli animali possono essere ottenuti anche senza. A questa affermazione segue sempre una domanda da parte mia: quali? La risposta è invariabilmente una variazione sul tema di “colture in vitro” o “cellule staminali”. In genere a questo punto tronco la discussione, apparirei solo antipatico e pedante se mi mettessi a sottolineare come queste “parole magiche” non siano affatto metodi, apparirei arrogante se puntualizzassi che di colture in vitro ne ho fatta qualcuna, dato che sono il principale strumento (oserei dire l’unico) per mantenere in vita le cellule utilizzate in laboratorio, apparirei saccente se facessi notare che tra una coltura cellulare e un organismo vivente passa qualche differenza.

Ma perché una cellula (o un gruppo di cellule) non mima efficacemente un organismo? La risposta ci arriva dalla teoria dei sistemi e si chiama comportamento emergente. Una proprietà di un sistema si dice emergente quando non è posseduta dalle singole componenti del sistema. Ci abbiamo a che fare tutto il giorno: un pistone non ha le stesse proprietà di un motore a scoppio, un pilastro non ha le stesse proprietà di una casa ecc. È una caratteristica dei sistemi viventi quella di essere sempre diversi dalla somma dei propri componenti.

A livello molecolare questo si spiega fondamentalmente con tre fenomeni: sinergismo, permissività e antagonismo. Si ha sinergismo quando due molecole hanno lo stesso effetto, ma la loro presenza contemporanea dà effetti più che additivi, si ha permissività quando una molecola non ha effetto (o ha un effetto molto ridotto) in assenza dell’altra e si ha antagonismo quando una molecola blocca l’effetto dell’altra (inibizione) o quando due molecole hanno effetto opposto (antagonismo funzionale). La cosa affascinante tuttavia è che queste molecole non hanno necessariamente bisogno di “incontrarsi” per esercitare questi effetti. Il che è anche problematico, perché a livello sperimentale ci rende difficilissimo riprodurre il fenomeno.

Livelli di glucosio in relazione all’insulina. Wikimedia Commons CC-BY-SA 3.0 Unported

Mi spiego meglio con un esempio. Poniamo che io voglia studiare la variazione della glicemia (concentrazione di glucosio nel sangue). Proprio in questo periodo si stanno sperimentando nuove cure per il diabete di tipo 1, quello genetico che viene ai bambini, quello per cui modificare il proprio stile di vita è inutile e se ci si scorda di prendere l’insulina si muore. Quindi possiamo immaginare che io voglia studiare quali sono gli stimoli e le condizioni che fanno salire o scendere la glicemia, e che da questi studi magari potrebbero nascere future applicazioni mediche. Bene, potrei pensare di studiare la glicemia mettendo un po’ di sangue, con tutte le sue cellule, in una provetta.
Tralasciando tutti i problemi tecnici questa “coltura cellulare” mi sarebbe del tutto inutile, perché non contiene nessuna delle molecole che influenzano la glicemia. Potrei allora progettare un sistema che comprendesse anche le cellule β del pancreas, quelle che producono l’insulina. Avrei fatto un passo avanti, ma la cosa sarebbe ancora molto lontana dalla realtà. Sì, è vero, avrei delle cellule che secernono insulina in seguito all’aumento della glicemia, ma questo non è che un pallido abbozzo dell’intero sistema. L’adrenalina per esempio è un antagonista funzionale dell’insulina, però è secreta dalla midollare del surrene, e non in risposta ad un aumento della glicemia, ma in seguito all’attivazione del sistema nervoso ortosimpatico. Inoltre nessuna di queste due molecole agisce nel sangue, ma hanno una vasta gamma di tessuti bersaglio, tra cui il fegato, i muscoli e il tessuto adiposo sui quali agiscono per aumentare o diminuire l’assorbimento di glucosio e per incentivare o inibire una serie reazioni biochimiche, come la glicogenolisi e la gluconeogenesi. I  fattori di crescita insulino-simili invece sono in grado di rendere i tessuti “insulinoresistenti” e sono secreti dal fegato in risposta alla somatotropina, che è rilasciata a sua volta dall’ipofisi anteriore stimolata dal GHRH secreto dall’ipotalamo. E ancora non ci abbiamo messo il glucagone o i glucocorticoidi, né abbiamo discusso degli stimoli che provocano l’attivazione dell’ipotalamo o del sistema nervoso simpatico.

Sembra complicato? Già, perché lo è. E questo è solo un assaggio. Senza considerare che esistono anche un sacco di meccanismi che non conosciamo e su cui non abbiamo alcun controllo.  Qualcuno ha qualche idea su come rendere un simile sistema senza usare un organismo vivente completo? Qualche idea che non si limiti a liquidare la questione con le solite “parole magiche” ripetute a pappagallo? Se ne avete fatevi avanti, vi assicuro che i ricercatori non vedono l’ora.